Jóhann Jóhannsson & Yair Elazar Glotman – Last and First Men

Deutsche Grammophon, 2020
modern classical, dark ambient

(ENGLISH TEXT BELOW)

Un discreto numero di uscite postume ci ha condotto passo passo al progetto finale – forse davvero il più completo e ambizioso – della carriera di Jóhann Jóhannsson, tristemente venuto a mancare nel febbraio del 2018. Un documentario da regista e la relativa colonna sonora, presentati nella loro prima versione l’anno precedente al Manchester International Festival, ente commissionatore assieme al Barbican Centre di Londra e alla Sydney Opera House: successivamente il maestro islandese ne ha voluto ridimensionare, in qualche modo asciugare la ricca partitura orchestrale con l’aiuto del contrabbassista e compositore Yair Elazar Glotman, che in seguito al prematuro decesso ha assunto il ruolo di “archivista” e direttore del progetto musicale, rispettando le linee guida e la visione artistica del suo artefice.
Perciò la pubblicazione discografica ufficiale a marchio Deutsche Grammophon reca necessariamente la firma di entrambi, ma Last and First Men è a tutti gli effetti la chiusura del cerchio – per quanto imperfetta e putativa – sulla produzione di uno tra gli autori più prestigiosi e apprezzati del nostro tempo.

Interprete esemplare di una composizione stilisticamente e fattivamente “cinematica”, Jóhannsson non si è scoperto cineasta fin quando ha trovato un soggetto che ne rispecchiasse appieno l’immaginazione visiva e sonora, la sensibilità, le ispirazioni di una vita. Il suo esordio dietro la macchina da presa era destinato a divenire un’opera plurale, un compendio inclassificabile tra indagine architettonica, narrazione fantascientifica e pura esperienza estetica. 
Sulla scorta delle iconiche ricognizioni fotografiche di Jan Kempenaers, l’efficace metafora messa in scena da Jóhannsson per rappresentare la scomparsa (reale o ipotetica) dell’umanità è quella dei monumenti brutalisti disseminati sul territorio dell’ex-Jugoslavia: i cosiddetti ‘Spomenik’ sono muti vessilli logorati ma non cancellati dalle intemperie, scolpiti nel grigiore funzionale del cemento per confondersi con e resistere alla polvere della storia. Assieme alla regista norvegese Sturla Brandth Grøvlen il compositore ha trascorso un mese in viaggio per i Balcani, riprendendo le rigorose geometrie di questi colossi da angolature inusuali, spesso muovendo dal basso in direzione della tersa superficie del cielo per accentuarne l’originario intento celebrativo, tanto solenne quanto in ultima istanza fallimentare. 

Tali desolati scenari post-sovietici fanno da sfondo a una selezione di estratti dall’eponimo romanzo di Olaf Stapledon, pubblicato nel 1930 – tradotto in italiano col titolo “Infinito” -: un’insolita e grottesca “antropologia del futuro” incentrata sulla progressiva colonizzazione del sistema solare, attuata nell’arco di due miliardi di anni a partire dal (non più) presente. Il tono sardonico e pseudo-scientifico del racconto, prototipo dei successivi e più fortunati Arthur C. Clarke e Douglas Adams, fu da subito affidato alla glaciale delivery di Tilda Swinton, non inclusa in questa versione interamente strumentale dell’opera.
La ricostruzione e la susseguente incisione della partitura rimaneggiata ha finito con l’estendersi a un gruppo di fedeli collaboratori di Jóhannsson, tra cui la sempre più premiata Hildur Guðnadóttir, Colin Stetson, i Theatre of Voices (già elemento distintivo della soundtrack per “Arrival”) e l’assistente arrangiatore Viktor Orri Árnason, importante riferimento per la scena neoclassica islandese. Nelle parole di Glotman, “Last and First Men ha offerto a coloro che hanno lavorato con Jóhann un modo per contribuire al suo ultimo progetto. È stata un’opportunità, per me e per gli altri, di elaborarne la perdita”.

© Sturla Brandth Grøvlen

Benché negli anni di maggior riconoscimento internazionale Jóhannsson si fosse sempre più spesso misurato con la descrizione sonora di scenari minacciosi, in questo caso è più che mai lecito – e in alcuna misura pretestuoso – parlare di un’atmosfera crepuscolare, dove tutte le parti coinvolte sembrano manifestarsi appena e subito ritornare nel nulla, presenze laconiche al servizio di un’espressione musicale circonfusa di un’aura misteriosa e inafferrabile.
Gli archi sfiorano le corde mestamente, pressoché esenti da vibrato, come a oggettivare l’enfasi potenziale delle melodie tracciate sul pentagramma; più diafani e umbratili che mai anche gli interventi del sassofono di Stetson, in tempi recenti ugualmente impegnato nella scrittura per il cinema – con esiti a dire il vero poco brillanti. I cori vocalici e asemantici – specie negli ultimi passaggi, ancora una volta memori delle lallazioni ataviche di Meredith Monk – seguono traiettorie molteplici senza giungere mai davvero a un approdo comune, come filamenti di una memoria linguistica ed emotiva prossima a sfiorire.

Movimenti apparentemente incorporei, talvolta appena accennati, costituiscono una sequenza di singole e uniformi pennellate, stesure di un impasto bigio e senza vita che solo in certi momentanei addensamenti riescono a far affiorare quel distintivo afflato malinconico che ha reso Jóhannsson un precursore e un faro illuminante della nuova generazione modern classical
Last and First Men è un’uscita di scena volutamente tratteggiata senza orpelli né poetismi, un estremo understatement che proprio per la sua tendenza a scomparire nel secondo piano percettivo richiede uno sforzo ulteriore da parte dell’ascoltatore, pena lasciarsi sfuggire l’essenza e la nascosta qualità di quello che per forza di cose si è configurato come un autentico testamento artistico.


A fair number of posthumous releases led us step by step to the final project – perhaps really the most complete and ambitious – in the career of Jóhann Jóhannsson, who sadly passed away in February 2018. A documentary directed by himself and its relative soundtrack, presented in their first version the previous year at the Manchester International Festival, commissioning body together with the Barbican Center and the Sydney Opera House: subsequently the Icelandic maestro decided to downsize it, in a way to dry up the rich orchestral score with the help of the double bass player and composer Yair Elazar Glotman who, following the premature death, took on the role of “archivist” and director of the music project, respecting the guidelines and the artistic vision of its creator.
Therefore the official record publication by Deutsche Grammophon necessarily bears the signature of both, but Last and First Men is in all respects the closure of the circle – however imperfect and putative – on the production of one of the most prestigious and appreciated authors of our time.

An exemplary interpreter of a stylistically and factually “cinematic” form of composition, Jóhannsson didn’t discover himself as a filmmaker until he found a subject that fully reflected its visual and sonic imagination, his sensitivity and the inspirations of a lifetime. His debut behind the camera was destined to become a plural work, an unclassifiable compendium between architectural investigation, science fiction narrative and pure aesthetic experience.
On the basis of Jan Kempenaers’ iconic photographic reconnaissance, the effective metaphor staged by Jóhannsson to represent the (real or hypothetical) disappearance of humanity is that of the brutalist monuments scattered across the territory of former Yugoslavia: the so-called ‘Spomenik’ are mute vessels worn but not erased by weathering, sculpted in the functional grayness of concrete to blend in and endure the dust of time. Together with Norwegian director Sturla Brandth Grøvlen, the composer spent a month traveling the Balkans, filming the rigorous geometries of these behemoths from unusual angles, often moving from the ground in the direction of the clear sky surface to accentuate their original celebratory intent, much as solemn as ultimately unsuccessful.

© Sturla Brandth Grøvlen

Such desolate post-Soviet scenarios act as the background to a selection of extracts from the eponymous novel by Olaf Stapledon, originally published in 1930: an unusual and grotesque “anthropology of the future” centered on the progressive colonization of the solar system, brought forth over the course of two billion years starting from the (no longer) present. The sardonic and pseudo-scientific tone of the story, prototype of later and more fortunate authors like Arthur C. Clarke and Douglas Adams, was immediately entrusted to Tilda Swinton’s glacial delivery, not included in this entirely instrumental version of the work.
The reconstruction and the subsequent recording of the remodeled score ended up being extended to a group of faithful collaborators of Jóhannsson, including the multi-award-winning Hildur Guðnadóttir, Colin Stetson, the Theatre of Voices (already a distinctive element of the soundtrack for “Arrival”) and assistant arranger Viktor Orri Árnason, an important reference for the Icelandic neoclassical scene. In Glotman’s words, “Last and First Men offered a way for those who’d worked with Jóhann to contribute to his last project. It was an opportunity for me, and others, to deal with his loss”.

Although in the years of wider international recognition Jóhannsson had increasingly measured himself with the sound description of threatening scenarios, in this case it is more legitimate than ever – and not at all specious – to speak of a crepuscular atmosphere, where all the parties involved seem to just manifest themselves and immediately return back to nothingness, laconic presences at the service of a musical expression circumfused by a mysterious and elusive aura.
The bows touch the strings ruefully, almost without vibrato, as if to objectify the potential emphasis of the melodies outlined on the pentagram; more diaphanous and shady than ever are also the interventions of Stetson’s saxophone, in recent times equally committed to film music – with not so bright results, to be fair. The vocalic and asemantic choirs – especially in the last passages, once again mindful of Meredith Monk’s atavistic lallations – follow multiple trajectories without ever really reaching a common landing, like filaments of a linguistic and emotional memory that is about to fade away.

Apparently incorporeal movements, sometimes barely hinted at, constitute a sequence of single and uniform brushstrokes, drafts of a grizzly and lifeless paste that only in certain momentary thickenings manage to bring out the distinctive melancholy afflatus that made Jóhannsson a precursor and a guiding light for the new generation of modern classical.Last and First Men is a departure from the scene intentionally hatched without frills or poetry, an extreme understatement which, precisely because of its tendency to disappear into a secondary perceptive plane, it requires an additional effort on the part of the listener, under penalty of missing the essence and the hidden quality of what necessarily turned out to be an authentic artistic testament.

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