Weekly Recs | 2020/10

Sibusile Xaba – NGIWU SHWABADA (Komos, 2020)

Thomas Kӧner – Motus (Mille Plateaux, 2020)

Jan Martin Smørdal – Choosing to Sing (Sofa, 2020)

Nick Storring – My Magic Dreams Have Lost Their Spell (Orange Milk, 2020)



Sibusile Xaba
NGIWU SHWABADA

Komos, 2020 | mbaqanga, avant-jazz/rock


In un panorama di contaminazioni ethno-world spesso posticce e insincere, atte a smuovere le acque di una creatività stantia con qualche esotismo a buon mercato, il percorso artistico stoicamente afro-centrico di Sibusile Xaba brilla di un’autenticità rara e, proprio per questo, oltremodo eccitante. Ancor più scioccante è scoprirlo con un secondo album-fiume come NGIWU SHWABADA, registrato in una singola sessione ininterrotta nel maggio del 2019: un eccentrico e indimenticabile viaggio di ottanta minuti abbondanti nell’alterità espressiva del mbaqanga, stile d’ascendenza Zulu che ha modificato le tendenze della musica sudafricana a partire dagli anni 60.

Per sopperire alla scarsa familiarità di tutti noi con questa tradizione, nonché per fornire qualche utile elemento di curiosità, vi invito a immaginare una cornucopia di riff elettrici, in genere piuttosto dinamici e non di rado tortuosi, introdotti in una circolarità di stampo minimalista sulla quale si inscrive poi un cantato loquace e istrionico dalla potenza paragonabile a quella della star anglo-ghanese Benjamin Clementine. La struttura iterativa dei brani accentua il senso d’ipnosi indotto dall’indecifrabile e autoriferito flusso di pensiero di Xaba, che si pone con estrema sicurezza di sé al centro della scena per narrare un’interiorità che si fa musica senza apparenti intermediari concettuali.

Il transitorio romanticismo di “MVELO” e il quieto arpeggiato della title track rispondono con maggior evidenza all’accorata dedica dell’autore “ai [suoi] avi per tutto l’amore, le benedizioni e la guida che continuano a offrire”: e un’anomala forma di spiritualità, difatti, è certamente il tratto più distintivo delle sue declamazioni a gran voce, simbioticamente allineate alle contorte geometrie della chitarra in clean.
L’inserto in piena libertà formale e para-linguistica “UMNDENI” anticipa il gran finale in duo con il sassofonista Shabaka Hutchings: in “PHEFUMULA” (inclusa solo nella versione digitale e su doppio Lp) certe inflessioni free jazz sino a qui latenti vengono del tutto a galla, ammassate nell’arco di venti minuti di pura improvvisazione, tra un inconsulto cantato scat, scordature in tempo reale e scomposti arabeschi alla Peter Brötzmann.

Sinora per netto distacco la rivelazione più considerevole dell’anno, Sibusile Xaba è a un passo dal divenire un memorabile ospite dei principali festival alternativi mondiali, dopo aver già conquistato Le Guess Who? e il Roskilde negli scorsi anni. Anche senza godere della sua vibrante presenza, comunque, NGIWU SHWABADA ci offre una potente approssimazione del portato emotivo che la performance live saprà indubbiamente garantire.


In a panorama of often phony and insincere ethno-world contaminations, apt to move the waters of a stale creativity with some cheap exoticism, the stoically afro-centric artistic path of Sibusile Xaba shines with a rare and, for this reason, extremely exciting authenticity. It’s even more shocking to discover him with a second, river-like album as NGIWU SHWABADA, recorded in a single uninterrupted session in May 2019: an eccentric and unforgettable eighty-minute journey in the expressive otherness of mbaqanga, a style of Zulu ancestry that has changed South African music trends since the 1960s.

To make up for the lack of familiarity of us all with this tradition, as well as to provide some useful element of curiosity, I invite you to imagine a cornucopia of electric riffs, generally rather dynamic and often tortuous, inserted in a minimalist circularity on which is then inscribed a loquacious and histrionic chanting whose power could be compared to that of the Anglo-Ghanaian star Benjamin Clementine. The iterative structure of the tracks accentuates the sense of hypnosis induced by Xaba’s indecipherable and self-centered flow of thought, which places itself with extreme confidence at the center of the scene to narrate an interiority that turns into music apparently without any conceptual intermediaries.

The transient romanticism of “MVELO” and the quiet arpeggios of the title track respond with particular clarity to the author’s heartfelt “dedication to [his] ancestors for all the love, blessings and guidance they continue to share”: and an anomalous form of spirituality, in fact, is certainly the most distinctive feature of his loud declamations, symbiotically aligned with the twisted geometries of the clean guitar.
The complete formal and para-linguistic freedom of “UMNDENI” anticipates the grand finale in duo with saxophonist Shabaka Hutchings: in “PHEFUMULA” (included only in the digital version and on the double LP) certain free jazz inflections so far latent come to the surface at once, amassed within twenty minutes of pure improvisation, between a rash scat singing, real-time detunings and disjointed arabesques à la Peter Brötzmann.

As of now, and by far, the most consistent revelation of the year, Sibusile Xaba is one step away from becoming a memorable guest of the world’s leading alternative festivals, having already conquered Le Guess Who? and Roskilde in the past few years. Even without the advantage of his vibrant presence, however, NGIWU SHWABADA offers us a powerful approximation of the emotional outcome that the live performance will undoubtedly grant.


Thomas Kӧner
Motus

Mille Plateaux, 2020 | dark ambient/electronic


Thomas Kӧner è da sempre l’interprete del substrato profondo, della dimensione sottocutanea, del suono inapparente e irraggiungibile dall’orecchio umano senza l’ausilio di strumenti in grado di captarlo e alterarlo. Finché un esponente di tale sensibilità e immaginazione sonora rimane in azione, Mika Vainio può certamente riposare in pace: mi è infatti impossibile non associare questo Motus – ritorno di Kӧner su Mille Plateaux dopo oltre quindici anni – alle incarnazioni più astratte del compianto guru finlandese, sebbene qui scompaiano totalmente dal quadro le puntillistiche frequenze alte in forma di glitch che costituivano il tessuto ritmico del suo cinereo universo minimal-techno. 

Nonostante la matrice sintetica immediatamente riconoscibile, l’ultimo album di Kӧner sembra intrattenere un legame diretto con la corporeità, con i flussi e le pulsazioni organiche che, non visti, accompagnano ogni istante dell’esistenza umana e animale. È infatti da questi elementi che, da un punto di vista evolutivo, ha origine la percezione e la riproduzione esteriore delle componenti ritmiche: ognuna di esse è sostanzialmente un derivato del battito cardiaco, dai più rudimentali oggetti percussivi alle moderne drum machines. 
Nelle note al disco Kӧner si lascia sedurre da uno scenario futuribile in cui non siano più le rassicuranti progressioni melodiche e le stordenti formule ritmiche a dominare le sale da ballo e i concerti da stadio, magari inquinati da sostanze allucinogene che invece di accentuarne il portato sensoriale finiscono per condurre l’individuo al di fuori dell’esperienza stessa, lontano dalla propria interiorità. 

In questo senso, forse, Motus rappresenta l’utopico anelito a una electronic body music propriamente detta, un design sonoro che rispecchi fedelmente l’essenza materica nella quale siamo forgiati, senza applicarvi ulteriori e artificiose sovrastrutture emotive. Con questo spirito vale la pena di immergersi – il verbo è quantomai appropriato – in una tra le opere più sottilmente vitali e ricche di sfumature del maestro tedesco.


Thomas Kӧner has always been the interpreter of the deep substrate, of the subcutaneous dimension, of sounds inapparent and unattainable from the human ear without the aid of tools capable of capturing and altering it. As long as an exponent of this sensitivity and sonic imagination remains in action, Mika Vainio can certainly rest in peace: in fact it’s impossible for me not to associate Motus – Kӧner’s return to Mille Plateaux after more than fifteen years – with the more abstract incarnations of the late Finnish guru, although here the pointillistic high frequencies in the form of glitches that constituted the rhythmic fabric of his ashen minimal-techno universe completely disappear from the picture.

Despite the immediately recognizable synthetic matrix, Kӧner’s latest album seems to have a direct link with corporeity, with the organic flows and pulsations that, unseen, accompany every moment of human and animal existence. It is in fact from these elements that, from an evolutionary point of view, the perception and the external reproduction of the rhythmic components originate: each of them is basically a derivative of the heartbeat, from the most rudimentary percussive objects to modern drum machines. 

In his notes to the album Kӧner lets himself be seduced by a futuristic scenario in which the reassuring melodic progressions and the mind-numbing rhythmic formulas no longer dominate the ballrooms and stadium concerts, sometimes also polluted by hallucinogenic substances that, instead of accentuating the sensory range, end up leading the individual out of the experience itself, away from his own interiority.
In this sense then, perhaps, Motus represents the utopian longing for an actual electronic body music, a sound design that faithfully reflects the essence of matter in which we are forged, without applying further and artificial emotional superstructures to it. In this spirit it is worthwhile to immerse yourself – the verb is more appropriate than ever – into one of the most subtly vital and richly nuanced works of the German master.


Jan Martin Smørdal
Choosing to Sing

Sofa, 2020 | contemporary classical, experimental


Ammettiamo per un attimo che in musica si sia davvero già detto tutto: in tal caso come alternativa ci rimarrebbe soltanto il silenzio – in verità irrealizzabile –, o forse un’ultima possibilità di immaginare ed esprimere l’indicibile? Lo scenario ipotizzato da Jan Martin Smørdal è per l’appunto un teatro di ombre strumentali, una spettrale “musica dopo la musica” che nonostante tutto si ostina a manifestarsi (Choosing to Sing), quand’anche prossima all’afonia.

La prima pubblicazione monografica del compositore norvegese, recante la garanzia del marchio nazionale Sofa, non poteva che essere affidata alle singolari capacità esecutive della formazione di cui lo stesso Smørdal è membro stabile, ovvero l’Ensemble neoN, già protagonista un anno fa di un interessante album chamber-drone edito da Hubro, con due brani estesi di Phill Niblock e Catherine Lamb. Alla line-up originaria si aggiunge il trombettista Eivind Lønning, metà del duo Streifenjunko e partecipe di numerosi gruppi tra cui la European Jazz Orchestra e la Trondheim Jazz Orchestra.

Lo sforzo di Smørdal e del suo organico, dunque, è quello di agire sul filo di una sofferta inespressività, oscillando tra i due estremi nei quali essa può configurarsi con pari efficacia: da un lato, ad esempio, il diafano scivolamento atonale di un arco sulle corde, o il respiro senza chiave nella bocca di un clarinetto o di un ottone; dall’altro la completa dissonanza, l’espansione volumetrica delle sorgenti acustiche in conformazioni caotiche e talvolta fragorose, simili a quelle riscontrabili negli habitat naturali più ostili e incontaminati. 

Bordoni lineiformi, cadenze spezzate e fuori fase, unisoni riduzionisti e accumulazioni ipertrofiche: le direttive fornite dal compositore in questi otto movimenti sembrano volte a ribadire la matrice primaria del suono in quanto elemento dall’esistenza autonoma e infinitamente sfaccettata, conducendoci a indagare “l’apparente mancanza d’ordine necessaria affinché qualcosa si riveli essere significativo”. Con ciò dimostrando, una volta di più, che l’oggettivazione dell’espressione artistica non è che una figura retorica, poiché anche il più radicale tentativo di “non-dire” è destinato a risolversi in un vano esercizio d’assenza, dal quale potranno sempre sprigionarsi immagini e sensazioni riconducibili all’esperienza di ciascuno.


Let us assume for a moment that everything actually has already been said in music: in this case, as an alternative would we have only silence – in reality impossible to achieve – or perhaps a last chance to imagine and express the unspeakable? The scenario hypothesized by Jan Martin Smørdal is precisely a theater of instrumental shadows, a ghostly “music after music” that despite everything insists on manifesting itself (Choosing to Sing), even if it borders on aphonia.

The Norwegian composer’s first monographic release, bearing the guarantee of the national label Sofa, could only be entrusted to the singular executive capacities of the formation of which Smørdal himself is a permanent member, the Ensemble neoN, a year ago the protagonist of an interesting chamber-drone album published by Hubro, with two extended tracks by Phill Niblock and Catherine Lamb. In addition to the original line-up is also the trumpeter Eivind Lønning, half of the duo Streifenjunko and a participant in numerous groups including the European Jazz Orchestra and the Trondheim Jazz Orchestra.

The effort of Smørdal and his staff, therefore, is to act on the thread of a pained inexpressiveness, oscillating between the two extremes in which it can configure itself with equal effectiveness: on the one hand, for example, the diaphanous atonal sliding of a bow on the strings, or the keyless breathing in the mouth of a clarinet or brass; on the other hand, a full dissonance, the volumetric expansion of the acoustic sources in chaotic and sometimes thunderous conformations, similar to those found in the most hostile and uncontaminated natural habitats.

Linear drones, broken and out-of-phase cadences, reductionist unisons and hypertrophic accumulations: the directives provided by the composer in these eight movements seem to reaffirm the primary matrix of sound as an element whose existence is autonomous and infinitely multifaceted, leading us to investigate “the seemingly lack of order that is necessary for something to emerge as meaningful”. With this demonstrating, once again, that the objectivation of artistic expression is only a rhetorical figure, since even the most radical attempt to “not say” is destined to result in a vain exercise in absence, from which images and sensations attributable to anyone’s experience can always surface.


Nick Storring
My Magic Dreams Have Lost Their Spell

Orange Milk, 2020 | experimental electronic, post-classical


Conoscendo a grandi linee le coordinate estetiche care a Seth Graham e Keith Rankin, fondatori dell’etichetta Orange Milk, non mi aspettavo di ritrovarmi tra le mani un album che comincia nel completo silenzio, e che a partire da esso sciorina lussureggianti volute orchestrali, benché apparentemente di natura “sintetica”. Ma è proprio questa tavolozza che contraddistingue – pur in coerenza col catalogo che lo precede – l’immaginario gentilmente surreale dell’ultimo album di Nick Storring, già edito dalla stessa label nel 2014 con la cassetta Endless Conjecture.

My Magic Dreams Have Lost Their Spell è un anomalo ed elusivo saggio di metafisica del significante classico, una sinfonia assente e dell’assente: nel suo orizzonte tutto sarebbe in teoria possibile ma ben poco è concesso laddove, tra lo scheletro di un tema pseudo-wagneriano  (“Pretending You And I”) o pennellate sparse memori del Fauno di Debussy, qua e là si infiltrano venature puramente elettroniche e altri sottili elementi di disturbo – tapping di chitarre, sfregamenti e percussioni in miniatura.

In questo modo Storring ordisce un graduale processo di sfaldamento della già fragile rete spazio-temporale, sino a lasciar libero l’ingresso a più familiari movenze funky, come avventori spaesati e casual-vestiti in un sommesso corteo funebre (“What a Made Up Mind Can Do”). La caotica digressione centrale si riassesta poi in un ritorno all’ordine dall’aura romantica, culminante nel finale poetico e immaginifico della lunga title track, un brulicante notturno in technicolor che ripaga in gran stile dello spaesante divagare nel quale siamo stati scientemente irretiti nel corso di quaranta minuti.

Pur nell’approccio golosamente sperimentale, l’album di Storring rimane in essenza infuso di una malinconia ineffabile, sorgendo dai fantasmi del “già sentito” per sconfinare in un seducente e inesplorato ignoto, sul crinale tra la comfort zone emotiva e il più completo straniamento. Un metodo non scontato per approdare, quasi senza accorgersene, alla meraviglia uditiva.


Knowing broadly the aesthetic coordinates dear to Seth Graham and Keith Rankin, founders of the Orange Milk label, I didn’t expect to find in my hands an album that begins in complete silence, and that departing from it unfurls lush orchestral volutes, although apparently “synthetic” in nature. But it’s precisely this palette that distinguishes – albeit consistently with the catalog that precedes it – the gently surreal imagery of the latest album by Nick Storring, who had already been published by the same label in 2014 with the Endless Conjecture cassette.

My Magic Dreams Have Lost Their Spell is an anomalous and elusive essay on the metaphysics of the classical signifier, an symphony absent and about absence: in its horizon everything would be theoretically possible but very little is allowed where, among the skeleton of a pseudo-Wagnerian theme (“Pretending You And I”) or some sparse brushstrokes mindful of Debussy’s Faun, here and there infiltrate purely electronic veinings along with other subtle elements of disturb – guitar tappings, rubbing sounds and miniature percussions.

In this way, Storring weaves a gradual process of unraveling the already fragile space-time network, leaving free entrance to more familiar funky movements, like disoriented and casually-dressed customers in a subdued funeral procession (“What a Made Up Mind Can Do”). The chaotic central digression then resettles with a return to order enveloped with a romantic aura, culminating in the poetic and imaginative ending of the long title track, a swarming nocturne in technicolor that pays off in great style the disorienting ramblings in which we’ve been deliberately entangled over the course of forty minutes.

Despite the greedily experimental approach, Storring’s album remains in essence infused with an ineffable melancholy, arising from the ghosts of the “already heard” to cross into a seductive and unexplored unknown, on the ridge between the emotional comfort zone and an absolute estrangement. A non-obvious method to reach, almost without realizing it, the auditory wonder.

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