The Depths Above

Ko Ishikawa / Nikos Sidirokastritis / Giorgos Varoutas / Harris Lambrakis / Anna Linardou

Underflow, 2020
experimental / free folk, post-world

(ENGLISH TEXT BELOW)

Esiste un’utopia retroattiva? Se l’anelito a un futuro idealizzato, proiezione perfetta e totalizzante della nostra personale visione del “bene”, è per sua natura irrealizzabile, allora esso equivale al rifugiarsi col pensiero in un passato incorrotto, forse nemmeno mai esistito, dissociato dalla storia documentata del genere umano – glorioso nelle opere, perlopiù deprecabile nelle azioni. 
The Depths Above è il canto di un mondo prima del mondo e di un tempo fuori dal tempo, pre-culturale e pre-civilizzato, radicato nel ritualismo di esseri viventi che non conoscono divinità al di fuori di loro stessi: un orizzonte talmente sgombero dalla significazione e in contatto col puro sentire, che risulta difficile trovare il contesto e la disposizione mentale adatti a riconoscerne e apprezzarne l’eccentrica singolarità.

A suo modo un quintetto d’eccezione, quello formato dai greci Nikos Sidirokastritis, Giorgos Varoutas, Harris Lambrakis e Anna Linardou assieme all’ospite giapponese Ko Ishikawa, tutti da tempo variamente impegnati nell’ambito della composizione e improvvisazione radicale, nonché già coinvolti nel concept Chronostasis (2017) di Varoutas, referente primario di un’estetica che mira a trascendere le storie e le geografie della musica per dare corpo, si direbbe, alla materia stessa del tempo. Ideale controparte ne è l’insaziabile nomadismo canoro di Anna Linardou, il talento e l’immaginazione espressiva della quale – nel solco di Joan La Barbara e Cathy Berberian – si nutrono e trovano sorprendenti mimesi nell’eco delle più disparate tradizioni popolari.

È il suo sofferto respiro femmineo la “nota” che dà origine all’intero quadro, teatro di una nuova Creazione dispiegata con gesti lenti ma vieppiù amplificati, manipolati elettronicamente e diffusi nello spazio circostante da Varoutas. Sono invece due antichi strumenti a fiato a tratteggiare le esili volute melodiche: lo shō (Ishikawa), simbolo delle redivive fascinazioni occidentali per il gagaku, e il ney (Lambrakis), rudimentale flauto diffusosi nei secoli in molte aree del Medio Oriente. La straordinaria performance di Linardou, per contro, è quanto di più prossimo a uno stato sonoro germinale, unicellulare, una successione di incorporei schiocchi di lingua e sussulti di gola che solo qua e là si dischiudono in primordiali richiami faunistici (“Tori”).

“Kladi” è la prima autentica digressione in un’estasi sciamanica, uno squarcio luminoso sull’alterità in divenire sotto i nostri occhi – poiché di qualità visiva, per quanto ineffabile, si tratta. Nel corso di questi venti minuti centrali si rendono sempre più presenti anche le ataviche percussioni di Sidirokastritis (legni, tom, piatto), coloritura onomatopeica e placido fluire ritmico in un clima di collettivo rapimento dei sensi, che in “Skaros” giunge alla sublimazione nell’intersecarsi della voce e del ney in ipnotici arabeschi. 
Un postludio più che un finale, il trasognato chiaro di luna “Yume” si può considerare una licenza poetica, cui si aggiungono i riverberanti arpeggi della chitarra acustica nell’evocare una malinconia che è propria dei momenti e dei luoghi ove può inoltrarsi solo la mente, in quanto sede cui attingere a un non-vissuto potenzialmente illimitato.

Si riduce la formazione, e con essa la prospettiva sul reale, nel secondo disco che completa il progetto: dopo l’invenzione del mondo, Ishikawa Sidirokastritis e Varoutas ripartono da un’ipotetica “preistoria naturale” (“Yfala”) affondando in un microcosmo entomologico che sulle prime non accenna nemmeno a tonalità compiute, richiuso in un frenetico scalpitio di zampette operose tra cui le sparute punteggiature dello shō sono come sbuffi da affaticamento. Decisamente più acqueo e sfuggente, invece, il rimestare organico di “Kaiki”, soundscape dalle suggestioni lacustri in cui l’azione sottilmente disgregante e propagatrice dell’elettronica si fa più tangibile, deviando poco a poco l’orientamento vagamente descrittivo verso un dominio di pura astrazione nel quale i colori vanno sbiadendo sino all’acromia. 
Un percorso parallelo si sviluppa a partire da “Arashi”, immerso dapprima in un accomodante limbo percussivo destinato a capovolgersi in una scurissima turbolenza, un addensamento di polveri cineree che corrompono l’atmosfera sino a sfociare in una saturazione noise. Infine, per approssimazione, i due sentieri sembrano ricongiungersi, una tiepida brama di trascendenza si eleva dall’impasto grezzo della terra: che sia questo il preludio dell’Evoluzione?

Opera sibillina e felicemente inclassificabile, The Depths Above è realmente un viaggio liminale e “verticale” fra interiorità e superficie sensibile, infossamento ed elevazione, condotto da cinque anime sperimentali in grado di stabilire un rapporto simbiotico con la realtà parallela in statu nascendi da esse creata. Per l’ascoltatore, una sfida da affrontare con pari dedizione in cambio di un’esperienza a dir poco rara: ritrovarsi proiettato alle latitudini dell’impossibile.


Is there such a thing as retroactive utopia? If the longing for an idealized future, a perfect and totalizing projection of our personal vision of “good”, is by its very nature impracticable, then this would be equivalent to taking refuge in an uncorrupted past, perhaps one that never even existed, dissociated from the documented history of mankind – glorious in its works, mostly deplorable in its actions. 
The Depths Above is the song of a world before the world and a time out of time, pre-cultural and pre-civilized, rooted in the ritualism of living beings who don’t seem to know other divinities outside of themselves: a horizon so clear from meaning and in contact with pure feeling, that it’s actually difficult to find the context and mental disposition suitable to recognize and appreciate its eccentric singularity.

In its own way an exceptional quintet, the one formed by the Greeks Nikos Sidirokastritis, Giorgos Varoutas, Harris Lambrakis and Anna Linardou together with the Japanese guest Ko Ishikawa, all of whom have been variously engaged for some time in the field of radical composition and improvisation, as well as already involved in the concept Chronostasis (2017) by Varoutas, primary referent of an aesthetic that aims to transcend the histories and geographies of music to give body, one might say, to the very matter of time. Its ideal counterpart is represented by the insatiable singing nomadism of Anna Linardou, whose talent and expressive imagination – in the wake of Joan La Barbara and Cathy Berberian – feed and find surprising mimesis in the echo of the most disparate popular traditions.

It is her pained feminine breath the “note” that gives rise to the whole picture, the scene of a new Creation unfolding with slow but increasingly amplified gestures, electronically manipulated and diffused in the surrounding space by Varoutas. On the other hand, two ancient wind instruments outline the slender melodic volutes: the shō (Ishikawa), symbol of the revived Western fascinations for gagaku, and the ney (Lambrakis), a rudimentary flute that has spread over the centuries in many areas of the Middle East. Linardou’s extraordinary performance, by contrast, is as close to a germinal, unicellular sound state, a succession of incorporeal pops of the tongue and throat gasps that only now and then bloom in primordial faunal calls (“Tori”).

“Kladi” is the first authentic digression into a shamanic ecstasy, a slash of light on the otherness in the making before our eyes – since it definitely has a visual quality, however ineffable. During these central twenty minutes also Sidirokastritis’ atavistic percussions (wood, floor tom, cymbal) make themselves increasingly present, an onomatopoeic coloring and placid rhythmic flow in an atmosphere of collective rapture of the senses, which in “Skaros” reaches its sublimation in the intersection of voice and ney into hypnotic arabesques. 
A postlude rather than an ending, the dreamy, moonlit “Yume” could be regarded as a poetic license, to which the reverberating arpeggios of the acoustic guitar join in to evoke a melancholy which is proper to the moments and places where the mind alone can enter to draw on a potentially limitless non-lived.

The formation is reduced, and with it the perspective on reality, in the second disc that completes the project: after the invention of the world, Ishikawa Sidirokastritis and Varoutas restart from a hypothetical “natural prehistory” (“Yfala”) delving in an entomological microcosm which at first doesn’t even hint at accomplished tonalities, absorbed in the frantic pawing of tiny industrious legs among which the sparse punctuations of the shō are like puffs of fatigue. Definitely more watery and elusive, instead, the organic stirring of “Kaiki”, a soundscape of lacustrine suggestion in which the subtly disruptive and propagating action of the electronics makes itself more tangible, gradually deviating the vaguely descriptive orientation towards a domain of pure abstraction in which the colors end up fading to achromy.
A parallel path develops from “Arashi”, first immersed in a laid-back percussive limbo destined to capsize in a most dark turbulence, a thickening of cinereous ashes that corrupt the atmosphere until it resolves in a noise saturation. Finally, by approximation, the two paths seem to be reunited, a tepid desire for transcendence rises from the rough paste of the earth: is this the prelude to Evolution?

A sibylline and happily unclassifiable work, The Depths Above truly is a liminal and “vertical” journey between interiority and sensitive surface, deepening and elevation, led by five experimental souls able to establish a symbiotic relationship with the parallel reality in statu nascendi by themselves created. For the listener, a challenge to be faced with equal dedication in exchange for a rare experience indeed: to find oneself projected at the latitudes of the impossible.

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