Mika Vainio – Last Live

Editions Mego, 2021
noise, glitch

(ENGLISH TEXT BELOW)

A me in fondo non dispiace l’idea che questo sia davvero il lascito finale di Mika Vainio. Non perché il guru dell’elettronica finlandese non avesse ormai più nulla da dire – tutt’altro, a giudicare anche dai progetti pubblicati postumi –, né per il fatto che questo live rappresenti una qualche summa del suo incompiuto percorso di sperimentazione. È soltanto una conclusione putativa e non un testamento volontario, ma malgrado ciò ci resta quantomeno l’opportunità di apprezzare un’uscita di scena aspra e incompromissoria, un affondo risoluto nel più radicale minimal/massimalismo analogico.

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Bill Fontana – Landscape Sculpture With Fog Horns

Other Minds, 2020
sound art, field recordings

(ENGLISH TEXT BELOW)

Benché le porte dell’ascolto “esteso” fossero già state da tempo spalancate, grazie all’atto di forza teorico e pratico inaugurato da John Cage, sino agli anni settanta il soggetto e il fulcro della creazione sonora è rimasto l’uomo, in veste di artefice o di tramite in rapporto a idee scaturite dall’ingegno e dalla visione artistica. Pur con la massima libertà metodologica, insomma, si permaneva ancora nel dominio della ‘musica’ [μουσική] in quanto distillato di un’ispirazione che, per assurgere allo status di opera d’arte, doveva necessariamente compiersi per mezzo di una volontà fattiva ed esplicita.
Sarà il canadese R. Murray Schafer, nel 1977, a introdurre ufficialmente nel discorso contemporaneo l’orizzonte teorico del soundscape e, più in generale, dell’ecologia acustica: e se da un lato l’attenzione dei suoi saggi è rivolta all’impatto dell’azione umana sull’equilibrio degli ambienti naturali, dall’altro emerge l’ipotesi di una pratica d’ascolto attivo tale da imporsi come forma di composizione in piena regola. Nasceva una progettualità tesa a captare, decodificare e reinterpretare la realtà per mezzo del solo udito.

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Erkki-Sven Tüür ‎– Lost Prayers

ECM, 2020
contemporary classical

(ENGLISH TEXT BELOW)

Si può lecitamente obiettare che nel tempo la linea editoriale dell’etichetta di Manfred Eicher si sia fatta vieppiù “conservatrice”, con pubblicazioni atte a consolidare un ‘ECM sound’ che ormai di rado si spinge nei territori della sperimentazione e delle nuove avanguardie. Ciò non toglie che, quand’anche si trattasse soltanto della periodica rivendicazione di un primato, è proprio ad Eicher che dobbiamo la diffusione e il riconoscimento internazionale di ammirevoli compositori dell’est Europa e dell’ex Repubblica Sovietica, da Arvo Pärt a Giya Kancheli, da Valentin Silvestrov a Tigran Mansurian.
Risale alla metà degli anni novanta il legame con il maestro estone Erkki-Sven Tüür (*1959), al quale Eicher voleva da tempo dedicare un progetto incentrato unicamente sul repertorio cameristico: sono infatti datati tra il 2002 e il 2017 i quattro brani raccolti nel settimo ‘portrait album’ di Tüür per la New Series del marchio monacense; un corpus inteso a rappresentare incisivamente la fluidità stilistica e la sfuggente evocatività della sua poetica.

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아버지 [father] ‎– residue

self-released, 2020
ambient, vaporwave

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“My generation is going to be known for wanting to die and memes.” Apparsa su un giornale e divenuta a sua volta un meme virale su Internet, questa grottesca citazione sembra condensare l’inestricabile matassa di pensieri e sentimenti che gravano sulla sopravvivenza quotidiana dei millennials, e più in generale di chi si trova ad affrontare un proprio percorso di crescita nel travagliato ventunesimo secolo. Il senso di profondo smarrimento provocato da una socialità disintegrata, da ambienti educativi e lavorativi opprimenti, da un mercato globale che crea ed esaudisce desideri illusori, portano a sviluppare goffi meccanismi di difesa nei quali rifugiarsi perpetuamente, rimandando ogni drastica decisione a un indefinito domani. Sempre più fluida e pervasiva, la musica rimane per molti un’ancora di salvataggio, o quantomeno un veicolo di compassione atto a sentirsi meno soli.

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