Taylor Brook / TAK Ensemble – Star Maker Fragments

TAK Editions, 2021
contemporary classical

(ENGLISH TEXT BELOW)

Benché le principali forme narrative siano storicamente legate all’espressione verbale, non per questo dovremmo precluderci l’opportunità di concepire e sviluppare una forma di storytelling nella quale sia la componente sonora a predominare: d’altronde anche la stessa voce umana afferisce a tale insieme, ben prima di qualunque sedimentazione linguistica, e dunque non necessariamente si lega a un codice irrigidito per poter veicolare sensazioni e significati.
Pensiamo al “Pierino e il lupo” di Sergej Prokofiev, dove seppur permane un marcato carattere teatrale e affabulatorio, sono i leitmotiv melodici che scandiscono il racconto a superare in vividezza e suggestione la componente testuale, divenendo a loro modo universali. E forse è proprio a partire da questo approccio “didattico”, rivolto anzitutto a un pubblico infantile, che possiamo riscoprire pienamente il potere narrativo del suono e della musica in sé.

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Fred Frith / Ikue Mori – A Mountain Doesn’t Know It’s Tall

Intakt, 2021
free impro, avantgarde

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Diversi gradi di maestria possono sancire la buona riuscita di un’istanza performativa incerta come la sessione improvvisata: quello di un insieme “entropico” di solisti/soliloquenti la cui sola padronanza tecnica ed espressiva è sufficiente a lasciare sbalorditi; oppure quello di una formazione dall’interplay “empatico” ed estremamente calibrato, proiettata a un esito condiviso; e infine il caso più raro, nel quale si instaura una pratica relazionale a tal punto simbiotica da suggerire una “narrazione” sonora perfettamente compiuta, quasi indistinguibile da una composizione premeditata. Raro, si diceva, poiché è sempre e soltanto l’alchimia dell’istante a determinare il successo di un esperimento, quand’anche reiterato nel tempo, e non è dunque scontato che ciò avvenga nemmeno tra i più rodati improvvisatori.

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Zachary Good & Ben Roidl-Ward – arb

Carrier, 2021
experimental, drone

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Non si può non comunicare: soltanto gli elementi naturali detengono questo esclusivo potere, mentre l’azione o l’inazione dell’essere senziente derivano sempre da una scelta volontaria, e con essa inevitabilmente producono senso. Si tratta di un assunto tutt’altro che scontato, specie a fronte di espressioni artistiche talmente lineari e ridotte all’osso da non necessitare, in apparenza, di alcuna decodifica ulteriore: ma occorre rimarcare che, anche nel più totale distacco e nell’illusione di un approccio radicalmente oggettivante, in qualche modo riuscirà a farsi strada un residuo di significazione, un seppur pallido rimando ai soggetti e al contesto che hanno prodotto una determinata istanza creativa.

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Julius Eastman – Femenine

ensemble 0 & AUM Grand Ensemble

Sub Rosa, 2021
minimalism

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Se si fosse paventata trent’anni più tardi, una fine tragicamente silenziosa come quella di Julius Eastman (1940-1990) avrebbe forse potuto essere scongiurata: oggi – mi piace crederlo – la comunità globale sarebbe accorsa a sostenere, economicamente e moralmente, un così vivace talento creativo e militante; un outsider sotto ogni aspetto (emarginato, come è noto, in quanto nero e apertamente omosessuale), fedele sino all’ultimo alla propria vocazione, prima di arrendersi all’ombra di una morte sofferta e in solitudine, quasi del tutto dimenticato persino dai suoi amici e collaboratori.
Non soltanto la travagliata vicenda umana, ma anche le distintive composizioni di Eastman hanno attraversato un lungo periodo di oblio, finché una lodevole ricostruzione filologica ha portato al recupero di diverse partiture e registrazioni dell’epoca, testimonianze inestimabili e prodromiche alla nascita di un tardivo ma accorato culto musicale.

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