Linnéa Talp – Arch of Motion

Thanatosis Produktion, 2022
experimental, drone


(ENGLISH TEXT BELOW)

Come le varie gradazioni cromatiche, una volta assommate, risultano nell’indeterminatezza di un non-colore, così si direbbe che, a un ideale punto di convergenza tra le tendenze che hanno rinvivito la sperimentazione acustica negli ultimi anni, corrisponda un’assenza di precise coordinate stilistiche, una sintesi formale capace di racchiudere in sé le anime del minimalismo, della “sacralità profana” e della pura fenomenologia sonora investigata dai decani outsider del secondo Novecento. È musica che alberga in uno spazio elusivo, fatuo a tal punto da carezzare appena l’incorporeità, e tuttavia vibrante di palpiti rari ad avvertirsi persino nel panorama delle nuove poetiche della riduzione.


Per tentare di trascrivere in parole l’opera prima di Linnéa Talp l’unico appiglio tematico convincente rimane, forse, la “sparizione autoriale” simulata da un numero sempre più nutrito di artisti che solo uscendo dal quadro, e dunque liberandosi dai personalismi, sembrano ormai trovare la strada per un’espressività realmente nuova, inusitata in quanto apparentemente non sollecitata. Da questa stessa filosofia prendono vita (propria) gli otto morceaux organistici di Arch of Motion, situati in quelle che Talp stessa individua come le istanze liminali della creazione sonora, là dove le colonne d’aria vengono filtrate dalle misure intermedie delle leve di registro.

Nel solco delle recenti immersioni microtonali di Éliane Radigue (“Occam XXV”) e del discepolo Lawrence English (Lassitude, Observation of Breath), la giovane compositrice svedese arriva in certi casi a spingersi ancora oltre nell’intento sottrattivo, tratteggiando figure spettrali cui nemmeno il controcanto umano – sia esso per tramite vocale oppure strumentale – sembra poter conferire lo spessore della veridicità. Così anche le più familiari polifonie drone non si danno mai come risolte, conservano un seppur ristretto margine di devianza tonale necessario a rendere indefiniti i contorni della dominante, di pari passo con le spontanee oscillazioni cui l’aria è soggetta nel suo spostamento disomogeneo lungo le canne.

Il preciso soppesamento della pressione esercitata sulle tastiere si riflette nell’altrettanto estrema accortezza, nel gusto raffinato che ispira gli occasionali ampliamenti dell’organico, con interventi spesso così delicati e simbiotici da confondersi nel flusso armonico intessuto da Talp. Ogni elemento a modo proprio, insomma, concorre a rafforzare il senso di pregna inconsistenza che rende così singolare questo breve esordio, il cui splendore contemplativo non si limita a una vaga evocatività atmosferica, ma interroga a fondo la natura di ciò che ascoltiamo e del suo multiforme, invero inesauribile potenziale percettivo.


Personnel: Linnéa Talp, pipe organ, modular synth; Christer Bothén, bass clarinet; Mariam Wallentin, vocals; Martin Küchen, flute; Mats Äleklint, trombone; Alex Zethson, grand piano; Mandus Almqvist Johansson, guitar


Just as the various shades of colour, once added together, result in the indeterminacy of a non-colour, so one might say that an ideal point of convergence between the trends that have revived acoustic experimentation in recent years corresponds to an absence of precise stylistic coordinates, a formal synthesis capable of encapsulating the souls of minimalism, “profane sacrality”, and the pure sound phenomenology investigated by the outsider doyens of the late 20th century. It is a music that inhabits an elusive space, fatuous to the point of nearly caressing incorporeality, and yet vibrating with stirrings that are rare to perceive even in the panorama of the new poetics of reduction.

In an attempt to put Linnéa Talp’s debut work into words, the only convincing thematic foothold remains, perhaps, the “authorial disappearance” simulated by an increasingly large number of artists who only by stepping out of the framework, and thus freeing themselves from personalism, now seem to find the way to a truly new expressiveness, unusual in that it appears unsolicited. From this same philosophy the eight organ morceaux on Arch of Motion take life (of their own), located in what Talp herself identifies as the liminal instances of sound creation, where the columns of air are filtered by the intermediate measures of the speaking stops.

In the wake of the recent microtonal immersions by Éliane Radigue (“Occam XXV”) and her disciple Lawrence English (Lassitude, Observation of Breath), the young Swedish composer sometimes goes even further in her subtractive intentions, sketching spectral figures to which not even the human counter-chant – be it vocal or instrumental – seems to be able to confer the depth of truthfulness. Thus, even the most familiar drone polyphonies are never resolved, retaining an albeit narrow margin of tonal deviance necessary to render the contours of the keynote indefinite, hand in hand with the spontaneous oscillations to which the air is subjected in its uneven movement along the pipes.

The precise weighing of the pressure exerted on the keyboards is reflected in the equally extreme shrewdness, in the refined taste that inspires the occasional expansions of the ensemble, with interventions that are often so delicate and symbiotic as to blend into the harmonic flow woven by Talp. In short, each element, in its own way, contributes to reinforcing the sense of pregnant insubstantiality that makes this short debut so singular, whose contemplative splendour is not limited to a vague atmospheric evocativeness, but deeply questions the nature of what we are listening to and its manifold, indeed inexhaustible perceptive potential.

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