Weekly Recs | 2020/11

Stephen O’Malley – Auflösung der Zeit (Editions Mego, 2020)

Rutger Zuydervelt – Porcelain (Original Film Soundtrack) (2020)

Smagghe & Cross – 1819 (Offen, 2020)

Julius Aglinskas / Apartment House – Daydreamer (MIC Lithuania, 2020)



Stephen O’Malley – Auflösung der Zeit

Editions Mego, 2020 | drone-metal

I più grandi maestri non sono mai quelli che dispensano valangate di nozioni da afferrare al volo, bensì quelli che gravitano, talvolta in maniera ossessiva, attorno a certe tematiche concernenti la loro materia – che nel tempo si tramuta in una visione del mondo -, e ciò nonostante riescono sempre e infallibilmente a calamitare l’attenzione del loro uditorio.
La ricerca di Stephen O’Malley non si concretizza soltanto nell’imponente sound che ha alimentato e “idealizzato” per oltre vent’anni assieme ai Sunn O))): oltre il dispiego di un debordante totalismo acustico, infatti, si cela una meticolosa azione scultorea, un fine processo di escavazione tra le pieghe di quel flusso distorto che solo a un orecchio prevenuto o distratto può apparire ‘sempre uguale’.

Questo aspetto della sua estetica si è reso sempre più evidente nei progetti al di fuori dei rituali drone-doom con la band, e segnatamente laddove l’epicentro diveniva la chitarra solista, tutt’al più arginata o rielaborata per mano di sapienti e sensibili collaboratori: un intervento che procede per “riduzione” nel caso dei recenti Rêve Noir (con Anthony Pateras, Immediata, 2018) e Cylene (con François Bonnet, eMego, 2019), e ora per “sottrazione” a partire dall’ideale blocco marmoreo di Auflösung der Zeit (‘Dissoluzione del tempo’), sul quale O’Malley agisce modulando le pure tonalità e i feedback – ovvero il suono e la sua lunga ombra – così che dal pieno si produca il vuoto, dalla cieca oscurità affiorino elementi visibili.

È chiaro che questa specifica “venuta al mondo” non avrà le forme flessuose e tornite di un Michelangelo o di un Canova, bensì i contorni frastagliati di Rodin e Medardo Rosso, figure come rubate allo scorrere del tempo, fiume che le plasma e insieme le erode, così da renderle profondamente umane anziché rivestirle di un’illusoria eternità. Ecco la tormentata potenza immaginifica di O’Malley, il tragico e soverchiante memento di un’arte che tuttavia reclama ed esige di esistere, colmando la sua scongiurata inesistenza con un vigore sproporzionato, ineludibile.

Listen on Spotify


The greatest masters are never those who dispense loads of notions to be grasped on the fly, but those who gravitate, sometimes in an obsessive way, around certain themes concerning their subject – which over time turns into a worldview –, and despite this approach they always and infallibly manage to magnetize the attention of their audience.
Stephen O’Malley‘s research is reflected not only in the imposing sound that he has fueled and “idealized” for over twenty years together with Sunn O)))): beyond the deployment of an overwhelming acoustic totalism, in fact, there’s a meticulous sculptural action, a fine process of excavation between the folds of a distorted flow that only to a prejudiced or distracted ear may seem ‘always the same’.
This aspect of his aesthetics has become increasingly evident in projects outside the drone-doom rituals with the band, and in particular those where the epicenter became the solo guitar, at most contained or reprocessed by the hand of skilled and sensitive collaborators: an intervention that proceeds by way of “reduction” in the case of the recent Rêve Noir (with Anthony Pateras, Immediata, 2018) and Cylene (with François Bonnet, eMego, 2019), and now by “subtraction” starting from the ideal marble block of Auflösung der Zeit (‘Dissolution of Time’), on which O’Malley acts modulating the pure tones and feedbacks – that is, the sound and its long shadow – so that voids are produced from the fulness, from the blind darkness visible elements emerge.
Clearly, this specific “coming into the world” will not have the flexible and rounded shapes of a Michelangelo or a Canova, but the jagged contours of Rodin and Medardo Rosso, figures as if stolen from the course of time, a river that both shapes and erodes them, so as to make them deeply human instead of clothing them with an illusory eternity. This is O’Malley’s tormented imaginative power, the tragic and overwhelming memento of an art that nevertheless reclaims and demands to exist, filling its averted nonexistence with a disproportionate, unavoidable vigor.


Rutger Zuydervelt – Porcelain (Original Film Soundtrack)

2020 | dark ambient/drone, modern classical

Sinceramente ritengo non si tratti soltanto di una moda, né di una semplice evasione dal luogo comune: se i compositori di musica d’atmosfera vengono sempre più spesso coinvolti nelle produzioni cinematografiche e televisive è perché la loro estetica scava molto più a fondo di quanto sembri; essa non si limita a sottolineare le componenti emotive della messa in scena, bensì spesso rivela sensazioni inevidenti, suggerisce quei risvolti impliciti che nelle nostre relazioni interpersonali riusciamo a percepire distintamente pur non sapendo dar loro un nome.

È senz’altro questo il caso delle ventidue brevi sequenze realizzate da Rutger Zuydervelt (alias Machinefabriek) per il dramma psicologico di Jenneke Boeijink “Porcelain” (2020). Il tema portante è di quelli che ultimamente ricorrono con particolare frequenza nel cinema indipendente: l’ingannevole aura di perfezione del primo mondo, della famiglia “ideale” che sembra godere di ogni agio e realizzazione individuale, finché una prima inaspettata crepa attraversa il prezioso vaso della loro apparente stabilità. Quando il figlio unico Thomas morde un suo compagno a scuola, d’un tratto ogni scelta, ogni insegnamento rientra in discussione: come in “Miss Violence” (Alexandros Avranas, 2013) l’ombra del male cova nel silenzio glaciale di una borghesia ignara delle proprie devianze educative e sentimentali.

Sebbene soltanto dieci frammenti – appena un quarto d’ora di durata – siano entrati a far parte del girato, è essenziale addentrarsi nell’intera soundtrack per scoprire quanto Zuydervelt sia andato a fondo nella “radiografia” sonora della vicenda, dando àdito ai suoi nervi scoperti ma anche lasciando trasparire spiragli di pietà e redenzione. Voci filtrate di cori sacri intervallano così gli inquieti notturni e i bordoni più opprimenti, molteplici occasioni per sfruttare con mirabile equilibrio l’ampio range espressivo del violoncello di Francesco Guerri, dalle più eteree tessiture melodiche alla linea instabile di un sismografo che annuncia la catastrofe. 

Opere come Porcelain sottolineano l’inadeguatezza e l’abuso del termine ‘ambient’, applicato indistintamente anche a quella che si configura ormai come un’autentica “scrittura emozionale”, avamposto primario della nuova musica per lo schermo.


I honestly believe it’s not just a transitory fashion, nor a simple escape from the commonplace: if composers of atmospheric music are increasingly involved in film and television productions it is because their aesthetics digs much deeper than it seems; it doesn’t just underline the emotional elements of the staging, but often reveals inevident feelings, suggests those implicit upsides that we can distinctly perceive in our interpersonal relationships even if we aren’t able to give them a name.
That is certainly the case with the twenty-two short sequences created by Rutger Zuydervelt (aka Machinefabriek) for Jenneke Boeijink’s psychological drama “Porcelain” (2020). Its main theme is one that recurs with particular frequency in recent independent cinema: the deceptive aura of perfection of the first world, of the “ideal” family that seems to enjoy all sorts of ease and individual realization, until a first unexpected crack traverses the precious vase of their apparent stability. When the only child Thomas bites a classmate at school, suddenly every choice, every teaching comes into question: as in “Miss Violence” (Alexandros Avranas, 2013) the shadow of evil broods in the glacial silence of a bourgeoisie unsuspecting of their educational and sentimental deviances.
Although only ten fragments – barely a quarter of an hour in length – were included in the final cut, it is essential to go through the whole soundtrack to find out how deep Zuydervelt went into the sound “radiography” of the story, giving rise to its uncovered nerves while also letting glimmers of piety and redemption shine through. Filtered voices of sacred choirs thus intersperse the restless nocturnes and the most oppressive drones, multiple opportunities to exploit with admirable balance the wide expressive range of Francesco Guerri’s cello, from the most ethereal melodic textures to the unstable line of a seismograph announcing the catastrophe.
Works such as Porcelain underline the inadequacy and abuse of the term ‘ambient’, applied indiscriminately also to what is now configured as an authentic “emotional writing”, the primary outpost of the new music for the screen.


Smagghe & Cross – 1819

Offen, 2020 | experimental ambient/electronic

Quando un album ti lascia sensazioni contrastanti, quando custodisce il suo segreto anche al secondo e al terzo ascolto, molto spesso significa che non soltanto merita il vostro tempo, ma con ogni probabilità ha nel frattempo stabilito un legame fragile e invisibile con la vostra sensibilità.
Come spesso accade, vengo a conoscenza del duo Smagghe & Cross (Ivan Smagghe e Rupert Cross) attraverso una copertina dal forte impatto visivo e che richiama spontaneamente altri discorsi sull’arte: il quadro nel quadro e la cornice nella cornice, l’opportunità di una meta-rappresentazione cui allude potenzialmente ogni opera che includa una riproduzione fotografica.

DJ di lungo corso l’uno, pianista e compositore di colonne sonore l’altro, il loro sodalizio si era già espresso nei doppi Lp Timothy Dalton e MA del 2017. In questo terzo e più conciso 1819 ogni brano prende avvio da coordinate diverse e avanza su binari imperscrutabili, così che non si crea una progressione narrativa lineare e nessuna sequenza è propriamente raffrontabile a quelle che la circondano.
Ma la loro particolarità risiede nel non manifestarsi come germogliazioni casuali di un’ispirazione transitoria: l’appiglio sull’idea manca soltanto a noi che la riceviamo, mentre Smagghe & Cross si rivelano del tutto padroni delle forme che questa metafisica ambient va assumendo di volta in volta, in un’eccentrica commistione di elementi strumentali, ritmici o puramente “sonori” tale da produrre l’illusione, per l’appunto, di frammenti da soundtrack di film irrealizzati, e anzi neppure immaginati.

Ad esempio, il synth solitario dell’iniziale “Monody” potrebbe facilmente contornare uno scenario fantascientifico di vecchia data, se solo il suo intento fosse descrittivo anziché meramente “eidetico”, conchiuso nella sua esattissima geometria bidimensionale. Echi kraut attraversano l’altrettanto imperturbabile distesa elettronica di “Drain”, sospinta per inerzia da un loop mozzato (forse di chitarra) e da percussioni digitali come attutite da uno schermo invisibile.
“Somewhere In Time” e “Antheia” fanno tesoro delle tonalità smussate e dolcemente anonime del kankyō ongaku giapponese, spazi della mente che non ammettono vacuità e sembrano proporre piuttosto un’interpretazione sonora delle sinapsi in crescente connessione. Tra field recordings d’incerta natura e sinistri spoken word, invece, alcuni passaggi (“From Sacred Heart”, “That Remains to Be Seen”) sono destinati a rimanere zone grigie irrisolte, cunicoli che ci è dato di osservare brevemente per poi passare oltre, chiedendoci cos’altro potesse nascondersi al di là della loro superficie visibile.

Non giocare mai a carte scoperte, mantenersi sempre a una certa qual distanza dal destinatario: Smagghe & Cross conoscono e mettono discretamente in pratica la formula della seduzione, del sembiante misterioso che ci ipnotizza e per vie traverse giunge al cuore della nostra multiforme sensibilità.

Listen on Spotify


When an album leaves you with mixed feelings, when it keeps its secret even at the second and third listening, very often this means that not only does it deserve your time, but in all probability it has established in the meantime a fragile and invisible link with your sensitivity.As often happens, I got myself acquainted with the duo Smagghe & Cross (Ivan Smagghe and Rupert Cross) thanks to a cover image with a strong visual impact and which spontaneously recalls other discourses on art: the picture in the picture and the frame in the frame, the opportunity of a meta-representation to which potentially all works including a photographic reproduction allude.
One a long-time DJ, the other a pianist and composer of soundtracks, their partnership had already expressed itself in the double LPs from 2017 Timothy Dalton and MA. In this third and more concise 1819 each piece starts from different coordinates and advances on inscrutable tracks, so that a linear narrative progression never emerges and no sequence is properly comparable to those that surround it.
But their peculiarity lies in manifesting themselves as something other than random sprouts of a transitory inspiration: the grip on the idea defies only us who receive it, while Smagghe & Cross seem to completely dominate the forms that this ‘ambient metaphysics’ assumes from time to time, in an eccentric mixture of instrumental, rhythmic or purely “sonic” elements such as to produce the illusion, in fact, of fragments from soundtracks to unrealized films, in fact not even imagined ones.
For example, the solitary synth of the initial “Monody” could easily surround a vintage science fiction scenario, if only its intent was descriptive rather than merely “eidetic”, self-contained in its exact two-dimensional geometry. Kraut echoes cross the equally imperturbable electronic stretch of “Drain”, moved forward by inertia with the help of truncated loops (perhaps a guitar) and digital percussion that seems muffled by an invisible screen.
“Somewhere In Time” and “Antheia” treasure the smooth and softly anonymous tones of Japanese kankyō ongaku, spaces of the mind that don’t settle for emptiness and rather propose a sonic interpretation of synapses in increasing connection. Between field recordings of uncertain nature and sinister spoken word, however, some passages (“From Sacred Heart”, “That Remains to Be Seen”) are destined to remain unresolved gray areas, tunnels that we’re allowed to observe briefly and then leave behind, asking ourselves what else could be hidden beyond their visible surface.
Never play cards face up, always keep at a certain distance from the recipient: Smagghe & Cross know and discreetly put into practice the formula of seduction, of the mysterious semblant that hypnotizes us and surreptitiously reaches the heart of our multifaceted sensitivity.


Julius Aglinskas – Daydreamer
[Apartment House]

MIC Lithuania, 2020 | modern classical

Accade piuttosto di rado che i compositori di formazione accademica intendano la loro musica come puro medium di contemplazione e abbandono, come “strumento” propedeutico a un’immersione sinestetica da parte dell’ascoltatore: occorrono umiltà e amore incondizionato verso la Musica – e non solo la propria musica – per lasciarla libera di allontanarsi fin dove la mente, il ricordo (re-cordis) sono in grado di condurla, senza limitazioni o condizionamenti.

Il vantaggio e la virtù di una musica che parla anzitutto al sentimento è quello di non dover essere “programmatica”, di non richiedere ampie note di copertina riguardo alla sua genesi o, tantomeno, a un possibile intento descrittivo. Una musica come quella del lituano Julius Aglinskas, se per questo, non avrebbe nemmeno la necessità di un titolo come Daydreamer (2019), tale è la limpidezza e l’efficacia del filtro che sin dai primi istanti appone sulla realtà che lo circonda.

Non trovo dunque azzardata, come eventuale suggestione pittorica, quella di un “impressionismo astratto”, vale a dire un elemento sensibile in grado di modificare i contorni e i cromatismi di un altro: la trasparenza delle tendine sulle quali la luce diurna proietta le ombre vibranti delle foglie; la nebbia come diafana velatura che confonde gli elementi di un notturno metropolitano – qualunque singolare alchimia, insomma, che può introdurre la dimensione onirica nell’esperienza del mondo vissuto a occhi aperti.
Stilisticamente il parallelo più immediato e calzante sarebbe proprio quello di Sleep, la monumentale ode al sonno di Max Richter, se non fosse che quest’ultimo ha il nobile e dichiarato intento di offrire riposo, per la durata di una notte intera, a un mondo dall’inarrestabile corsa. Il flusso melodico – anch’esso ininterrotto – cui dà corpo l’ensemble inglese Apartment House, già rinomato nel circuito delle avanguardie post-cageane, non scoraggia il completo rilassamento e lo stato di dormiveglia, ma genera un tale incantamento da meritare uno sguardo pieno, un’ideale compresenza tra l’autore, le sue delicate risonanze minimali e noi.

Attraverso le tastiere, gli archi e la chitarra elettrica, Aglinskas stabilisce un dialogo fortemente empatico e ci accoglie con gentilezza nella sua visione, come i Sigur Rós più intimisti di Heima e Valtari o il lirismo sacrale del duo Hammock, tutti a loro modo depositari di una grazia espressiva capace di trasfigurare la spoglia apparenza del quotidiano.

Excerpts from MICL website

Rather rarely does it happen that academically trained composers understand their music as a pure medium of contemplation and abandonment, as a preparatory “tool” for a synaesthetic immersion on the listener’s part: humility and unconditional love for Music – and not just one’s own music – are needed to let it free to go as far as the mind, the memory are able to lead it, without limitations or conditionings.
The advantage and virtue of a music that first of all speaks to the feelings is that it doesn’t have to be “programmatic”, nor does it require extensive cover notes regarding its genesis, or even less a possible descriptive intent. A music like that of the Lithuanian Julius Aglinskas, come to that, wouldn’t even need a title like Daydreamer (2019), such is the clarity and effectiveness of the filter that, since the first moment, it applies to the reality that surrounds it.
As a possible pictorial suggestion, therefore, I would be tempted to offer that of an “abstract impressionism”, meaning a sensing element capable of modifying the contours and the colors of another: the transparency of the curtains on which the daylight casts the vibrant shadows of the leaves; the fog as a diaphanous veiling that confuses the elements of a metropolitan nocturne – any singular alchemy, in short, that can introduce the dreamlike dimension into the experience of the world lived with open eyes.
Stylistically, the most immediate and fitting parallel would be precisely that of Max Richter’s monumental ode to Sleep, except that the latter has the noble and declared intention of offering rest, for the duration of a whole night, to the world’s unstoppable race. The melodic flow – also uninterrupted – to which gives shape the English ensemble Apartment House, already renowned in the post-Cagean avant-garde circuit, does not discourage complete relaxation and a state of drowsiness, but generates such an enchantment that it ends up deserving full sight, an ideal coexistence of the author, his delicate minimal resonances and us.
Through keyboards, strings and electric guitar, Aglinskas establishes a highly empathic dialogue and kindly welcomes us into his vision, like the most intimate Sigur Rós of Heima and Valtari or the sacred lyricism of the duo Hammock, in their own way all depositors of an expressive grace capable of transfiguring the bare appearance of everyday life.

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