Weekly Recs | 2020/20

Yair Elazar Glotman & Mats Erlandsson – Emanate (FatCat, 2020)

Jo David Meyer Lysne & Mats Eilertsen – Kroksjø (Hubro, 2020)

Aisha Orazbayeva – Music for Violin Alone (2020)



Yair Elazar Glotman & Mats Erlandsson – Emanate

FatCat, 2020 | chamber-drone


Il mondo ci ha implorato invano di rallentare la nostra corsa, fino a che non siamo stati costretti a farlo nella maniera più drastica che potessimo immaginare. Ma anche nel nostro consumismo culturale, molte volte, siamo stati richiamati alla riscoperta di una bellezza che può celarsi soltanto in una fruizione più lenta e profonda. 
Quello per la drone music, a mio parere, non è un gusto acquisito: si tratta soltanto di adottare un approccio differente all’ascolto, una volontà di trasformare l’orecchio in un terzo occhio col quale riconoscere forme e cromie sonore che custodiscono un potere espressivo atavico, finanche ultraterreno.

Oltre a ciò, la seconda collaborazione tra Yair Elazar Glotman e Mats Erlandsson riconferma la tendenza di molti autori ambient/drone al recupero della strumentazione classica – tra gli esempi più recenti la suite “Ricercar nell’ombra” di Emmanuel Holterbach –, come se anche nella sound art lo stradominio dell’elettronica stesse cedendo nuovamente il passo alla componente umana.
Già il precedente Negative Chambers (Miasmah, 2017) accoglieva un ampio organico di radice multietnica nel suggerire luoghi della mente avulsi da coordinate spazio-temporali, come una world music prima del mondo stesso. Con Emanate, invece, previe registrazioni di Glotman con zither e altri strumenti ad arco sono la materia prima di una duplice rielaborazione: dall’estensione e modulazione per via elettronica – ricorrendo anche a nastri analogici – la “partitura” risultante viene affidata a un quartetto misto formato da Lucy Railton (violoncello), Liam Byrne (viola da gamba), Simon Goff (violino) e Hilary Jeffery (trombone).

Benché difficilmente riconoscibile all’ascolto, le sezioni principali e i quattro interludi si dipanano secondo due traiettorie parallele e palindrome: le une incentrate ciascuna “su un approccio specifico all’armonia tonale – cordale o intervallare, contrappuntistico/canonico e melodico”, andando a mescolarsi e confondersi nella seconda metà; gli altri “sul decadimento e la densità variabile” di materiali percussivi elementari – un battito che sembra provenire dalla notte dei tempi, ulteriore richiamo a una dimensione sonora assoluta e pre-significante.
Esplicito, tra gli altri, il tributo alle orchestrazioni del maestro “ritrovato” Giacinto Scelsi, il cui misticismo tuttavia si intride di una vena malinconica insopprimibile e via via più insistente sino a sfociare, sul secondo lato, nella dolorosa eco neoclassica e tardo-romantica di Jóhann Jóhannsson, del quale Glotman ha recentemente ultimato il progetto/testamento Last and First Men.

Da un instabile equilibrio di drone microtonale, dunque, Emanate si deforma gradualmente attraverso uno specchio oscuro, in una copia alterata di sentimenti primari ai quali Glotman e Erlandsson attingono lateralmente ma con estrema efficacia: è tra gli esiti più affascinanti di una ricerca ancora in fieri che interessa tanto il suono quanto la sua mutevole percezione – sia essa spontanea o sapientemente indotta.


In vain the world has been begging us to slow down our rush, until we were forced to do it in the most drastic way imaginable. But also in our cultural consumerism, many times we’ve been urged to rediscover a kind of beauty that can only reside in a slower and deeper fruition.
In my opinion, drone music is not an acquired taste: it’s only a matter of adopting a different approach to listening, a desire to transform the ear into a third eye with which to recognize sound forms and colors that hold an atavistic, even otherworldly expressive power.

In addition to this, the second collaboration between Yair Elazar Glotman and Mats Erlandsson reconfirms the tendency of many ambient/drone authors resorting to classical instrumentation – among the most recent examples is Emmanuel Holterbach’s suite “Ricercar nell’ombra” -, as if also in sound art the predominance of electronics was once again giving way to the human element.
Their previous effort, Negative Chambers (Miasmah, 2017), already welcomed a vast multiethnic  organic suggesting places of the mind detached from space-time coordinates, like a ‘world music’ before the world itself. With Emanate, however, prior recordings made by Glotman with zithers and other bowed instruments become the raw material of a double reworking: from the extension and modulation by electronic means – using also analog tapes – the resulting “score” is entrusted to a mixed quartet formed by Lucy Railton (cello), Liam Byrne (viola da gamba), Simon Goff (violin) and Hilary Jeffery (trombone).

Although it’s hard to notice by listening alone, the main sections and the four interludes unfold according to two parallel and palindrome trajectories: the former ones focused each “on a specific approach to tonal harmony – chordal or intervallic, contrapuntal/canonic and melodic”, going on to blend indistinctly in the second half; the latter on “the degradation and variable density” of basic percussive materials – a beat that seems to arise from the dawn of time, a further reference to an absolute and pre-significant sound dimension.
An explicit tribute is made to the orchestrations of the “rediscovered” master Giacinto Scelsi, whose mysticism, however, is here imbued with an irrepressible melancholic vein that gradually gets more insistent until, on the second side, it results in the pained neoclassical and late-Romantic echo of Jóhann Jóhannsson, whose testamentary project Last and First Men has been recently completed by Glotman himself.

From an unstable microtonal drone balance, as if through a dark mirror Emanate gradually deforms into an altered copy of primary feelings to which Glotman and Erlandsson draw laterally but with extreme effectiveness: it’s one of the most fascinating results of a research still in progress that affects both sound and its ever-changing perception – be it spontaneous or expertly induced.


Jo David Meyer Lysne & Mats Eilertsen – Kroksjø

Hubro, 2020 | chamber-folk, ambient


Ogni disco pubblicato dall’etichetta norvegese Hubro può conquistare per un motivo nuovo e inaspettato, dall’entusiasmo provocato da uno sfrenato eclettismo alla delicata seduzione di un setting cameristico, in un dominio di libertà espressiva che pertiene in special modo all’attuale generazione scandinava. Nel caso di Kroksjø siamo di fronte a un lavoro eminentemente atmosferico ma tutt’altro che disimpegnato, a un singolare crocevia tra intimismo folk e manipolazione analogica.

Ne sono i firmatari il prolifico bassista Mats Eilertsen, ormai un veterano della label, e il chitarrista/sperimentatore Jo David Meyer Lysne – un anno fa all’esordio solista con Henger i luften (2019) -, i quali avevano già recentemente collaborato per Meander (Øra, 2017). Questo breve e inebriante Lp fa esplicito riferimento alle lanche (kroksjø), ossia i caratteristici laghi curvilinei presenti sul territorio norvegese, la cui toponomastica titola anche le singole tracce. 
Per indiretta associazione sinestetica, è il caldo e familiare scorrere della puntina tra i solchi del vinile a guidarci in una accogliente dimensione di dormiveglia acustica. Le sequenze in loop, gli arpeggi della chitarra acustica e le rotonde pulsazioni del contrabbasso invitano lo sguardo della mente a inseguire le traiettorie di un panorama placido e malinconico, pervaso di infinite sfumature verderame e risplendente dei bagliori solari tra le nuvole.

L’effetto cullante e ipnotico del “disco rotto” (“Lamyra”, “Ålykkja”) si alterna alla quiete bucolica di poesie sonore astratte, con digressioni alla Kim Myhr immerse in riverberi artificiali, eburnei toni statici di synth, acute vibrazioni metalliche, battiti e scricchiolii legnosi. Nella seconda metà dell’album si rende più presente anche il pizzicato di Eilertsen (“Snoensøya”, “Finna”), l’anima discreta della tradizione jazz e della sua reimmaginazione nordica, spirito delle foreste silenziose che costeggiano le distese lacustri più maestose della Terra.
Kroksjø condensa in trentadue minuti un inesauribile ecosistema di suggestioni che mandano aria pura ai polmoni e alla mente, invitando al viaggio con efficacia superiore a qualunque veduta aerea da brochure turistica.


Each album released by the Norwegian label Hubro can win you over for a new and unexpected reason, from the enthusiasm provoked by unbridled eclecticism to the delicate seduction of a chamber setting, in a domain of expressive freedom that pertains especially to the current Scandinavian generation. In the case of Kroksjø we are faced with an eminently atmospheric but far from disengaged work, a singular crossroads between folk intimism and analog manipulation.

Its authors are the prolific bass player Mats Eilertsen, now a veteran of the label, and guitarist/experimenter Jo David Meyer Lysne – a year ago at his solo debut with Henger i luften (2019) – both having recently collaborated on Meander (Øra, 2017). This brief and inebriating Lp makes explicit reference to the oxbow lakes (kroksjø) spread across the Norwegian territory, whose toponymy also titles the single tracks.
By indirect synesthetic association, it is the warm and familiar flow of the needle through the grooves of the vinyl that guides us in a cosy dimension of acoustic sleepiness. The loop sequences, the arpeggios of the acoustic guitar and the round pulsations of the double bass invite the gaze of the mind to follow the trajectories of a placid and melancholic panorama, pervaded by endless verdigris shades glowing under flares of sunlight in the clouds.

The lulling, hypnotic effect of the “broken record” (“Lamyra”, “Ålykkja”) alternates with the bucolic stillness of abstract sound poems, with digressions à la Kim Myhr immersed in artificial reverberations, ivory static synth tones, acute metallic vibrations, wooden beats and creakings.In the second half also surfaces Eilertsen’s pizzicato (“Snoensøya”, “Finna”), the discreet soul of the jazz tradition and its Nordic reimagination, spirit of the silent forests coasting the most majestic lakes on Earth.
In thirty-two minutes Kroksjø condenses an inexhaustible ecosystem of suggestions that send pure air to the lungs and the mind, an invitation to traveling much more effective than any aerial view from a tourist brochure.


Aisha Orazbayeva – Music for Violin Alone

self-released, 2020 | contemporary classical


Altre cronache dal distanziamento sociale, occasione per bilanci personali e artistici. Il solista rimane solo, lo spazio dell’esercitazione arriva a coincidere con quello della performance. Ma ancor più che altrove, nelle stanze private e nel pensiero di chi vive per la Musica non possono esistere gerarchie tra classicismo e contemporaneità: nasce così un libero excursus sul filo della storia, andata e ritorno tra sonate barocche, indagini microtonali e spettraliste, parziale autoritratto di un’interprete distintiva e appassionata.

Originaria del Kazakistan, la violinista Aisha Orazbayeva ha già partecipato a due produzioni della Another Timbre e assieme al pianista Mark Knoop ha vinto il Diapason d’Or per l’incisione del duo “For John Cage” di Morton Feldman. L’attualità del suo approccio allo strumento si esplica principalmente nel tentativo di portare in superficie suoni nascosti e addirittura inauditi, le tracce residuali di un archettare furioso ma dal carattere quasi fantasmatico.

Ne è il primo e il più evidente esempio il “Circular Bowing Study” (2012-2020) della compositrice e violinista gallese Angharad Davies, un frusciare rapido e ininterrotto su corde smorzate dalle quali trapelano frammenti armonici in pattern sfuggenti e imprevedibili. Una pratica che ha la sua diretta ascendenza nei ‘soundings’ del pioniere americano Malcolm Goldstein, dedicatario di altri due brani qui proposti: gli “Eight Whiskus” (1985) di John Cage – insidioso coacervo di pressioni e accenti cangianti su una semplice melodia – e “Koan” (1984) di James Tenney, bariolage tra una corda a vuoto e l’altra interessata da un’ascesa graduale e inesorabile attraverso tutti i semitoni. 

Come già esposto in maniera più drastica nell’album Telemann Fantasias (Prah, 2016), Orazbayeva attualizza brani secolari applicandovi con estrema sensibilità le tecniche estese introdotte dalle avanguardie del Novecento: qui il ‘Largo’ dalla terza Sonata in Do maggiore di Bach e “Alia Fantasia” di Nicola Matteis assumono soltanto un tratto meno marcato, un’evanescenza che ha il sapore di una fugace sottrazione alla loro epoca per incantare brevemente la platea moderna. Fa da ponte verso il ritorno al presente “Blurry Wake Song” (2019) di Oliver Leith, un lamento pacato e solitario che sfiora appena la dissonanza nel suo lento fraseggio, memore del fiddling di tradizione irlandese.

Orazbayeva chiude il cerchio della sua poetica con un brano proprio, uno studio sugli armonici interrotti o “mancati” risultanti dall’interazione tra l’archetto e una corda attorno alla quale viene spostato un anello. Il violino preparato in tal modo si trasfigura, sembra emettere l’ansito di un animale ferito: dopo una fase introspettiva – sorta di riflessione della musica su se stessa –, la sperimentazione sonora ritorna alla mìmesis del reale, quella “ecologia” cara a Sciarrino e che può ancora manifestarsi in forme inedite e inattese.


More chronicles of social distancing, an occasion for personal and artistic reviews. The soloist ends up alone, the training space coincides with that of the performance. But even more than elsewhere, in the private rooms and the mind of those who live for Music, there can be no hierarchies between classicism and contemporaneity: thus arises a free excursus on the thread of history, a round trip between baroque sonatas, microtonal and spectralist investigations, the partial self-portrait of a distinctive and passionate interpreter.

Originally from Kazakhstan, the violinist Aisha Orazbayeva has already taken part in two Another Timbre productions and together with pianist Mark Knoop has won the Diapason d’Or for their recording of Morton Feldman‘s duo “For John Cage”. The relevance of her approach to the instrument is mainly expressed in the attempt to bring hidden and even unheard of sounds to the surface, the residual traces of a furious bowing with an almost phantasmatic character.

The first and most evident example is the “Circular Bowing Study” (2012-2020) by Welsh composer and violinist Angharad Davies, a rapid and uninterrupted rustling on muffled strings from which harmonic fragments leak in elusive and unpredictable patterns. A practice that has its direct ancestry in the ‘soundings’ of the American pioneer Malcolm Goldstein, dedicatee of two other pieces offered here: John Cage‘s “Eight Whiskus” (1985) – an insidious mixture of changing pressures and accents on a simple melody – and James Tenney’s “Koan” (1984), bariolage between an empty string and another affected by a gradual and inexorable rise through all its semitones.

As already and more drastically shown in the album Telemann Fantasias (Prah, 2016), Orazbayeva brings secular pieces up to date by applying to them – with utmost sensitivity – the extended techniques introduced by the avantgardes of the twentieth century: here the ‘Largo’ from Bach‘s third Sonata in C major and Nicola Matteis’ “Alia Fantasia” just take on a less marked trait, an evanescence that feels like a fleeting subtraction from their time to briefly enchant the modern audience. Acting as a bridge back into the present is Oliver Leith‘s “Blurry Wake Song” (2019), a calm and solitary lament that barely borders on dissonance in its slow phrasing, reminiscent of traditional Irish fiddling.

Orazbayeva closes the circle of her poetics with a piece of her own, a study on the interrupted or “failed” harmonics resulting from the interaction between the bow and a string around which a ring is being shifted. Thus prepared, the violin transfigures itself, imitating the wheezing breath of an injured animal: after an introspective phase – in a way, music reflecting on itself -, the sound experimentation returns to the mimesis of reality, that “ecology” so dear to Sciarrino and which can still manifest itself in unusual and unexpected forms.

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