Roger Eno & Brian Eno – Mixing Colours

Deutsche Grammophon, 2020
modern classical, ambient


(ENGLISH TEXT BELOW)

È sempre e soltanto la storia, e non l’arbitraria apposizione di un marchio, a decretare la statura di “classico” in riferimento a un autore e alla sua opera. E in effetti l’inclusione del primo progetto in duo dei fratelli Eno nel catalogo Deutsche Grammophon non è tanto un riconoscimento tardivo, quanto la prosecuzione di una linea editoriale volta ad ampliare e “svecchiare” il target della storica etichetta tedesca, che ha già preso sotto la sua ala alcuni tra i più prestigiosi esponenti della cosiddetta scena modern classical.
E non a caso, d’altronde, l’elemento cardine di questo atteso album collaborativo non è l’eclettico guru il cui nome evoca intere epopee artistiche del secolo scorso, bensì il fratello rimasto più umilmente ai margini della notorietà: Roger Eno ha coltivato il proprio stile nel corso di lunghi anni in maniera opposta all’approccio quasi scientifico di Brian, senza l’opera del quale, tuttavia, Mixing Colours non potrebbe esistere in questa sua forma finale.

Nella rielaborazione di temi discontinuamente composti da Roger dal 2005 a oggi, l’inedito progetto prende avvio da presupposti tipicamente “concettuali”, programmatici, ma con esiti che sconfinano nel pittorico, nella vividezza di un baluginante impressionismo sonoro. Esso infatti, più che alla loro prima joint venture con Apollo: Atmospheres & Soundtracks (1983), non può che ricollegarsi al secondo volume dell’originaria serie Ambient (The Plateaux of Mirror, 1980) e al successivo The Pearl (1984), tantopiù che il percorso solista di Roger ha attinto più volte ad atmosfere ariose e cinematiche simili a quelle di Harold Budd, oltre che al pianismo d’epoca romantica e all’asciutta compostezza melodica di Erik Satie.

Le varie gradazioni cromatiche che intitolano le tracce di Mixing Colours corrispondono molto spesso alla rivisitazione di uno stesso tema con cadenze, effettistiche e stratificazioni più o meno accentuate: quello di Brian diviene così un intervento di – inutile dirlo – pregevolissimo sound design in grado di lasciare un’impronta inconfondibile su ciascuna traccia, l’aurale riverbero che nonostante i decenni intercorsi continua a differenziarlo dai suoi innumerevoli discepoli spirituali. 
Ad alcuni episodi più spontanei e apertamente sentimentali (“Blonde”, “Iris”) si alternano certi altri quasi “disumanizzati” nell’incorrotta perfezione di un’apparente sintesi Midi (“Wintergreen”, “Obsidian”, “Rose Quartz”), geometrie del sentimento che assottigliano drasticamente lo scarto tra il pentagramma e l’esecutore, come a ricondurre la musica verso l’idea di se stessa – un paradosso al quale Brian Eno ha lavorato per molti anni nei suoi progetti “generativi”, atti a conferire un’esistenza autonoma alla materia sonora.

Ma pur prendendo spunto dal colore come elemento astratto, aniconico, ciascun brano già nell’immaginazione – e fattivamente anche nei video ufficiali, girati davanti ai finestrini di vari treni – si manifesta come un paesaggio familiare, ipoteticamente sepolto nella memoria di chiunque, sia esso rurale o urbano, deserto o densamente popolato. Dunque anche Mixing Colours, in fin dei conti, rimette in discussione il concetto storicizzato di ‘ambient’, nata come musica dello spazio (impersonale, anonimo) ed evolutasi in musica del luogo (riflesso di un’identità, per quanto fluida e plurale); la stessa differenza che passa tra il solenne distacco della fotografia d’architettura e una Polaroid scattata senza ambizione, leggermente fuori fuoco, propedeutica al ricordo personale anziché all’oggettivazione estetizzante.

Ciò che era lecito attendersi da un binomio di tale prestigio non manca di avverarsi: alla spontaneità che mancava nei lavori del Brian Eno maturo – per quanto evocativi nella loro adamantina traslucenza – sopperisce il pianismo emozionale di Roger, un segreto finalmente rivelato al grande pubblico dopo un’ampia serie di pubblicazioni nel circuito indipendente, molte delle quali meriterebbero senz’altro di essere riscoperte. Ma al di là delle “etichette”, per l’appunto, la raffinatezza di Mixing Colours saprebbe in ogni caso distinguersi come il frutto di sensibilità rare e complementari, i due pesi di un equilibrio irriproducibile tra pensiero e sentimento.
Certo, qualcuno potrà sempre obiettare che 75 minuti sono forse un po’ troppi per indugiare su queste corde, variazioni su variazioni di un mood così dolcemente malinconico: ma quando mai, ripensando a un bel sogno, vi siete detti che sarebbe potuto durare qualcosa in meno?


It is always and only history, not the arbitrary affixing of a brand, that decrees the stature of “classic” in reference to an author and his work. And in fact the inclusion of the first duo projectof the Eno brothers in the Deutsche Grammophon catalogue is not so much a late recognition, rather than the continuation of an editorial line aimed at expanding and “rejuvenating” the target of the historic German label, which has already taken under its wing some of the most prestigious exponents of the so-called ‘modern classical’ scene.
And it’s not by chance, on the other hand, that the pivotal element of this much-anticipated collaborative album is not the eclectic guru whose name evokes entire artistic epics of the last century, but the brother who remained more humbly on the edge of fame: Roger Eno has cultivated his own style over the course of long years in an opposite way to Brian’s almost scientific approach, without whose oeuvre, however, Mixing Colors couldn’t exist in this final form.

In the reworking of themes discontinuously composed by Roger from 2005 to the present day, the new project starts from typically “conceptual”, programmatic assumptions, but with outcomes that border on the pictorial, on the vividness of a glimmering sonic impressionism. In fact, rather than their first joint venture with Apollo: Atmospheres & Soundtracks (1983), Mixing Colours should be associated to the second volume of the original Ambient series (The Plateaux of Mirror, 1980) and to the subsequent The Pearl (1984), all the more in that Roger’s solo career has repeatedly drawn on airy and cinematic atmospheres similar to Harold Budd’s, as well as Romantic-era pianism and the dry melodic composure of Erik Satie.

The various chromatic gradations that title the tracks very often correspond to the revisiting of a same theme with more or less accentuated cadences, effects and stratifications: that of Brian thus becomes an intervention of – needless to say – masterly sound design capable of leaving an unmistakable imprint on each piece, the aural reverberation which, despite the passing of decades, continues to differentiate him from his innumerable spiritual disciples.
Some more spontaneous and openly sentimental episodes (“Blonde”, “Iris”) alternate with others almost “dehumanized” in the uncorrupted perfection of an apparent Midi synthesis (“Wintergreen”, “Obsidian”, “Rose Quartz”), geometries of sentiment that drastically thin the gap between the pentagram and the performer, as if to bring music back to the idea of ​​itself – a paradox to which Brian Eno has worked for many years in his “generative” projects, apt to confer an autonomous existence to sound matter.

But while taking inspiration from color as an abstract, aniconic element, each piece already in the imagination – and also effectively in the official videos, shot from train windows – manifests itself as a familiar landscape, hypothetically buried in everyone’s memory, be it rural or urban, deserted or densely populated. Thus Mixing Colors ends up questioning the historicized concept of ‘ambient’, born as music of space (impersonal, anonymous) and evolved into music of place (the reflection of an identity, however fluid and plural); the same difference that passes between the solemn detachment of architectural photography and a Polaroid shot without ambition, slightly out of focus, preliminary to personal memory rather than an aestheticising objectification.

What was expected of such a prestigious combination does not fail to come true: the spontaneity that was lacking in mature Brian Eno’s works – although evocative in their adamantine translucency – is made up for through Roger’s emotional pianism, a secret finally revealed to the general public after a wide range of publications in the independent circuit, many of which would certainly deserve to be rediscovered. But beyond “labels”, indeed, the refinement of Mixing Colors would in any case stand out as the result of rare and complementary sensitivities, the two weights of an irreproducible balance between thought and feeling.
Of course, someone could still object that 75 minutes is perhaps a little too much to persevere up these alleys, with so many variations on such a sweetly melancholy mood: but when, thinking about a beautiful dream, did you ever say to yourself that it could have lasted a bit less?

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