Fire! Orchestra – Actions

Rune Grammofon, 2020
avantgarde, free impro-jazz

(ENGLISH TEXT BELOW)

La storia ufficiale sembra non aver dato troppo peso a un passaggio, se non cruciale, quantomeno emblematico nella musica del secondo Dopoguerra: con la prima esecuzione di “Actions” di Krzysztof Penderecki – partitura ‘per orchestra free jazz’, altrettanto significativamente presentata al festival di musica contemporanea di Donaueschingen nel 1971 – si realizzava un’epocale contaminazione tra l’ambito “colto” e quello del jazz; due mondi sino ad allora mantenuti orgogliosamente distinti e distanti da ambo le parti, e che qui per la prima volta si conciliavano senza compromessi di sorta in merito alla formazione e alle sue peculiari qualità espressive. 
Con la complicità dell’illuminato Don Cherry e della sua New Eternal Rhythm Orchestra, il compositore d’avanguardia polacco si assumeva questa sfida in nome dell’indole improvvisativa che ‘scorre nel sangue’ dei musicisti jazz, tratto che almeno allora non si poteva invece riscontrare negli strumentisti di formazione accademica. Se oggi tendiamo a dare per scontata (e quasi necessaria) la contaminazione tra tutti gli ambiti musicali, ai tempi una tale impresa portava con sé il brivido e l’entusiasmo di un atto sovversivo senza precedenti.

In seguito allo “scisma” di Darmstadt tra gli anni cinquanta e sessanta, Penderecki avrebbe proceduto a consolidare uno stile capace di dar voce e al tempo stesso controllare il caos. In un certo senso si può dire che la svolta di “Actions” inseguiva la stessa tentazione che, dieci anni prima, lo aveva portato a creare una delle “visioni sonore” più estreme e traumatiche del secondo Novecento, la ‘Trenodia per le vittime di Hiroshima’ (1961). 
Tra i vari esponenti di primario rilievo nella fervente sottocultura free jazz, la scelta ricade sul trombettista Don Cherry, all’epoca sempre più affrancato da certe logiche integraliste e dall’elitarismo che ne consegue: “Odio la professionalità. Sono stato un musicista professionista abbastanza a lungo e ho dimostrato di saperlo fare. Ma a oggi la professionalità è diventata una sorta di religione in certi circoli. Per me, nella religione c’è più di questo”. 

A cavallo tra i due decenni Cherry si muoveva con crescente interesse nei territori della musica mediorientale, ispirato a quei rāga indiani che nello stesso periodo guidavano la musica spontanea di Pharoah Sanders e Alice Coltrane. In occasione del concerto del 1971, infatti, furono eseguiti anche due brani più strettamente legati a questa tradizione (“Humus – The Life Exploring Force” e “Sita Rama Encores”), per poi giungere al momento culminante assieme alla formazione denominata New Eternal Rhythm Orchestra – tra le cui file figuravano anche Han Bennink, Peter Brötzmann, Terje Rypdal, Tomasz Stanko e Kenny Wheeler. A quasi cinquant’anni di distanza dalla loro performance – ancora oggi di grande effetto, tutt’altro che “vecchia scuola” – si direbbe che l’eredità della partitura di Penderecki spetti di diritto alla formazione che in tempi recenti ha segnato sia il coronamento che la “popolarizzazione” dell’avant-jazz e dell’improvvisazione di marca scandinava: la Fire! Orchestra ideata e diretta da Mats Gustafsson.

L’attualizzazione del brano a opera del gruppo porta con sé il carico benigno di un ambito espressivo oramai storicizzato, anche e soprattutto grazie alle inarrestabili spinte creative che la cultura underground norvegese ha saputo iniettarvi con costanza dal cambio di secolo in poi. Coi suoi primi tre “concept” (Exit!, Enter e Ritual) l’orchestra si è scientemente crogiolata in un territorio ibrido tra movenze da big band e rock d’avanguardia, solide fondamenta di un potenziale che si sarebbe poi realizzato in pienezza nella dimensione live. Se invece la coralità di scrittura del seguente Arrival (2019) costituisce ad oggi il loro parto più propriamente “jazz” e da studio, Actions diviene l’ideale pretesto per sconfinare nell’estremo opposto, mettendo il talento individuale e collettivo degli strumentisti al servizio delle strategie oblique e indeterminate della composizione contemporanea. 
Registrata l’11 settembre del 2018 per la sedicesima edizione del festival Sacrum Profanum di Cracovia (anche ente commissionatore), la nuova esecuzione dilata in modo considerevole il processo d’interazione della partitura grafica, raddoppiando abbondantemente la durata della storica première, guidata allora dallo stesso Penderecki e che qui vede invece Gustafsson come inderogabile direttore della sua orchestra.

Alternando sequenze composte in 4/4 ad altre senza indicazione di tempo, destinate proprio all’improvvisazione solista, se quelle predisposte su carta da Penderecki sono effettivamente ‘azioni’ – di cui ci è offerta una policroma esemplificazione in copertina – ciò rende i suoi destinatari dei veri e propri attori, intesi non come maschere teatrali estraniate dal sé, bensì come artefici e protagonisti paritari dell’intero scenario sonoro che si produce per loro tramite.
Originando dai microtoni situati nel registro più profondo consentito al contrabbasso e alla tuba, i fiati procedono a dividersi il campo tra esalazioni senza altezza e altri movimenti minimi nell’oscurità, dalla quale saranno i tre sassofoni a indicare con decisione l’uscita. L’organo Hammond apre lentamente le porte di un più chiaro fondamento tonale, e intorno al settimo minuto i due bassi forniscono alfine un tema regolare, che come da tradizione non è altro che il pretesto per i susseguenti svolazzi degli altri attori, “solisti concomitanti” di una complessa polifonia arginata con sapiente misura dai gesti di Gustafsson.

Dopo il decimo minuto sopraggiunge una parentesi di anarchia collettiva in cui lo sfrangiamento della sezione ritmica dà simbolicamente il via libera alle piccole esplosioni di suono, agli incontri/scontri inattesi che anche al maverick John Zorn piace creare tra le varie esposizioni dei suoi tunes. Così anche l’orchestra scivola di nuovo verso il reprise della cadenza precedente, in un’alternanza che se dapprima appare abbastanza regolare, ben presto si confonde in un flusso indistinto di scansioni temporali solenni e subitanei cambi di direzione, siano essi individuali o per raggruppamenti di strumenti. La chitarra elettrica che fu di Rypdal, completa di acide distorsioni hendrixiane, nella persona di Reine Fiske trova solo un breve momento di preminenza intorno al minuto 24, spodestata poi da un’ulteriore scoppiettio di sax impazziti.
Alla mezz’ora ci ritroviamo al passo di una grottesca marcia militare, il cui incedere elefantesco non fa che accentuare ulteriormente il contrasto con le licenze espressive della band, impegnata a turbarne violentemente il ritmo fino a prorompere in un fragoroso tutti. Tale apice non segna però il coronamento tipico delle magniloquenti sinfonie romantiche, allorché l’Hammond di Alex Zethson diviene ancora una volta il punto focale, il viatico verso un ultimo, timido riaffioramento del tema portante, diretto in punta di piedi a una richiusura nel silenzio priva di clamore.

Per un ensemble che nel proprio percorso si è trovato molto spesso a sospingere i muscolari climax di lunghe suite a effetto “programmato”, l’immersione nell’alea controllata di “Actions” diviene l’occasione per infondere nuovo entusiasmo e linfa vitale al progetto. Pur non snaturando l’exploit di Don Cherry, infatti, anche qui la Fire! Orchestra riesce a rivendicare la capacità tutta norvegese di costituire un organismo musicale dotato di pensiero e respiro, elevando al contempo un inno a quella devianza linguistica che Gustafsson continua a professare da lunghi anni, e che finalmente viene estesa senza riserve anche alla sua creatura più imponente.

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The official history doesn’t seem to have given too much weight to a passage, if not crucial, at least emblematic in the music of the second post-war period: with the first performance of Krzysztof Penderecki’s “Actions” – scored ‘for free jazz orchestra’, all the more significantly presented at the Donaueschingen contemporary music festival in 1971 – a momentous contamination took place: the one between “cultured” classical music and jazz, two worlds hitherto proudly kept distinct and distant from each other, and which for the first time were reconciled without compromise whatsoever regarding the lineup involved and its peculiar expressive qualities.
With the complicity of the enlightened Don Cherry and his New Eternal Rhythm Orchestra, the Polish avant-garde composer took on this challenge in the name of the improvisational nature that ‘flows in the blood’ of jazz musicians, a trait which, at least back then, couldn’t be found in instrumentalists of academic training. If nowadays we tend to take for granted (and consider almost necessary) the contamination between all musical fields, at the time such an enterprise came with the thrill and the enthusiasm of an unprecedented subversive act.

Following the “schism” at Darmstadt between the fifties and sixties, Penderecki would go on to consolidate a style capable of giving voice and at the same time controlling chaos. In a certain sense we could say that the turning point represented by “Actions” pursued the same temptation that, ten years earlier, had led him to create one of the most extreme and traumatic “sound visions” of the second half of the twentieth century, the ‘Threnody for the victims of Hiroshima’ (1961). 
Among the various leading figures in the fervent free jazz subculture, the choice fell on trumpeter Don Cherry, at the time increasingly emancipated from certain fundamentalist logics and their ensuing elitism: “I hate professionalism. I’ve been a professional musician long enough and have shown that I can do it. But nowadays professionalism has become a kind of religion in certain circles. To me, there is more to religion than that”.

Between the two decades Cherry took a growing interest in Middle Eastern music, inspired by the same Indian rāgas which at the time guided the spontaneous music of Pharoah Sanders and Alice Coltrane. On the occasion of the 1971 concert, in fact, two pieces more closely linked to this tradition were performed (“Humus – The Life Exploring Force” and “Sita Rama Encores”) before reaching the event’s climax together with the New Eternal Rhythm Orchestra – which also included the likes of Han Bennink, Peter Brötzmann, Terje Rypdal, Tomasz Stanko and Kenny Wheeler. 
Almost fifty years after their performance – still impressive today, far from being “old-school” – the inheritance of Penderecki’s score seems to rightfully belong to a group that in recent times has marked the crowning glory as well as the “popularization” of Scandinavian avant-jazz and improvisation: the Fire! Orchestra, conceived and conducted by Mats Gustafsson.

The group’s actualization of the piece brings with it the benign baggage of an expressive context now historicized, also and above all thanks to the unstoppable creative thrusts that the Norwegian underground culture has constantly managed to inject from the change of century onwards. With its first three “concepts” (Exit!, Enter and Ritual) the orchestra has been knowingly basking into a hybrid territory between big band movements and avant-garde rock, the solid foundations of a potential that would then be fully realized in the live dimension. If, on the other hand, the choral writing of the following Arrival (2019) constitutes their most “jazz” and studio-oriented output to date, Actions becomes the ideal pretext to reach the opposite extreme, putting the individual and collective talent of the instrumentalists at the service of the oblique and indeterminate strategies of contemporary composition.
Recorded on September 11th, 2018 for the sixteenth edition of the Sacrum Profanum festival in Krakow (also the commissioning body), the new performance considerably expands the interaction process of the graphic score, abundantly doubling the duration of the historic première, then led by Penderecki himself and which instead now sees Gustafsson as the mandatory conductor of his orchestra.

Alternating some sequences composed in 4/4 with others devoid of time signature, intended precisely for solo improvisation, if those arranged on paper by Penderecki actually are ‘actions’ – of which we are offered a polychrome exemplification on the cover – then this makes its recipients veritable actors, intended not as theatrical masks estranged from themselves, but as the makers and the equal protagonists of the entire sonic scenario produced through them.
Originating from the microtones located in the deepest register allowed to the double bass and the tuba, the winds go on to split the ground between pitchless exhalations and other minimal movements in the darkness, from which the three saxophones thus indicate the exit with greater decision. The Hammond organ slowly opens the doors to a clearer tonal foundation, and around the seventh minute the two basses finally provide a regular theme, which as per tradition is nothing more than a pretext for the subsequent swirls provided by the other actors, the “concomitant soloists” of a complex polyphony wisely stemmed by Gustafsson’s measured gestures.

After the tenth minute a parenthesis of collective anarchy arises, in which the fraying of the rhythmic section symbolically gives the green light to small explosions of sound, to the unexpected encounters/clashes that also the maverick John Zorn likes to create among the various presentations of his tunes. Thus also the orchestra slips again towards a reprise of the previous cadence, in an alternation that if at first appears quite regular, it soon gets mixed up in an indistinct flow of solemn temporal scans and sudden changes of direction, be them individual or by clusters of instruments. The electric guitar that was then played by Rypdal, complete with acrid Hendrixian distortions, in the person of Reine Fiske gets only a brief moment of primacy around the twenty-fourth minute, then ousted by a further outrage of crackling saxophones.
Half an hour in, we find ourselves at the pace of a grotesque military march, whose elephantine gait only further accentuates the contrast with the expressive licenses of the band, committed to violently disturbing the rhythm until they burst into a thunderous ‘tutti’. However, this apex does not mark the typical crowning of the magniloquent Romantic symphonies, since Alex Zethson’s Hammond once again becomes the focal point, the viaticum towards a last timid resurfacing of the main theme, headed on tiptoe to the band’s reclosing into silence, without any clamor.

For an ensemble that along the way has often found itself propelling the muscular climaxes of long suites with a “programmed” effect, the immersion in the controlled alea of “Actions” becomes an opportunity to infuse new enthusiasm and lifeblood to the project. While not perverting Don Cherry’s exploit, in fact, here the Fire! Orchestra manages once more to exhibit the eminently Norwegian ability to constitute a thinking and breathing musical organism, while also elevating an anthem to the linguistic deviancy that Gustafsson has been professing for long years, and which now is finally extended without reserve to his most imposing creature.

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