Weekly Recs | 2020/12

Stian Westerhus – Redundance (House of Mythology, 2020)

Jeremiah Cymerman – Cathedral (self-released, 2020)

♢ [vv.aa] Hodokeru Mimi (901 Editions, 2019/20)

Jordane Tumarinson – Petites histoires de mon enfance (1631 Records, 2020)



Stian Westerhus – Redundance

House of Mythology, 2020 | experimental / art rock

Il percorso solista di Stian Westerhus si è rivelato sin dagli inizi un processo di costante sfida a se stesso, incanalato in un tormentato rapporto/dissidio con l’identità della chitarra elettrica contemporanea. In questo senso Amputation (House of Mythology, 2016) rappresentava il nodo cruciale e la sede di una travagliata rinascita, una trasfigurazione in fieri che oggi transita finalmente Westerhus verso una propria forma-canzone, per quanto deliberatamente irregolare. 

Redundance è l’esito di una drastica rielaborazione di tutto il portato stilistico coltivato negli anni dal chitarrista, che addensa ulteriormente i già sviluppati caratteri da one-man-band per ottenere una formula più che mai sgargiante e diretta all’impatto. In tal senso non si può sottostimare l’influsso del lavoro continuativo al fianco degli Ulver, anch’essi protagonisti di un ennesimo cambio di pelle che ne ha messo in piena luce le sopite fascinazioni ottantiane.
Similmente, dal soffocato lamento pseudo-soul del precedente album, Westerhus prorompe in quello solenne di un divo darkwave, cavalcando con audacia inediti impeti ritmici e mostrandosi per la prima volta anche in copertina – benché negativizzato e virato su un’iper-satura tonalità sanguigna.

Tra opprimenti pulsazioni electro e deflagranti synth distorti, il nostro si ritaglia finanche momenti di puro assolo rock (“Chase the New Morning”, “Hold On”) e a tratti raggiunge vette liriche sinora inimmaginabili (i falsetti alla Thom Yorke di “Verona” e “Walk the Line”). Anche il singolo di lancio “There’s a Light”, ricollocato al cuore della tracklist, riacquista una valenza emblematica nel sottolineare la definitiva dischiusura dell’espressività di Westerhus, mascherata soltanto da un effetto vocale “ovattato” che finisce col potenziarne ulteriormente l’aura goticheggiante.

In chiusura, la dedica intima e post-romantica della title track si tinge di archettati sulle corde e melanconici accordi di pianoforte e organo, delineando il ritratto di uno spirito ancora ferito nonostante l’autonomia faticosamente guadagnata ed esibita nell’abbacinante estroversione di Redundance. Un retrogusto amaro persiste tuttora, come a dire che forse quella di Stian Westerhus – su se stesso – non sarà mai davvero una vittoria trionfale: nel mentre però si cresce, e col tempo ci si affeziona anche alle cicatrici più evidenti.


Since the beginning, Stian Westerhus’ solo career has been a process of constant challenge to himself, channeled into a tormented relationship / dispute with the identity of contemporary electric guitar. In this sense Amputation (House of Mythology, 2016) represented a crucial node and the very place of a troubled rebirth, a transfiguration in fieri that today finally transits Westerhus towards a  song-form of his own, although a deliberately irregular one.
Redundance is the result of a drastic reworking of all the stylistic achievements cultivated over the years by the guitarist, who further thickens the already quite developed ‘one-man-band’ characters to achieve a formula more flamboyant and impact-oriented than ever. In this sense, one couldn’t underestimate the influence of his continuous work alongside Ulver, them too subject to yet another change of skin bringing to light their dormant 80s fascinations.
Similarly, from the suffocated pseudo-soul lament of the previous album, Westerhus bursts into the solemn one of a darkwave star, riding boldly on new rhythmic impetus while also showing himself on the cover art for the first time – albeit negativized and veered on a hyper-saturated blood tone.
Between oppressive electro pulses and deflagrating distorted synths, the artist even carves out a few moments of pure rock solo (“Chase the New Morning”, “Hold On”) and at times reaches lyrical heights so far unimaginable (the falsetti à la Thom Yorke of “Verona” and “Walk the Line”). Even the launch single “There’s a Light”, relocated at the heart of the tracklist, regains an emblematic value in underlining the definitive disclosure of Westerhus’ expressiveness, masked only by a “muffled” vocal effect that ends up further enhancing its gothic aura.
Finally the intimate, post-romantic dedication of the title track is tinged with bowed strings and melancholy chords on piano and organ, outlining the portrait of a spirit still injured despite hard-earned autonomy exhibited in the dazzling extroversion of Redundance. A bitter aftertaste still persists, as if to say that perhaps that of Stian Westerhus – on himself – will never truly be a triumphant victory: in the meantime, however, one grows and over time becomes attached to even the most evident scars.


Jeremiah Cymerman – Cathedral

self-released, 2020 | free impro

Già un protetto del maverick John Zorn tra anni ‘00 e ‘10, il clarinettista americano Jeremiah Cymerman afferisce a quella oscura e inclassificabile frangia di sperimentatori sorti dal progressive più cinereo, dal dark-jazz e dall’atonalismo – tra i collaboratori principali occorre infatti citare Toby Driver con il suo progetto principale Kayo Dot. Dopo una serie di densi rituali da camera, editi principalmente attraverso la propria etichetta 5049, Cymerman diffonde in formato digitale questa raccolta di registrazioni live in solo presso una non meglio specificata cattedrale.

Produrre suoni in uno spazio dalle lunghe e ampie risonanze è un’esperienza inebriante per tanti musicisti, poiché permette di percepire e dialogare con un proprio doppio “spettrale”, espandendo la portata dei singoli fraseggi e delle tecniche estese messe in gioco.
Quello di Cymerman non è un abbandono all’atmosfera del contesto né un banale dispiego di virtuosismo, quanto una sfida a reimmaginare i propri stilemi in funzione delle imponenti mura circostanti. In “The Ejaculatory Force of the Eye” acuti perforanti esplorano l’intera superficie delle arcate, separandosi poi in tremule diplofonie ancor più sinistre e interrogative, sino a terminare con soffi primitivisti quasi ornitologici. Alla più breve “Less than Filth” si interpongono minuscoli glitch ed effetti d’eco artificiale indistinguibili da quelli naturali, mentre in “Sterile Solitude” le venature elettroniche si ispessiscono tra le pieghe delle tenui melodie del clarinetto, non esenti da distinte reminiscenze yiddish.

Microtoni e note fantasma affiorano dalle linee sostenute in “The Mirror of Past Actions”, la traccia più meditativa e “ambientale” del lotto e l’unica in grado di suggerire la manifestazione di tormentate entità incorporee, spiriti di passaggio da insondabili altrove. La lunga conclusione con “Spheres of Malignancy” origina dalla stessa eterea sospensione ma si sviluppa più variamente attorno a un’onda corta elettroacustica, contrappunto filiforme ad un’ultima discesa nelle profondità più recondite dello strumento, che in Cathedral assurge a voce plurale e inesausta grazie alla consapevolezza e disciplina di un interprete distintivo.


Already a protégé of the maverick John Zorn between the 00s and 10s, American clarinetist Jeremiah Cymerman belongs to that obscure and unclassifiable fringe of experimenters arising from the most cinereous progressive, from dark-jazz and atonalism – among his main collaborators should in fact be mentioned Toby Driver with his main project Kayo Dot. After a series of dense chamber rituals, published mainly through his 5049 label, Cymerman shares this digital-only collection of solo live recordings from an unspecified cathedral.
Producing sounds in a space with long and wide resonances is an intoxicating experience for many musicians, since it allows them to perceive and dialogue with their own “spectral” double, expanding the reach of the single phrasings and extended techniques brought into play.
Cymerman’s is not an abandonment to the atmosphere of the context nor a mere display of virtuosity, but instead a challenge to reimagine his own stylistic features according to the imposing walls that surround him.
In “The Ejaculatory Force of the Eye”, piercing trebles explore the entire surface of the arches, separating then into trembling diplophonies even more sinister and interrogative, thus ending with quasi-ornithological primitive breaths. The shorter “Less than Filth” is interposed with tiny glitches and artificial echo effects indistinguishable from the natural ones, while in “Sterile Solitude” the electronic veins thicken between the folds of the clarinet’s soft melodies, not exempt from distinct Yiddish reminiscences.
Microtones and ghost notes emerge from the sustained lines in “The Mirror of Past Actions”, the most meditative and “environmental” track of the lot and the only one able to suggest the manifestation of tormented incorporeal entities, spirits passing from unfathomable elsewheres. The long conclusion with “Spheres of Malignancy” originates from the same ethereal suspension but develops more variously around an electroacoustic sine wave, a filiform counterpoint to one last descent into the innermost depths of the instrument, which in Cathedral acquires a plural and inexhaustible voice thanks to the awareness and discipline of a distinctive interpreter.


Hodokeru Mimi

Toryo Ito • Takamitsu Ohta • Asuna + Minoru Sato • Eisuke Yanagisawa • Fabio Perletta
901 Editions, 2019/20 | field recordings, drone, electroacoustic

Pubblicato in digitale a fine 2019 ma solo ora disponibile in formato cd, Hodokeru Mimi è un compendio di ciò che costituisce la cura e le passioni profuse nell’etichetta indipendente 901 di Fabio Perletta: uno sguardo costante e ammirato verso l’estremo Oriente, dove le più sotterranee scene musicali sembrano rievocare un nobile passato di filosofie, culti e tradizioni alle quali converrebbe mantenersi fedeli nel divorante disordine della contemporaneità.

Più che un concerto, quello tenutosi presso il tempio Ryosoku-in a Kyoto nel dicembre del 2017 è stato un vero e proprio cerimoniale dedicato al suono nelle sue forme più incorrotte, presieduto da officianti umilmente assorbiti nelle rispettive pratiche creative. Introdotto per pochi secondi da un gentile scampanellio, il pubblico si avvicina poco a poco tra gli scricchiolii del pavimento di legno, mentre Takamitsu Ohta li accoglie utilizzando piccole pietre applicate a varie superfici, generando brevi loop di registrazioni in presa diretta mentre lo spazio della sala da concerto diviene esso stesso – in senso puramente cageano – uno “strumento”, tra il più o meno discreto rumoreggiare dei partecipanti e i richiami d’uccelli nel giardino adiacente.

È poi la volta del collaudato duo formato da Naoyuki “Asuna” Arashi e da Minoru “m/s” Sato, co-fondatore del marchio (di troppo breve corso) WrK assieme a Toshiya Tsunoda. Benché divisa in due parti, la loro performance è interamente dedicata alla più soave e luminosa drone music, un inno estatico di tonalità circolari per organi, i quali tutt’al più generano qualche lieve e incontrollato effetto psicoacustico.
Con l’intervento di Eisuke Yanagisawa si passa a un altro ambito di ricerca particolarmente rappresentativo dell’arte sonora giapponese, ossia il field recording. La sua suite tripartita attraversa tre contesti naturali legati all’acqua, dal gracidare di rane e rospi tra i canneti al placido fluire e sgocciolare di microscopiche correnti in prossimità del microfono, capace di accentuare dettagli acustici e risonanze altrimenti impercettibili. 

Da ultimo il live set dello stesso Perletta, unico ospite internazionale dell’evento: per distacco la traccia più sfuggente e diversificata, “Aki No Jō” è una dinamica narrazione astratta che mescola onde corte elettroacustiche, sfregamenti di oggetti sonori, rintocchi di campane e piatti, in un collage di sorgenti tanto imprevedibile quanto ponderato nel conciliare idealmente le varie anime della sperimentazione nipponica.


Published digitally at the end of 2019 but only now available in CD format, Hodokeru Mimi is a compendium of what constitutes the care and passions profused by Fabio Perletta through his independent label 901: a constant and admired gaze towards the Far East, where the most underground musical scenes seem to evoke a noble past of philosophies, cults and traditions to which we ought to remain faithful in the devouring disorder of contemporary life.
More than a concert, the one held at the Ryosoku-in temple of Kyoto in December 2017 was a true ceremonial dedicated to sound in its most uncorrupted forms, chaired by officiants humbly absorbed in their respective creative practices. Introduced for a few seconds by a gentle ringing, the audience gradually approaches while their feet make the wooden floor creak, while Takamitsu Ohta welcomes them with small stones applied to various surfaces, generating short loops of live recordings while the space of the concert hall itself becomes – in a purely Cagean sense – an “instrument”, between the more or less discreet noises of the participants and the bird calls in the adjacent garden.
Then comes the turn of the already tested duo formed by Naoyuki “Asuna” Arashi and Minoru “m/s” Sato, co-founder of the (too short-lived) brand WrK together with Toshiya Tsunoda. Although divided into two parts, their performance is entirely dedicated to the most bright and suave drone music, an ecstatic hymn of circular tones for organs, which at most generate some slight and uncontrolled psychoacoustic effect.
With the intervention of Eisuke Yanagisawa, we move on to another area of research that is particularly representative of Japanese sound art, namely field recording. Its tripartite suite crosses three natural contexts related to water, from the croaking of frogs and toads among the reeds to the placid flow and dripping of microscopic currents near the microphone, capable of accentuating acoustic details and resonances otherwise imperceptible.
Lastly the live set by Perletta himself, the only international guest of the event: by far the most elusive and diversified track, “Aki No Jō” is a dynamic abstract narration mixing short electroacoustic waves, rubbing of sound objects, chimes of bells and cymbals, in a collage of sources as unpredictable as thoughtful in ideally reconciling the various souls of Japanese experimentation.


Jordane Tumarinson – Petites histoires de mon enfance

1631 Recordings, 2020 | modern classical

Dai consigli che dispenso si sarà ormai compreso chiaramente che, mio malgrado, conservo tuttora un animo piuttosto malinconico, e che di norma chiunque si dedichi alla descrizione di un tale sentimento senza troppi artifici potrà facilmente conquistarmi. In questo periodo surreale di quarantena forzata in tutto il mondo, la mia colonna sonora ideale non poteva che andare a toccare queste corde, facendo della reclusione un’occasione per fermarsi a ricordare, riflettere e riconsiderare tutte le fortune che abbiamo dato per scontate nel corso di una vita.

Da quando li ho scoperti, i bozzetti pianistici del francese Jordane Tumarinson hanno continuato a permeare le mie stanze sedentarie, illuminate da un sole che in questo momento solo gli uccelli e qualche gatto randagio possono godersi appieno. Pubblicato da 1631 Recordings – ramo digitale della prestigiosa Decca dedicato alle nuove promesse –, Petites histoires de mon enfance è come un libricino riccamente illustrato a colori pastello, un vero e proprio “album” di fotografie sonore vintage, scevro da particolari velleità al di fuori dell’espressione di un’innocenza perduta che immancabilmente ci accomuna.

Nella sua scrittura spontanea, apparentemente senza sforzo, di rado Tumarinson supera i tre minuti di durata, mantenendo ogni nuovo spunto melodico al suo stadio primario di suggestione immaginifica. Echi del Philip Glass post-minimalista virati in tonalità maggiore si intrecciano con quelli degli eredi della “scuola” Erased Tapes, in una girandola di note immerse nel sustain pedal sino a formare una nuvola di limpidezza melodica in cui rifugiarsi per non soccombere all’angoscia di questi lunghi giorni. Lasciamoci ispirare dalle gioie passate per rivolgere uno sguardo più fiducioso al domani che ci attende.


From the bits of advice I dispense it will now be clearly understood that, in spite of myself, I still retain a rather melancholy soul, and that usually anyone who dedicates himself to the description of such a feeling without too many artifices can easily conquer me. In this surreal period of forced quarantine all over the world, my ideal soundtrack could only have touched these strings, turning confinement into an opportunity to stop and remember, reflect and reconsider all the fortunes that we took for granted over the course of a lifetime.
Since I discovered them, the piano sketches of the French Jordane Tumarinson have continued to permeate my sedentary rooms, illuminated by a sun which at this moment only birds and some stray cats can fully enjoy. Published by 1631 Records – digital branch of the prestigious Decca imprint dedicated to new promises –, Petites histoires de mon enfance is like a richly illustrated book in pastel colors, a veritable “album” of vintage sound photographs, free from particular ambitions outside the expression of a lost innocence that invariably unites us.
In his spontaneous, apparently effortless writing, Tumarinson rarely exceeds three minutes in duration, keeping each new melodic inspiration at its primary stage of imaginative suggestion. Echoes of post-minimal Philip Glass veered in major key intertwine with those of the heirs from the Erased Tapes “school”, in a swirl of notes immersed in the sustain pedal to form a cloud of melodic clarity in which to take refuge, in order not to succumb to the anguish of these long days. Let us be inspired by past joys to turn a more confident look at the tomorrows awaiting us.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...