Weekly Recs | 2020/19

Okkyung Lee – Yeo-Neun (Shelter Press, 2020)

Lawrence English – Lassitude (Room40, 2020)

Aperture – Live Recordings (Stray Signals, 2020)



Okkyung Lee – Yeo-Neun

Shelter Press, 2020 | contemporary classical


Il vivo splendore della musica di Okkyung Lee sembra risiedere nella sua innata indole a deviare da sterili revival classicisti, spingendo la propria arte oltre i confini della tradizione cameristica senza per questo rinunciare a una grazia spontanea e inequivocabile.
In quest’ottica Yeo-Neun rappresenta di certo un album importante ed emblematico per l’autrice sud-coreana, ma sarebbe fin troppo semplicistico attribuire il suo fascino inebriante soltanto all’impiego di strumenti che di fatto simboleggiano le armonie cristalline dell’età classica: attorno al violoncello, all’arpa (Maeve Gilchrist), al pianoforte (Jacob Sacks) e al contrabbasso (Eivind Opsvik) si dipanano infatti arrangiamenti tanto raffinati quanto curiosi e imprevedibili, in un estroso dinamismo che interessa in egual misura l’artigianato compositivo e l’esecuzione. 

Si potrebbe definire un elogio dell’insicurezza come spunto creativo, foriero di strategie oblique che conducano a esiti felicemente difformi: temi dall’incedere dinoccolato, melodie che appaiono come rifratte attraverso un prisma, equilibri instabili tra tonalità e mood che non risultano mai univoci, e in certi casi arrivano a essere addirittura antitetici. Ad esempio “In Stardust”, dove i placidi rintocchi d’arpa e pianoforte vengono turbati dagli strumenti a corde con scricchiolii, ottenuti con una pressione crescente dell’archetto al di là del ponticello; così anche nell’avanzamento più segnatamente orientaleggiante di “The Longest Morning”, interrotto da un bruitisme alla Lachenmann che sembra voler cancellare per un attimo l’ordine schematico dello spartito.

Spesso e volentieri è Lee a scompaginare in prima persona le sue creazioni, tramando pervasivi e vertiginosi lamenti in armonico naturale, ma a ben vedere le dieci tracce di Yeo-Neun appaiono concepite come un paziente e metodico gioco al massacro collettivo: in “Another Old Story” i pizzicati dell’arpa si riversano in un caotico fiume di note parcellizzate, mentre in “Facing Your Shadows” è Sacks ad affondare le mani nella cordiera del pianoforte, scoccando la scintilla di un’euforia quasi puerile che finisce per investire l’intero ensemble, in un interplay accelerato che va progressivamente sfaldandosi in deliranti solipsismi.

Dopo numerose collaborazioni in ambito free impro, in molti casi sotto l’egida della Tzadik di John Zorn, l’approdo di Okkyung Lee nel catalogo Shelter Press potrebbe diventare il passepartout per accedere a un pubblico sempre meno di nicchia: Yeo-Neun unisce sapientemente una garbata sperimentazione formale al più vibrante neoclassicismo contemporaneo, eludendo ancora una volta – e in maniera mirabile – gli stereotipi dell’odierna “new simplicity”.


The vivid splendor of Okkyung Lee‘s craft seems to reside in her innate disposition to deviate from sterile classicist revivals, pushing her art beyond the confines of the chamber music tradition without renouncing a spontaneous and unequivocal grace.
With this in mind, Yeo-Neun certainly represents an important and emblematic album for the South Korean author, but it would be all too simplistic to attribute its heady charm only to the use of instruments that in fact symbolize the crystalline harmonies of the classical era: arrangements as refined as they are curious and unpredictable unfold around the cello, the harp (Maeve Gilchrist), the piano (Jacob Sacks) and the double bass (Eivind Opsvik) in a whimsical dynamism that equally involves the compositional craftsmanship and the execution.

It could be defined as a eulogy of insecurity as a creative cue, harbinger of oblique strategies that lead to happily deviant outcomes: themes with a lanky gait, melodies as if refracted through a prism, unstable balances between tinges and moods that are never univocal and sometimes go as far as being antithetical. For example “In Stardust”, where the placid harp and piano strokes are disturbed by the creaking sounds of the strings, obtained with an increasing pressure of the bow beyond the bridge; and again in the more notably oriental-like advance of “The Longest Morning”, interrupted by a bruitisme of Lachenmann’s lineage that apparently intends to cancel for a moment the schematic order of the score.
Often and willingly, Lee herself disrupts her creations, weaving pervasive and dizzying laments in natural harmonic, but on closer inspection the ten tracks of Yeo-Neun look like they’ve been conceived as a collectively patient and methodical slaughter game: in “Another Old Story” the pizzicato of the harp pours into a chaotic stream of fragmented notes, while in “Facing Your Shadows” it is Sacks who delves his hands inside the piano’s body, lighting the spark of an almost childish euphoria that ends up investing the entire ensemble, in an accelerated interplay that gradually breaks up into raving solipsisms.

After numerous collaborations in the field of free improvisation, often under the aegis of John Zorn’s Tzadik imprint, Okkyung Lee’s debut in the Shelter Press catalogue could become the master key to access an audience becoming less and less of a niche: Yeo-Neun skilfully combines a gentle formal experimentation with the most vibrant contemporary neoclassicism, once again – and admirably so – evading the stereotypes of today’s “new simplicity”.


Lawrence English – Lassitude

Room40, 2020 | drone


Da sempre ricerca ed espressività vanno di pari passo nella produzione dell’australiano Lawrence English, la cui insaziabile attività di “sonologo” a tutto campo interessa anche la linea editoriale della sua Room40, da quasi vent’anni un crescente riferimento per la musica sperimentale.
Ma tra gli studi sull’ascolto puro radicati nel field recording e le sempre più soverchianti visioni drone – a oggi culminanti nelle estreme saturazioni di Cruel Optimism (2017) – mancava forse un così esplicito tributo ai pionieri che hanno informato la sua identità artistica. 

Éliane Radigue sta vivendo un tardivo ma doveroso riconoscimento per il suo contributo all’estetica drone elettronica – opere monumentali realizzate col solo utilizzo di sintetizzatori modulari. English omaggia l’influenza della decana francese unitamente all’opportunità di operare su un organo a canne dell’Ottocento, conservato presso l’Old Museum di Bowen Hills, vicino a Brisbane. Come molti compositori minimalisti prima di lui, English è attratto dalla nascosta molteplicità di sfumature che si può celare entro un tono continuo, e a maggior ragione nell’accumulo di risonanze concomitanti.
Nella prima suite, “Saccade (For Eliane Radigue)”, un’azione lenta e chirurgica sui registri dell’organo permette di oscillare in maniera impercettibile tra i microtoni di un bordone di crescente intensità, generando effetti psicoacustici che esigono alti volumi di riproduzione per poter essere apprezzati. Così, nell’arco di venti minuti, si dischiude un ampio spettro che trasforma la linearità e il nitore di una singola nota in una polifonia densa e incolore, un oggetto sonoro imponente che si nutre della sua stessa eco sfuggente.

Altrettanto rivelatorio il brano titolare, registrato in un solo take e senza successivi rimaneggiamenti in studio. Ispirato a un altro nume tutelare della drone music quale è Phill Niblock, “Lassitude” si sofferma risolutamente su un accordo assai più grave e in “giusta intonazione”, premendo sulla pedaliera e spostando con ancor maggiore cautela le leve di registro. La quasi totale fissità non è simulata ma espressamente voluta: ancora una volta è l’inevidente dialogo tra risonanze a custodire la ricchezza di dettaglio di una complessa anatomia tonale. Con questo studio sembra che English intenda ricavare lo pneuma, il “respiro” primordiale dell’organo, che dall’ingegno meccanico dell’uomo ottiene un miracoloso, sublimante dono di vita.

Lassitude è un’esperienza immersiva che non offre un comune appagamento uditivo, bensì chiede all’ascoltatore di prendere attivamente parte alla paziente ricerca di Lawrence English, in libera uscita dall’espressionismo fatalista degli ultimi lavori in studio per risalire alla radice fondamentale della sua multiforme sound art.


Research and expressiveness have always gone hand in hand in the production of Australian Lawrence English, whose insatiable activity as an all-round “sonologist” also affects the editorial line of his label Room40, for almost twenty years a growing reference for experimental music. But among the studies on pure listening rooted in field recording and the increasingly overwhelming drone visions – so far culminating in the extreme saturations of Cruel Optimism (2017) – perhaps there’s never been so explicit a tribute to the pioneers who informed his artistic identity.

Éliane Radigue is experiencing a late but well-deserved recognition for her contribution to the electronic drone aesthetics – monumental works created with the exclusive use of modular synthesizers. English pays homage to the influence of the French dean along with the opportunity to operate on a nineteenth-century pipe organ, preserved in the Old Museum in Bowen Hills, near Brisbane. Like many minimalist composers before him, English is attracted by the hidden multiplicity of shades that can be hidden within a continuous tone, and even more so in the accumulation of concomitant resonances. 
In the first suite, “Saccade (For Eliane Radigue)”, a slow and surgical action on the speaking stops of the organ allows to imperceptibly oscillate between the microtones of a drone growing in intensity, generating psychoacoustic effects that require a high playing volume in order to be appreciated. Thus, within twenty minutes, a wide spectrum unfolds which transforms the linearity and sharpness of a single note into a dense and colorless polyphony, an imposing sound object that feeds on its own elusive echo.

Equally revelatory is the titular piece, recorded in one take and without subsequent reworking in the studio. Inspired by another guru of drone music such as Phill Niblock, “Lassitude” resolutely dwells on a much lower and “justly intonated” chord, pressing on the bass pedals and shifting the stops with even greater caution. The almost total fixity is not simulated but deliberately chosen: once again it’s the unnoticed dialogue between resonances that holds the richness of detail of a complex tonal anatomy. With this study, English seemingly intends to derive the pneuma, the primordial “breath” of the organ which obtains a miraculous, sublimating gift of life from the mechanical ingenuity of man.

Lassitude is an immersive experience that doesn’t offer a common auditory satisfaction, but asks the listener to actively take part in the patient research of Lawrence English, momentarily departing from the fatalistic expressionism of his last studio works to trace the fundamental root of his manyfold sound art.


Aperture – Live Recordings

Stray Signals, 2020 | leftfield, dark ambient, post-rock


Cerchiamo di accorciare la distanza che il brusìo delle scene ufficiali, gli hype e gli algoritmi hanno interposto tra voi e la scoperta del duo Aperture – i fratelli Elisabetta ed Emanuele Porcinai -, primo progetto italiano a entrare nell’orbita Subtext con l’Lp d’esordio Threads (Other/Other, 2018).
La loro formula subdola e inclassificabile, mélange tra recitazione e sinistre suggestioni elettroniche, è l’esito di un processo creativo delocalizzato tra Italia e Germania che, in ultima analisi, garantisce un sano distacco dai materiali d’origine e lascia spazio all’intuizione inaspettata, inventando di volta in volta i dettagli di uno scenario nondimeno coerente nella sua seducente illusorietà.

La natura evanescente, quasi aleatoria di questo equilibrio sonoro rende l’esecuzione dal vivo una sfida stimolante ma insidiosa, alla quale il duo risponde nella maniera più sorprendente ed efficace. Benché, infatti, questa breve selezione da varie sessioni live riprenda tre brani del loro primo lavoro in studio, i contorni delle narrazioni cambiano di segno con inediti arrangiamenti strumentali per chitarra (Emanuele) e basso (Fred Brooks, anche all’elettronica).
Se Threads era un teatro assente popolato da figure indistinte, un sottile gioco di effetti chiaroscurali, i Live Recordings si tingono delle luci e dei colori artificiali della notte metropolitana, ispirando all’immaginazione visiva le sequenze di un cortometraggio ambientato in una stanza d’ospedale, una trama di ricordi sfilacciati inscritta nello sguardo immoto di un paziente in fase post-traumatica. 

Le nuances dei sussurri di Elisabetta portano ancora l’eco del trip-hop più introspettivo, stavolta però imbevuto di uno sfuggente spleen di lontana ascendenza post-rock (“All In Our Head”). A partire da una singola nota catturata in un loop vocale, l’elettronica mette sottovetro il bordone portante di “Helicopters”, la più mirabile sintesi delle nebbiose atmosfere che Aperture è capace di plasmare.
Eppure nello sviluppo improvvisato non sembra esserci un calcolo mirato a imbastire e alimentare un crescendo: esso sembra originare spontaneamente dalle tonalità riverberanti e dai feedback delle chitarre, all’occorrenza più melliflui ma capaci di rendersi opprimenti nel loro addensamento volumetrico, come una covata presaga di catastrofi indicibili. 

Quello che fu un incipit dalla profondità inscrutabile – “In These Awkward Voids” – assume qui in extremis un afflato sommesso e malinconico: è il recondito risvolto emozionale di un esercizio d’assenza che in sede live, inevitabilmente, si fa presenza.


Let’s try and shorten the distance that the buzz of the official scenes, the hype and the algorithms have interposed between you and the discovery of the duo Aperture – siblings Elisabetta and Emanuele Porcinai -, the first Italian project to enter the Subtext orbit with its debut LP Threads (Other/Other, 2018).
Their subtle and unclassifiable formula, a mélange of spoken word and sinister electronic suggestions, is the result of a creative process delocalized between Italy and Germany which, on closer inspection, guarantees a healthy detachment from the original materials and leaves room for unexpected intuition, inventing from time to time the details of a scenario nonetheless consistent in its seductive illusory nature.

The evanescent, almost random nature of this sound balance makes live performance a stimulating but insidious challenge, to which the duo responds in the most surprising and effective way. Although, in fact, this short selection from different live sessions takes up three tracks from their first studio work, the outlines of the narratives change their sign with brand new instrumental arrangements for guitar (Emanuele) and bass (Fred Brooks, also on electronics).
If Threads was an absent theatre populated by indistinct figures, a subtle play of chiaroscuro effects, Live Recordings tinges itself with the artificial lights and colors of the metropolitan night, inspiring the visual imagination to picture the sequences of a short film set in a hospital room, a plot of frayed memories inscribed in the motionless gaze of a post-traumatic patient.

The nuances of Elisabetta’s whispers still bring the echo of the most introspective trip-hop, although this time they’re imbued with an elusive spleen of vague post-rock ancestry (“All In Our Head”). Starting off a single note captured in a vocal loop, the electronics put under glass the main drone of “Helicopters”, the most admirable synthesis of the misty atmospheres that Aperture is able to shape. 
Yet in their improvised development there doesn’t seem to be a calculation aimed at basing and developing a crescendo: this latter rather seems to spontaneously originate from the reverberating tones and feedbacks of the guitars, more mellifluous when necessary but also capable of turning oppressive in their volumetric thickening, like a brood presaging unspeakable catastrophes.

What was an incipit of inscrutable depth – “In These Awkward Voids” – here ultimately takes on a subdued and melancholic afflate: it’s the hidden emotional downside of an exercise in absence that in the live context inevitably makes itself present.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...