Joëlle Léandre & Núria Andorrà – BLA BLA BLA duo

Fundacja Słuchaj, 2022
free impro


(ENGLISH TEXT BELOW)

Chi frequenta abitualmente le frange più radicali della musica spontanea avrà notato, con ogni probabilità, che certe volte non si sa dire perché qualcosa funzioni o meno: l’alchimia tra improvvisatori è difficile a spiegarsi e sembra dipendere da un quid ineffabile, una linea sottile che separa il trionfo dal disastro; nulla di strano, a ben vedere, per un’arte fondata sull’assenza di premeditazione e che consapevolmente elegge il rischio a cifra poetica.
In altri casi, invece, ogni cosa appare da subito chiara, il gesto sonoro è fulmineo ma controllato, la tensione tra i corpi (umani e non) produce un senso di attesa spasmodica, d’un tratto la seduta dell’ascoltatore si fa troppo stretta e scomoda: è in atto una nuova genesi, la coniazione di un lessico musicale senza reali termini di raffronto, e che proprio in forza della sua assoluta estraneità, paradossalmente, diviene subito familiare a tutti.


Parlarne vale a poco. Occorre aprire le orecchie, e d’altronde questo duo sa farsi strada senza sforzo per conquistare la nostra attenzione. Joëlle Léandre e Núria Andorrà, ossia una leggenda e una promessa (in verità già mantenuta): l’una, contrabbassista francese di lunga carriera alla quale è stata da poco annunciata l’assegnazione del Lifetime Achievement Award promosso da Arts for Art; l’altra, intrepida percussionista spagnola in precedenza al fianco di veterani come Lê Quan Ninh e Agustí Fernández. È dunque lecito aspettarsi una performance di rilievo, ma qui si direbbe che le suddette dialoghino da una vita intera, e che BLA BLA BLA duo si qualifichi come una sorta di saggio finale, un punto d’arrivo oltre il quale, forse, non resta molto altro da tentare.

Sì e no, poiché ogni sessione di libera improvvisazione è (o dovrebbe essere) principio e fine, nonché idealmente fine a sé stessa, come se tutto si giocasse una volta sola e poi mai più. È questa l’urgenza, l’ardente risolutezza che anima l’azione concertata di questo formidabile binomio, il cui ingresso sembra lo sfogo di una valvola di pressione, o l’accensione di un canale radio sintonizzato su frequenze cosmiche in continuo fermento sin dalla notte dei tempi.
Dodici take per dimostrare che il carattere narrativo può prescindere tanto dalla parola quanto dalla più vaga evocazione descrittiva: a due fuoriclasse come Léandre e Andorrà serve soltanto aderire alla cruda materialità del suono nelle sue forme più rare e problematiche, come se la tecnica estesa fosse il canone e la giustezza tonale l’eccezione di un momento isolato.

Così, al mood tendenzialmente cupo e gravoso che domina i duetti, fa da diretto contraltare la brillantezza delle soluzioni espressive, l’entusiasmo bambino – confermato dagli accenni di risate mantenuti al termine di alcune tracce – e il denso tratto fauvista con cui corde, pelli e superfici metalliche vengono attivati e fatti vibrare in pienezza, senza che alcuna preziosa risonanza vada sprecata. È insomma anche questo un canto, un inno alla potenza creatrice capace di scaturire persino da elementi tanto comuni, benché performance di questo livello finiscano col metterne in luce i risvolti reconditi, e dunque la natura eternamente ignota.

Joëlle Léandre / Núria Andorrà


Those who habitually frequent the more radical fringes of spontaneous music will have noticed, in all probability, that sometimes it is impossible to say why something works or not: the alchemy between improvisers is difficult to explain and seems to depend on an ineffable quid, a thin line that separates triumph from disaster; nothing strange, in fact, for an art founded on the absence of premeditation and which consciously elects risk as its poetic code.
In other cases, however, everything is immediately clear, the sonic gesture is lightning fast but controlled, the tension between bodies (both human and not) induces a sense of spasmodic expectation, suddenly the listener’s seat becomes too narrow and uncomfortable: a new genesis is taking place, the coining of a musical lexicon with no real terms of comparison, and which paradoxically, by very virtue of its absolute strangeness, immediately becomes familiar to all.

Talking about it doesn’t amount to much. One needs to open one’s ears, and besides, this duo knows how to effortlessly win our attention. Joëlle Léandre and Núria Andorrà, in other words a legend and a promise (actually an already fulfilled one): the former, a long-careered French double bass player who was recently announced as the recipient of the Lifetime Achievement Award promoted by Arts for Art; the latter, an intrepid Spanish percussionist previously alongside veterans such as Lê Quan Ninh and Agustí Fernández. A notable performance is therefore to be expected, but here it would seem as though the aforementioned had been dialoguing for a lifetime, and BLA BLA BLA duo qualified as a sort of final essay, a culmination after which, perhaps, not much else remains to be attempted.

Yes and no, since every session of free improvisation is (or should be) both beginning and end, as well as ideally an end in itself, as if everything were at play just once and then never again. This is the urgency, the ardent resolve that animates the concerted action of this formidable duo, whose entrance sounds like the venting of a pressure valve, or switching on a radio channel tuned to cosmic frequencies that have been in constant ferment since the dawn of time.
Twelve takes to demonstrate that the narrative character can do without words as much as the most vague descriptive evocation: two ace performers like Léandre and Andorrà only need to adhere to the raw materiality of sound in its rarest, most problematic forms, as if extended techniques were the canon and tonal correctness the exception of an isolated moment.

Thus, the mainly dark and brooding mood that dominates the duets is directly counterbalanced by the brilliance of the expressive solutions, the childlike enthusiasm – confirmed by the hints of laughter preserved at the end of some tracks – and the dense Fauvist trait with which strings, skins and metal surfaces are activated and made to vibrate in fullness, without any precious resonance being wasted. This too, after all, is a song, a hymn to the creative power that may arise even from such common elements, although performances of this level end up highlighting their innermost facets, and thus their endlessly unknown nature.

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