Aviva Endean – Moths & Stars

Room40, 2022
electroacoustic


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Un titolo che sembra parafrasare il tardo opus magnum di Olivier Messiaen, “Des canyons aux étoiles…”, suggestiva metafora del soffio vitale e dell’incommensurabile spirito che abbraccia l’universo ad ogni suo livello, insito nei più microscopici ecosistemi come nella maestosità delle sfere celesti. Non ha una così vasta ambizione il secondo album della clarinettista sperimentale australiana Aviva Endean: eppure Moths & Stars riesce a rappresentare efficacemente il collasso, la simbiosi di spazi e tempi musicali tra loro distanti, la reale coesistenza di istanze percettive alle quali non è di per sé scontato prestare attenzione, ma che sarebbe del tutto impossibile incontrare in uno stesso frangente.

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Jaka Berger – Cornelius Cardew: Treatise

Friforma, 2022
free impro


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La libertà in musica è da tutti convenzionalmente associata alla figura di John Cage, lo spartiacque del Novecento che ha aperto la creazione sonora al caso, al silenzio e ai più eterodossi approcci performativi. Ciò che a molti sembra sfuggire è che tale libertà estrema riguarda quasi esclusivamente la scaturigine, ovvero il compositore stesso, mentre agli interpreti coinvolti è richiesta una fedeltà rigorosa ai principi stabiliti da Cage, alla sua peculiare – e pur sempre individuale – visione.
Ci è voluta l’audacia, ma soprattutto la generosità intellettuale, di un autentico outsider come Cornelius Cardew (1936 – 1981) per “canonizzare” l’espediente della partitura grafica, offrendo di fatto lo spunto per un’infinita gamma di scelte espressive, l’input per una lettura autonoma e autoriferita entro cui l’ideatore originario non ha più alcuna voce in capitolo.

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Minami Saeki / Ayami Suzuki / Taku Sugimoto / Takashi Masubuchi – Improvisation at Permian

self-released, 2022
reductionism, onkyo


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Ripiegata sulle proprie reminiscenze e assalita dall’ansia dell’avvenire, sembra che la cultura occidentale non abbia mai davvero conosciuto l’attimo presente: è d’altronde un tempo che rasenta l’inesistenza, costantemente teso fra intenzione e agire, e cui dunque, a dispetto del suo stesso nome, si finisce spesso per essere assenti. È al contrario quasi un’esclusiva delle arti e della filosofia giapponesi l’attenzione al transeunte e all’ineffabile, senza preoccuparsi di ciò che resta ma soltanto di ciò che è, l’accadimento sempre unico e irripetibile dell’esistenza.

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Joanna Mattrey & gabby fluke-mogul – Oracle

Relative Pitch, 2022
free impro


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L’immagine scelta per rappresentare un disco offre sempre una quantità sorprendente di indizi, e in questo caso sembra dire tutto. È il ritratto di chi non ha nulla da nascondere, né confronti da temere – questi ultimi essendo esclusi a priori –, la fiera affermazione di un’arte priva di filtri o fronzoli. Una promessa di sincerità ma anche di sfida, uno sguardo diretto che proclama, con pacata solennità: “il manifesto siamo noi”.
I profili di Joanna Mattrey e gabby fluke-mogul non si affacciano dal nulla, poiché già da alcuni anni la scena sperimentale newyorkese ne ha scoperto e messo a frutto i talenti: eppure Oracle suona infallibilmente come un nuovo inizio, anzi otto nuovi inizi, dato che la musica spontanea non poggia su solide fondamenta ma al contrario conosce soltanto la vertigine del malagevole, galvanizzante ‘qui e ora’.

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Christina Vantzou – No. 5

Kranky, 2022
sound art, ambient, modern classical


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Diverse esponenti della nuova sound art elettronica sembrano intrattenere un rapporto privilegiato e fruttuoso con la dimensione onirica, ciascuna al livello che meglio si conforma alla propria sensibilità artistica: vi sono infatti più gradazioni che, dalle fitte nebbie del sonno profondo (Klara Lewis, Félicia Atkinson), conducono alle figure sfuggenti e solo vagamente familiari di quello lucido (Anne Guthrie, claire rousay).
Nella sua produzione in studio, Christina Vantzou sembra aver solcato alternatamente entrambe le sponde, con una cesura piuttosto netta a separare gli ultimi due album “numerici” (No. 3 e No. 4) dalla più decisa incursione nel field recording di Multi Natural (2020). È ora con una sintesi stilistica inedita, assieme a un’ulteriore maturità espressiva, che la compositrice statunitense si riallaccia al corpus originario, assorbendo gli spunti concettuali – ma soprattutto emozionali – suggeriti dai limpidi orizzonti delle isole egee.

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