Minami Saeki / Ayami Suzuki / Taku Sugimoto / Takashi Masubuchi – Improvisation at Permian

self-released, 2022
reductionism, onkyo


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Ripiegata sulle proprie reminiscenze e assalita dall’ansia dell’avvenire, sembra che la cultura occidentale non abbia mai davvero conosciuto l’attimo presente: è d’altronde un tempo che rasenta l’inesistenza, costantemente teso fra intenzione e agire, e cui dunque, a dispetto del suo stesso nome, si finisce spesso per essere assenti. È al contrario quasi un’esclusiva delle arti e della filosofia giapponesi l’attenzione al transeunte e all’ineffabile, senza preoccuparsi di ciò che resta ma soltanto di ciò che è, l’accadimento sempre unico e irripetibile dell’esistenza.

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Joanna Mattrey & gabby fluke-mogul – Oracle

Relative Pitch, 2022
free impro


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L’immagine scelta per rappresentare un disco offre sempre una quantità sorprendente di indizi, e in questo caso sembra dire tutto. È il ritratto di chi non ha nulla da nascondere, né confronti da temere – questi ultimi essendo esclusi a priori –, la fiera affermazione di un’arte priva di filtri o fronzoli. Una promessa di sincerità ma anche di sfida, uno sguardo diretto che proclama, con pacata solennità: “il manifesto siamo noi”.
I profili di Joanna Mattrey e gabby fluke-mogul non si affacciano dal nulla, poiché già da alcuni anni la scena sperimentale newyorkese ne ha scoperto e messo a frutto i talenti: eppure Oracle suona infallibilmente come un nuovo inizio, anzi otto nuovi inizi, dato che la musica spontanea non poggia su solide fondamenta ma al contrario conosce soltanto la vertigine del malagevole, galvanizzante ‘qui e ora’.

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Christina Vantzou – No. 5

Kranky, 2022
sound art, ambient, modern classical


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Diverse esponenti della nuova sound art elettronica sembrano intrattenere un rapporto privilegiato e fruttuoso con la dimensione onirica, ciascuna al livello che meglio si conforma alla propria sensibilità artistica: vi sono infatti più gradazioni che, dalle fitte nebbie del sonno profondo (Klara Lewis, Félicia Atkinson), conducono alle figure sfuggenti e solo vagamente familiari di quello lucido (Anne Guthrie, claire rousay).
Nella sua produzione in studio, Christina Vantzou sembra aver solcato alternatamente entrambe le sponde, con una cesura piuttosto netta a separare gli ultimi due album “numerici” (No. 3 e No. 4) dalla più decisa incursione nel field recording di Multi Natural (2020). È ora con una sintesi stilistica inedita, assieme a un’ulteriore maturità espressiva, che la compositrice statunitense si riallaccia al corpus originario, assorbendo gli spunti concettuali – ma soprattutto emozionali – suggeriti dai limpidi orizzonti delle isole egee.

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Evgueni Galperine – Theory of Becoming

ECM, 2022
modern classical, electroacoustic


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Creare e suonare musica, incidere un disco, sono in fondo imprese che, con la condivisione della conoscenza e la tecnologia di cui disponiamo oggi, risultano alla portata di chiunque sia dotato di sufficiente immaginazione e perseveranza. Assai meno banale, invece, riuscire a trovare la propria voce individuale, un tratto inconfondibile, nella consapevolezza che nulla s’inventa di sana pianta e tutto, anzi, è rigenerazione di esperienze pregresse, predilezioni e memorie latenti.
Sin dalle battute iniziali del suo primo album di brani originali non destinati al cinema, è fuor di dubbio che Evgueni Galperine (*1974) sia figlio tanto del suo tempo quanto, in un certo senso, della storica etichetta che ha scelto di produrlo: ma Theory of Becoming è anche e soprattutto l’attestato di un raggiunto equilibrio fra le espressività predominanti della corrente modern classical e un approccio elettronico volto alla proiezione deformante, ipertrofica, di fonti acustiche nello spazio.

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Jürg Frey – lieues d’ombres

Reinier van Houdt

Elsewhere, 2022
reductionism


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È una sfida insidiosa ma che mi vedo sempre costretto a cogliere: perché sull’opera di Jürg Frey c’è tutto da dire eppure nulla: in essa alberga il mistero profondo del suono, il suo potere subdolo e nondimeno trasparente, cristallino come le note che il compositore svizzero traccia sullo spartito con la stessa compìta fatalità, non v’è dubbio, del padre spirituale Feldman.
Ma la sfida più ardua grava sempre sull’interprete, incaricato di sottrarre la partitura al destino di un fuoco fatuo, di un esercizio d’assenza le cui rade impressioni echeggino a vuoto, come punteggiature rubate al loro discorso e rimaste sospese, cripticamente, nel languore di un foglio bianco.

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