Fabio Perletta – Dove apparirà la polvere?

901 Editions, 2022
reductionism, sound art


(ENGLISH TEXT BELOW)

La storia delle arti – specie quelle visive – ci insegna che una bozza non è mai soltanto tale: in essa sono racchiusi tutti i potenziali dell’opera compiuta, il suo esito ufficiale così come ogni altra sembianza che, per qualche motivo, non ha potuto o voluto assumere. A metà via tra diario di bordo e bilancio annuale, l’ultima pubblicazione di Fabio Perletta recupera e conferisce dignità propria ai materiali che hanno trovato o meno collocazione in lavori precedenti (in particolare Un fiocco di neve, del 2021), e proprio nell’eterogenesi delle sue componenti discrete trova una sorprendente unitarietà stilistica, forse la sintesi più evocativa dell’attitudine che anima la sua intera produzione.


Questa ampia raccolta di registrazioni in solo (meglio, in solitaria) sono le testimonianze di una pratica difforme, non sistematica, la quale più che mai a ragione si può definire “ricerca espressiva”: Dove apparirà la polvere? racchiude nella sobria poeticità del suo titolo la predisposizione all’inatteso, l’attenzione costante ma radicalmente selettiva verso le minute manifestazioni sonore che il vissuto quotidiano raccoglie, come pulviscolo, sulla propria superficie.
Allora il gesto intenzionale, il tratto consapevole dell’artista non si porrà mai al di sopra di ciò che il caso propone autonomamente, ma piuttosto lo faciliterà, ne imiterà le nascoste e non sollecitate dinamiche, generando un accadimento solo in apparenza privo di compiutezza ma che, proprio come la realtà cui attinge, assume significato attraverso una contemplazione serena e imparziale.

Nell’accostarsi a questi frammenti – come sempre, d’altronde, col catalogo 901 Editions – è di fondamentale importanza lasciare da parte il tradizionale concetto di musica, persino di sound art, e ciò in quanto gli stessi rigorosi presupposti filosofici che ispirano l’operato di Perletta portano a sgombrare il campo da qualsiasi concettualismo accessorio, lasciando intatta la nuda essenza di ciò che i microfoni hanno trattenuto in determinate, irripetibili circostanze spazio-temporali. 
Che si tratti del riverbero di un pianoforte o di una chitarra elettrica, di un sasso che percorre una tavola di legno o una ciotola di metallo, di voci indistinte che risuonano tra i pieni e i vuoti di un edificio, o ancora di una miniatura elettroacustica elaborata in studio – la piena essenza di un momento di ascolto, più che di azione, si rivela immediatamente in ciascuna iterazione del medesimo principio: l’accoglimento e la cura di un istante transitorio che non può andare perduto, e che nella registrazione sul campo trova il modo di sedimentarsi e rivivere.

Laddove altri artisti si rifugiano senza successo in uno studiato riduzionismo formale, nell’intima presunzione che un’atmosfera rarefatta sopperisca alla loro mancanza di idee, Fabio Perletta attua ogni volta una tabula rasa delle proprie intenzioni coscienti e si fa voce di quella semplicità non indotta che pertiene agli elementi naturali. Perciò la mutevole fascinazione di queste sedici “cornici” (poiché di quadri sarebbe improprio parlare) è quanto di più estraneo e al contempo accessibile la musica sperimentale abbia oggi da offrire, benché purtroppo siano in pochi a concedersi il lusso del silenzio e dell’introspezione necessari a riconoscerla.


The history of the arts – especially visual arts – teaches us that a draft is never just a draft: it contains all the potential of the completed work, its official outcome as well as any other semblance that, for some reason, it couldn’t or wouldn’t take on. Halfway between a logbook and an annual balance sheet, Fabio Perletta’s latest publication recovers and confers dignity of their own to the materials that may or may not have found a place in previous works (particularly Un fiocco di neve, from 2021), and it is precisely in the heterogenesis of its discrete components that it finds a surprising stylistic unity, perhaps the most evocative synthesis of the attitude that animates his entire production.

This extensive collection of solo (or rather, solitary) recordings are the evidence of a dissimilar, non-systematic practice, which more than ever can be rightfully defined as “expressive research”: Dove apparirà la polvere? [‘Where will the dust appear?’] encapsulates in the sober poetry of its title a predisposition towards the unexpected, a constant but radically selective attention towards the minuscule sound manifestations that everyday life collects, indeed like dust, on its surface.
Thus the intentional gesture, the conscious stroke of the artist will never place itself above what chance autonomously proposes, but rather will facilitate it, imitate its hidden and unsolicited dynamics, generating a happening that is only apparently lacking fulfillment but that, just like the reality it draws on, takes on meaning by way of a serene and impartial contemplation.

In approaching these fragments – as is always the case, in fact, with the 901 Editions catalogue – it is of fundamental importance to leave aside the traditional concept of music, even of sound art, and this because the same rigorous philosophical assumptions that inspire Perletta’s work lead him to clear the field of any ancillary conceptualism, leaving intact the bare essence of what the microphones have retained in specific, unrepeatable space-time circumstances.
Whether it is the reverberation of a piano or an electric guitar, a stone running across a wooden plank or a metal bowl, indistinct voices resonating between the solids and voids of a building, or even an electroacoustic miniature processed in the studio – the full essence of a moment of listening, rather than of action, is immediately revealed in each iteration of the same principle: the acceptance and care of a transient instant that cannot be lost, and that through field recording finds a way to sediment and live again.

Where other artists unsuccessfully take refuge in a studied formal reductionism, in the hidden presumption that a rarefied atmosphere can make up for their lack of ideas, Fabio Perletta each time enacts a tabula rasa of his own conscious intentions and makes himself the voice of that uninduced simplicity that pertains to natural elements. For this reason the mutable fascination of these sixteen “frames” (for it would be improper to speak of pictures) is as foreign yet accessible as experimental music has to offer today, although unfortunately few allow themselves the luxury of the silence and introspection that are necessary in order to recognise it.

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