Éliane Radigue – Occam Ocean 1 & 2

(ENGLISH TEXTS BELOW)
Recensioni originariamente pubblicate su Ondarock.it (1 / 2)

Éliane Radigue – Occam Ocean 1

★★★★☆
Shiiin, 2017
minimalism

Secondo Éliane Radigue, decana della composizione sperimentale francese, tutti noi siamo immersi in un oceano di copiose onde sonore che legano il nostro pianeta, il Sole e tutti gli altri sistemi e galassie che costituiscono l’universo. È stata investita da questa vertiginosa illuminazione negli anni Settanta, periodo in cui ha abbracciato la pratica buddhista incoraggiata dal mentore Terry Riley, pensiero e stile di vita che hanno continuato a nutrire la sua longeva ricerca attorno all’ampio spettro sub-armonico celato nei toni continui.

A un lungo periodo di esplorazione incentrata sulle potenzialità acustiche del sintetizzatore modulare ARP 2500 è seguita, alle soglie del nuovo millennio, una fase di ritorno alla composizione (senza partiture) per strumenti classici – o meglio, per strumentisti in quanto persone e anime singolari, coi quali instaurare un rapporto di dialogo percettivo e reciproca accoglienza.
Come per se stessa, ai musicisti che coinvolge Radigue non richiede particolare talento ma una ferrea disciplina, necessaria per ascoltare e riconoscere le particelle microtonali derivate da tecniche estese, intonazioni e accordature talvolta imperfette o inortodosse, ma utili a sondare i sottili filamenti di una musica “endogena” altrimenti irraggiungibile; un virtuosismo della pazienza, di una cura del suono prolungata nel tempo per dare origine a corpi sonori pienamente conformati pur nella loro apparente fissità.

Occam River I (excerpt)

“La semplicità è quanto di meglio ci sia”, si leggeva in un trattato del filosofo Guglielmo da Occam, che assieme alle molteplici forme dell’elemento acqua (oceani, torrenti, ruscelli sotterranei…) è l’ispiratore di questa serie senza termine prestabilito, aperta a qualunque musicista intenda prendervi parte con totale devozione. Rhodri Davies (arpa), Carol Robinson (birbynė, clarinetto) e Julia Eckhardt (viola), assieme alla violinista italiana Silvia Tarozzi, sono stati i primi a scegliere con Radigue un’immagine legata all’acqua che potesse rispecchiare l’immersione tra le pieghe nascoste dei loro strumenti.
A motivo dei presupposti teorici e della pratica intransigente adottata, i brani più affascinanti e rivelatori rimangono quelli per solista, capaci di trascendere la comune identità del medium sonoro e divenire casse di risonanza per le armonie che la compositrice aspira a raggiungere in senso assoluto, esteriore e interiore.

Il più efficace esercizio di riduzione è “Occam I”, dove l’arpa del gallese Davies viene utilizzata solamente su una corda di Re diesis, fatta vibrare con uno o due piccoli archetti; come nel corso dei millenni l’acqua ha definito i contorni di ciò che lambisce, così la stimolazione ininterrotta dello strumento opera una quieta e progressiva erosione che conduce il suono acustico a una biforcazione, producendo a tratti un effetto simile alle diplofonie del canto tuvano e degli estremismi vocali di Demetrio Stratos.
Più scarna e flebile “Occam III”, la meditazione di Carol Robinson al birbynė, strumento a fiato del folklore lituano: mantenendo un difficile controllo sull’intensità del soffio, la performer franco-americana raggiunge e alimenta acuti simultanei e indipendenti dalla nota centrale, tecnica simile alle perforanti distorsioni naturali del sassofono in ambito avant-jazz.

Occam IV (excerpt)

Principia in sordina anche la viola di Julia Eckhardt in “Occam IV” – sorta di aggiornamento del dittico scelsiano “L’Âme ailée / L’Âme ouverte” – solenne e maestosa nello spontaneo ampliarsi e diramarsi da una sola corda alla pienezza dell’accordo di Sol, soggetto in misura minima a screpolature nella non facile conservazione della tonalità originaria.
I brani in duo e trio, tuttavia, dimostrano con maggior evidenza le capacità di reciproco ascolto e comunanza nella definizione degli elementi acustici, come facce equivalenti di solidi geometrici perfetti, tracciati entro uno spazio acromo ove è possibile immaginare una prospettiva infinita e invisibile. In “Occam Delta II” il tremulo dialogo di clarinetto basso, viola e arpa, resi quasi indistinguibili, avvicina le avanguardie radicali di Antoine Beuger e dell’onkyo giapponese anelando a una mistica e sublime povertà.

Con la stessa coerenza che ha guidato gli anni di ricerca elettronica, Radigue giunge con Occam a una puntuale catalogazione del proprio pensiero musicale, un’estetica pura e primigenia nella quale alberga l’anima del suono artificiale, alfine pienamente ricondotto alla dimensione umana. Un compimento attraverso il quale l’etichetta parigina Shiiin dà avvio a una serie di pubblicazioni monografiche che si prospetta imprescindibile per chiunque sia interessato a sondare l’essere-tempo che costituisce il fulcro di molta parte della composizione sperimentale contemporanea.

Occam Delta II (excerpt)

Listen on Spotify


According to Éliane Radigue, a dean of French experimental composition, we are all immersed in an ocean of copious sound waves that bind our planet, the Sun and all the other systems and galaxies that make up the universe. She was hit by this dizzying epiphany in the seventies, a period in which she embraced Buddhist practices encouraged by her mentor Terry Riley, a style of thinking and living that continued to nourish her long-standing research around the wide sub-harmonic spectrum hidden in continuous tones.
A long period of explorations focused on the acoustic potential of the ARP 2500 modular synthesizer was followed, on the threshold of the new millennium, by a phase of return to composition (without scores) for classical instruments – or better, for instrumentalists as individuals and singular souls, with whom to establish a relationship of perceptive dialogue and mutual acceptance.
As for herself, the musicians involved with Radigue do not require particular talent as much as an iron discipline, necessary in order to listen and recognize the microtonal particles deriving from extended techniques, intonations and tunings that are sometimes imperfect or unorthodox, but useful for probing the thin strands of an “endogenous” music otherwise unattainable; a virtuosity of patience, a care for sound prolonged over time to give rise to fully conformed sound bodies, despite their apparent steadiness.

“Simplicity is the best there is” could be read in a treatise by philosopher William of Ockham, whom together with the multiple forms of the water element (oceans, torrents, underground streams…) is the inspirer of this series without a fixed time limit, open to any musician who intends to take part in it with total devotion. Rhodri Davies (harp), Carol Robinson (birbynė, clarinet) and Julia Eckhardt (viola), together with Italian violinist Silvia Tarozzi, were the first to choose with Radigue a water-related image that could reflect the immersion between the hidden folds of their instruments.
Because of the theoretical assumptions and the uncompromising practice adopted, the most fascinating and revealing pieces remain those for soloists, capable of transcending the common identity of the sound medium and becoming “echo chambers” for the harmonies that the composer aspires to achieve in an absolute sense, both exterior and interior.

The most effective reduction exercise is “Occam I”, where Davies’ harp is used solely on a D sharp string, vibrated with one or two small bows; as over the millennia the water has defined the contours of what it laps, so the uninterrupted stimulation of the instrument operates a quiet and progressive erosion that leads the acoustic sound to a bifurcation, producing at times an effect similar to the diplophonies of Tuvan throat singing and of the Demetrio Stratos’ vocal extremisms.
More gaunt and feeble is “Occam III”, Carol Robinson’s meditation on the birbynė, a wind instrument of Lithuanian folklore: painstakingly maintaining control over the intensity of her breath, the Franco-American performer reaches and sustains high notes which are simultaneous and independent of the main tone, a technique similar to the perforating natural distortions of the saxophone in the avant-jazz context.
Julia Eckhardt’s viola also starts off quietly in “Occam IV” – a sort of update of Giacinto Scelsi’s diptych “L’Âme ailée / L’Âme ouverte” –, solemn and majestic in the spontaneous expansion and branching from a single line to the fullness of a G chord, in part subject to small crackings in the uneasy preservation of the original tone.
The duo and trio pieces, however, demonstrate more clearly the ability of mutual listening and commonality in the definition of the acoustic elements, as equivalent faces of perfect geometric solids, traced within an achromatic space where an infinite and invisible perspective can be pictured. In “Occam Delta II” the tremulous dialogue of bass clarinet, viola and harp, made almost indistinguishable one from another, approaches the radical avant-garde of Antoine Beuger and the Japanese onkyo, yearning for a mystical and sublime poorness.

With the same consistency that has guided the years of her electronic research, with ‘Occam’ Radigue achieves a precise cataloging of her musical thought, a pure and primitive aesthetic in which dwells the soul of artificial sound, at last brought entirely back to its human dimension. A fulfillment through which the Parisian label Shiiin launches a series of monographic publications that promises to be essential for anyone interested in probing the being-time that constitutes the fulcrum of much of the contemporary experimental composition.


Éliane Radigue – Occam Ocean 2

★★★☆☆
Shiiin, 2019
drone

Arriva a un anno e mezzo di distanza il secondo volume della serie “Occam Ocean” dedicata all’omonima opera in divenire (2011–) di Éliane Radigue, “per natura incompiuta poiché non compibile”: un vero e proprio sunto della sua ricerca pluridecennale sul suono come entità autonoma e trascendente in quanto esautorata a priori dalla significazione.
Dopo alcuni brani per solisti (“Occam”), duo (“Occam River”) e trio (“Occam Delta”) è la volta di una lunga suite per orchestra, perciò propriamente intitolata all’oceano – “Occam Océan” (2015) –, vale a dire la maggiore superficie acquea presente sul pianeta.

L’esecuzione è affidata a una singolare formazione connazionale della compositrice, l’ONCEIM (Orchestre de Nouvelles Créations, Expérimentations et Improvisations Musicales) ideata e diretta da Frédéric Blondy, già responsabile dell’incisione di “Gruidés” di Stephen O’Malley, ma nel cui repertorio trovano posto anche rarità di autori d’area impro ed elettroacustica quali John Tilbury, Burkhard Beins e Jérôme Noetinger.
L’ensemble è anomalo già dalla strumentazione, che a fianco di archi e ottoni d’ordinanza include una fisarmonica, tre chitarre, cinque clarinetti e sei sassofoni. Come già in precedenza, tuttavia, l’impostazione e il fine ultimo della ricerca di Radigue non lasciano spazio all’identità più riconoscibile degli elementi, mirando piuttosto alla sommatoria di singoli toni “assoluti”, idealmente già compiuti in se stessi.

Dunque non vi è (o non intende esservi) una tensione drammatica nel graduale dispiegamento acustico dell’ONCEIM, se non per le sporadiche inflessioni sub-armoniche delle note sostenute che talvolta generano uno spettro di tonalità minore. Originanti in forma di colonne distinte e adiacenti, le voci degli strumenti vanno man mano confondendosi in stratificazioni che, da un’iniziale stasi – per quanto vacillante – transitano verso un moto apparente di gravitazione circolare: l’oceano diviene così l’autentico specchio del cosmo, fonte primordiale dei fenomeni sonori cui la pioniera francese ha da sempre teso l’orecchio e lo spirito.

Più affine al deep listening della comprimaria Pauline Oliveros e di Alvin Lucier che al misticismo delle monumentali orchestrazioni di Scelsi (“Quattro pezzi”) e del tardo Cage (number pieces), l’opera recente di Éliane Radigue si riconcilia con la dimensione umana della creazione sonora e insieme ne amplia a suo modo gli orizzonti, dimostrando con efficacia quanto potenziale ancora inespresso risieda nel Dna della strumentazione classica.

Listen on Spotify


Arrives a year and a half later the second volume of the “Occam Ocean” series dedicated to Éliane Radigue‘s work in progress (2011–), “by nature incomplete as it is unachievable”: a veritable summary of her decades-long research on sound as an autonomous and transcendent entity insofar as it is a priori exempted from signification.
After a few pieces for soloists (“Occam”), duo (“Occam River”) and trio (“Occam Delta”) now is the turn of a long suite for orchestra, therefore properly named after the ocean – “Occam Océan” (2015) –, meaning the largest water surface that can be found on our planet.

Its rendition is entrusted to a singular French formation, the ONCEIM (Orchester de Nouvelles Créations, Expérimentations et Improvisations Musicales) conceived and directed by Frédéric Blondy, formerly responsible for the recording of Stephen O’Malley‘s “Gruidés”, but in their repertoire can also be found rarities by authors of the impro and electroacoustic scene such as John Tilbury, Burkhard Beins and Jérôme Noetinger.
The ensemble is anomalous already in its instrumentation, which alongside the usual strings and brass includes an accordion, three guitars, five clarinets and six saxophones. As previously, however, the setting and the ultimate goal of Radigue’s research leave no room for the more recognizable identity of the elements, rather aiming at the sum of individual “absolute” tones, ideally accomplished in themselves.

So there is (or it’s not meant there to be) a dramatic tension in the ONCEIM’s gradual acoustic deployment, if not for the sporadic sub-harmonic inflections of sustained notes that sometimes generate a lower pitch spectrum. Originating in the form of distinct and adjacent columns, the voices of the instruments gradually blend into stratifications which, from an initial stasis – however faltering – shift to an apparent motion in the form of a circular gravitation: the ocean thus becomes the authentic mirror of the cosmos, the primordial source of the sound phenomena towards which the French pioneer has always stretched her ear and her spirit.

More akin to the ‘deep listening’ of her peers Pauline Oliveros and Alvin Lucier than to the mysticism of Scelsi’s monumental orchestrations (“Quattro pezzi”) or Cage’s late ‘number pieces’, Éliane Radigue’s recent works reconcile themselves with the human dimension of sound creation while broadening its horizons, effectively demonstrating how much untapped potential lies in the DNA of classical instrumentation.

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