Christian Kobi – Hidden Place of Return

Cubus, 2021
free improvisation

(ENGLISH TEXT BELOW)

Per tutti quanti il 2021 vuole – e dovrà – essere l’anno del ricongiungimento, il tempo della riconquista di ciò che chiamavamo normalità, pur sapendo che non lo era affatto. È stata la solitudine vera e duramente vissuta a porre ogni cosa in una nuova prospettiva, indubbiamente distorta e viziata, instillandoci il desiderio di tornare indietro e di riacclimatarci con un’instabilità perversamente confortevole. L’artista sperimentale, invece, sembra quasi trovarsi più a suo agio con l’ignoto che gli si para di fronte, e persino l’attimo presente gli sta troppo stretto, così che l’immobilità forzata equivale alla soppressione di qualunque prospettiva, l’attesa l’unica e inadeguata forma di esorcismo a disposizione.

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morosphinx – vilvoorde

wabi-sabi tapes, 2020
free impro

(ENGLISH TEXT BELOW)

Certi musicisti – e specialmente i leoni della vecchia guardia – approcciano una sessione improvvisata come se fino a quel momento si fossero imposti una sorta di mutismo volontario, per poi rigettare in un sol colpo tutta la loro veemenza e obliqua espressività di fronte al pubblico; un integralismo che sembra concepire la performance come una sorta di guerra lampo, perpetuamente e drammaticamente in medias res anche nei suoi momenti più lirici.
All’estremo opposto stanno coloro che, invece, parrebbero intenti a rifondare ogni volta un intero universo dal nulla, muovendo lentamente da un inquieto, “impossibile” silenzio per poi plasmare poco a poco le presenze sonore che popoleranno il loro Creato. Penso anche ai film di Alice Rohrwacher, che per scelta poetica (in parte forse inconscia) cominciano sempre nel buio della notte, come se ogni racconto fosse una nuova, primigenia venuta al mondo.

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Elliott Sharp: Foliage

Dario Calderone, Gareth Davis, Pepe Garcia, Koen Kaptijn, Rutger Zuydervelt

Moving Furniture, 2020
free impro, avantgarde

(ENGLISH TEXT BELOW)

Persino a seguito delle ondate sovversive dell’avanguardia novecentesca, tutt’ora lo spartito di derivazione classica rimane il mezzo più diffuso tra i compositori per la trascrizione delle loro opere. La notazione tradizionale, insomma, prevale ancora sulle varie forme di notazione grafica: se l’una, infatti, è atta a ricostruire più fedelmente possibile il pensiero del compositore e la specifica qualità del suo progetto, l’altra lo obbliga a una parziale rinuncia della paternità artistica – a eccezione della matrice visiva –, e con ciò la estende o addirittura la demanda completamente ai suoi esecutori. Se dunque tale rivoluzione tarda ancora a compiersi, ciò è dovuto al fatto che mette inevitabilmente in crisi il concetto storico di ‘compositore’, ne abolisce l’implicita superiorità gerarchica e apre le porte a una totale comunione creativa con l’esecutore.

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Lee Patterson / Samo Kutin – The Universal Veil That Hangs Together Like a Skin

Inexhaustible Editions / Edition FriForma, 2020
drone, experimental

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Soltanto un approccio autenticamente sperimentale agli strumenti musicali e, più in generale, ai mezzi di produzione sonora può consentirci di superare o addirittura eludere la loro identità universalmente riconosciuta, la memoria esperienziale e sinestetica ad essi connessa. Ed è solo dopo aver instaurato un simile rapporto di ingenua e ingegnosa curiosità che il documento audio può tornare a essere autenticamente un dispositivo acusmatico, la sede di una completa e insondabile astrazione volta a sfilacciare quanto più possibile ogni legame con la mìmesis del reale.

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