Minami Saeki / Ayami Suzuki / Taku Sugimoto / Takashi Masubuchi – Improvisation at Permian

self-released, 2022
reductionism, onkyo


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Ripiegata sulle proprie reminiscenze e assalita dall’ansia dell’avvenire, sembra che la cultura occidentale non abbia mai davvero conosciuto l’attimo presente: è d’altronde un tempo che rasenta l’inesistenza, costantemente teso fra intenzione e agire, e cui dunque, a dispetto del suo stesso nome, si finisce spesso per essere assenti. È al contrario quasi un’esclusiva delle arti e della filosofia giapponesi l’attenzione al transeunte e all’ineffabile, senza preoccuparsi di ciò che resta ma soltanto di ciò che è, l’accadimento sempre unico e irripetibile dell’esistenza.

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Jürg Frey – lieues d’ombres

Reinier van Houdt

Elsewhere, 2022
reductionism


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È una sfida insidiosa ma che mi vedo sempre costretto a cogliere: perché sull’opera di Jürg Frey c’è tutto da dire eppure nulla: in essa alberga il mistero profondo del suono, il suo potere subdolo e nondimeno trasparente, cristallino come le note che il compositore svizzero traccia sullo spartito con la stessa compìta fatalità, non v’è dubbio, del padre spirituale Feldman.
Ma la sfida più ardua grava sempre sull’interprete, incaricato di sottrarre la partitura al destino di un fuoco fatuo, di un esercizio d’assenza le cui rade impressioni echeggino a vuoto, come punteggiature rubate al loro discorso e rimaste sospese, cripticamente, nel languore di un foglio bianco.

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Ensemble Ektòs – Semèia Kài Tèrata

901 Editions, 2022
reductionism


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Nel corso degli ultimi decenni le vie dell’understatement musicale si sono andate ramificando e radicalizzando non soltanto sul fronte estetico ma anche su quello concettuale: una volta approfondito il dialogo col silenzio (o meglio, con la sua apparenza), qualcuno si è domandato se fosse possibile perseguire l’utopia di una “sparizione autoriale”, ovvero il manifestarsi di una realtà sonora non sollecitata, pressoché inavvertita. E non si tratta di compiere uno sterile atto di modestia, bensì di valicare i limiti estremi dell’intenzione creativa e sondare l’ipotetica soglia liminale tra suono naturale e artificiale. In questo interstizio si cela, forse, la “musica a venire” teorizzata da François Bonnet, svuotata di ogni personalismo per darsi nella sua incorrotta essenza.

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Michael Francis Duch – mind is moving (IV) by Michael Pisaro-Liu

Sofa, 2022
reductionism

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Immaginiamo che lo scorrere della vita di tutti proceda a un ritmo estremamente, impossibilmente più lento di quello reale: se ad esempio, per leggi fisiche assai inclementi, la nostra facoltà di movimento nello spazio fosse limitata a un passo al minuto, ogni decisione relativa alla nostra mèta non verrebbe mai presa alla leggera, bensì dopo una ponderata riflessione e un’analisi delle nostre necessità fondamentali.
Ora trasliamo questa ipotesi in una prospettiva sonora e musicale: se all’interprete spettasse un unico (e ovviamente irreversibile) gesto nell’arco di sessanta secondi, con quale disposizione lo compirebbe? E inoltre: fino a che punto può spingersi l’insistenza sull’ascolto puro e profondo da parte di una corrente espressiva che ha sempre dialogato alla pari col silenzio – spesso scegliendo di tacere pur di svelare la dignità del fenomeno sonoro “periferico” o residuale –?

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Heather Frasch / Koen Nutters – And / In

with the Wandelweiser Klangraum Ensemble

Meenna, 2022
reductionism

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Al principio rimane una certa permeabilità con lo spazio circostante, un frangente liminale tra musica e non-musica dove ciascuno sembra prendere le misure, accomodarsi e intonare gli strumenti (forse con se stessi, oltre che l’uno con l’altro). È l’affascinante parentesi di esitazione che non precede ma piuttosto conduce per mano la performance verso il suo inizio, sino al punto in cui i timidi gesti dei partecipanti si tramutano in enunciazioni, per quanto ermetiche e provvisorie.

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