Morton Feldman – For John Cage

Darragh Morgan / John Tilbury

Diatribe, 2020
20th-century classical

(ENGLISH TEXT BELOW)

Si tende a semplificare eccessivamente la musica del Morton Feldman maturo come scevra da dinamismo, quasi fosse la simulazione dello scorrere di un tempo oggettivato e idealizzato, in alcun modo influenzabile dal sentire umano. La natura indubbiamente riflessiva, il carattere di perenne sospensione e irrisolutezza delle sue ampie partiture fanno sì che anche gli interpreti stessi, in molti casi, mantengano un certo “cerebrale” distacco nella loro esecuzione, che richiede peraltro un livello di concentrazione e disciplina non comuni. 
È anche per queste ragioni che ho percepito un netto contrasto tra le incisioni passate e la nuova pubblicazione dell’etichetta irlandese Diatribe, che vede il violinista Darragh Morgan e John Tilbury – massima autorità del pianismo feldmaniano – impegnati in una mirabile rilettura del brano esteso “For John Cage” (1982), intitolato al pioniere del secondo Novecento col quale l’autore intrattenne una lunga amicizia e un fervido dialogo intellettuale.

Tale mi è parsa la singolarità della presente interpretazione, che ho dovuto sommariamente confrontarla con le precedenti relative alla stessa opera: non vi è dubbio che anch’esse confermino la predominante tendenza all’understatement, a un’oscillazione pressoché costante tra sfumature di ‘piano’ e al ‘pianissimo’, in apparenza le uniche intensità concesse al musicista. Nel violino, in particolare, la successione lineiforme delle figure motiviche e la voluta elisione del vibrato divengono spesso la giustificazione per un appiattimento che arriva a sfiorare l’esercizio d’assenza.

Di tutt’altro avviso, come si è capito, risulta l’illuminante e perturbante prova di Morgan e Tilbury, talmente in confidenza con la poetica del maestro americano da poterne sprigionare appieno l’intrinseca valenza drammatica [1]. Inizialmente i due interpreti tracciano una quadratura “classica” del mood sommesso del tardo Feldman – come anche dei coevi number pieces del dedicatario Cage -, mantenendosi fedeli a quelle “simmetrie storpie” che invero evocano due livelli sfalsati di geometrie piane, due voci che, incrociandosi come di sfuggita, non riescono mai a combaciare perfettamente.

I primi cambi di segno sensibili si manifestano attorno al diciassettesimo minuto, quando certi pattern del pianoforte sembrano aumentare di peso specifico, nell’andirivieni dell’archetto le note si rendono ancor più fragili, a tratti sfrangiate sino a sfiorare gli armonici naturali [2]. Al minuto ventitré Tilbury si cala in profondità tombali per poi riemergere nel registro alto con sequenze ascendenti che rintoccano come campanelli d’allarme; Morgan insiste su singole altezze con apparente distacco, in realtà pregno di tragica auto-consapevolezza, soppesando ogni battuta con precisione e senza mai ripercorrere nello stesso modo figure identiche sulla carta.

John Tilbury / Darragh Morgan

Ma è al cuore della partitura, oltrepassati i tre quarti d’ora, che il duo sottolinea a suo modo un passaggio particolarmente grottesco, un breve squarcio in quella apparente fissità già scongiurata dall’affiatato interplay; un carattere quasi epifanico che ritorna poi nei nervosi scambi al minuto 62 e nell’avanzamento in punta di piedi, speculare ma “in differita”, al settantesimo, momenti che non mancano di rievocare la relativa violenza nella quale possono sfociare certe improvvisazioni di Tilbury, tutt’altro che remissivo quando il protrarsi di una certa pensosa inerzia richiede l’intervento di forze maggiori.
In maniera più frequente, nella seconda metà, si manifestano così quegli occasionali sovvertimenti di scenario che rappresentano il tratto distintivo di “For John Cage”, che nelle tessiture oblique di due soli strumenti riesce ad accentuare un tormento – una ambivalenza, per l’appunto – assai meno evidente in altre composizioni di Feldman.

Negli ultimi minuti le progressioni del pianoforte tornano a farsi più ripetitive e chiuse in se stesse, mentre le figure ascendenti del violino si rarefanno nel procedere verso il graduale spegnimento del brano, sigillato da una troncatura incerta con la quale tipicamente Feldman sottrae le voci alla loro esistenza, le dissolve nello stesso silenzio dal quale per un lungo attimo si sono inaspettatamente affacciate. 
La maestria di un veterano come John Tilbury e la lettura tutt’altro che pedissequa di Darragh Morgan assumono una potenza rivelatoria in questa formidabile pubblicazione indipendente, un tassello che dimostra il potenziale di ampliamento nelle chiavi di lettura del repertorio di Morton Feldman.


[1] Le note di copertina riportano un’efficace descrizione offerta a suo tempo da Cornelius Cardew – del quale peraltro Tilbury è il biografo ufficiale -: “Quasi tutta la musica di Feldman è lenta e lieve. Solo a prima vista ciò è una limitazione. La vedo piuttosto come una porta stretta, alle cui dimensioni bisogna adattarsi […] Solo quando ci si è abituati alla penombra si può iniziare a percepire la ricchezza e la varietà di colore che è il materiale della musica [di Feldman]. Quando si è passati attraverso la porta stretta e ci si è abituati alla luce fioca, ci si rende conto della gamma della sua immaginazione e delle significative differenze che distinguono un pezzo dall’altro…”.

[2] “Stavo già sperimentando l’uso di un archetto barocco nelle esecuzioni di alcune musiche di Cage e Feldman. Il tono etereo che questi archi più curvi e più corti/leggeri possono produrre sembrava lo strumento più naturale per trasmettere l’articolazione desiderata, e anche il costante desiderio e la sottolineatura di Feldman, nelle sue ultime partiture, per cui ogni gesto dovrebbe dissiparsi naturalmente con un tratto espressivo ‘sotto voce’ verso l’alto e verso il basso.” (Darragh Morgan, ibid.)


The music of the mature Morton Feldman tends to be oversimplified as free from dynamism, as if it were the simulation of an objectified and idealized time flow, in no way influenced by human feeling. The undoubtedly reflective nature, the character of perpetual suspension and unresolvedness of his ample scores is such that even the interpreters themselves, in many cases, maintain a certain “cerebral” detachment in their execution, which also requires an uncommon level of concentration and discipline.
It is for these reasons, too, that I perceived a stark contrast between the past recordings and the new release by the Irish label Diatribe, which sees the violinist Darragh Morgan and John Tilbury – one of the highest authorities in Feldmanian pianism – engaged in an admirable rendition of the extended piece “For John Cage” (1982), named after the twentieth-century pioneer with whom the author had a long friendship and a lively intellectual dialogue.

Such seemed to me the singularity of this interpretation, that I had to summarily compare it with the previous ones relating to the same work: there’s no doubt that those too confirm the predominant tendency towards understatement, to an almost constant oscillation between shades of ‘piano’ and ‘pianissimo’, apparently the only intensities allowed to the musician. In the violin, in particular, the lineiform succession of the motivic figures and the intentional elision of vibrato often become the justification for a flattening that comes close to an exercise in absence.
Of a whole nother attitude, as has been understood, is the enlightening and perturbing performance of Morgan and Tilbury, so much in confidence with the American master’s poetics as to be able to fully unleash its intrinsic dramatic value [1]. Initially the two interpreters trace a “classic” quadrature of the subdued mood of the late Feldman – as well as the coeval number pieces of the dedicatee Cage -, remaining faithful to those “crippled symmetries” that indeed evoke two staggered levels of flat geometries, two voices that, as if crossing each other in passing, never manage to match perfectly.

The first noticeable changes of sign occur around the seventeenth minute, when certain patterns of the piano seem to increase in specific weight, the violin notes become even more fragile in the coming and going of the bow, at times even frayed until they border on the natural harmonics [2] . At twenty-three minutes Tilbury delves into tomb-like depths and then re-emerges in the high register with ascending sequences that ring like alarm bells; Morgan insists on single pitches with an apparent detachment, actually full of tragic self-awareness, weighing each bar with precision and never retracing in the same way figures which are identical on paper.

But it’s at the heart of the score, past three quarters of an hour, that the duo underlines in its own way a particularly grotesque passage, a short gash in the apparent immobility already averted by the tight-knit interplay; an almost epiphanic character which then returns in the nervous exchanges at minute 62 and the advancing on tiptoe, specular but “deferred”, at the seventieth, moments that do not fail to evoke the relative violence in which may result certain improvisations of Tilbury, anything but submissive when the continuance of a certain pensive inertia requires the intervention of force majeure.
Thus, in the second half, more frequently manifest themselves the occasional subversions of the scenario that represent the distinctive trait of “For John Cage”, which in the oblique weaves of only two instruments manages to accentuate a torment – an ambivalence, indeed – much less evident in other compositions by Feldman.

In the last few minutes the progressions of the piano become more repetitive and closed in on themselves, while the ascending figures of the violin rarefy in proceeding towards the gradual expiration of the piece, sealed by an uncertain truncation with which Feldman typically subtracts the voices from existence, dissolves them in the same silence from which for a long moment they unexpectedly appeared. 
The skill of a veteran like John Tilbury and Darragh Morgan’s all but slavish reading take on a revealing power in this formidable independent release, an essential component in demonstrating the potential for expansion in the reading keys of Morton Feldman’s repertoire.


[1] The liner notes quote an effective description offered at the time by Cornelius Cardew – of whom Tilbury is also the official biographer -: “Almost all of Feldman’s music is slow and soft. Only at first sight is this a limitation. I see it rather as a narrow door, to whose dimensions one has to adapt oneself […] Only when one has become accustomed to the dimness of light can one begin to perceive the richness and variety of colour which is the material of [Feldman’s] music. When one has passed through the narrow door and got accustomed to the dim light, one realises the range of his imagination and the significant differences that distinguish one piece from another…”

[2] “I was already experimenting with using a baroque bow in performances of certain music by Cage and Feldman. The ethereal tone these more curved and lighter/shorter bows can produce seemed the most natural tool for conveying the desired articulation, and also Feldman’s constant wish and marking in his late scores that every gesture should dissipate naturally with an upwards and downwards sotto voce expressive marking.” (Darragh Morgan, ibid.)

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