Don Malfon – MUTABLE

Relative Pitch, 2022
free impro, avantgarde


(ENGLISH TEXT BELOW)

L’arte è forse l’unico ambito della nostra esistenza in cui la consapevolezza dei propri limiti diviene una decisa esortazione a travalicarli. Non vi è infatti alcun rischio reale, a parte un eventuale fallimento – ma tale a giudizio di chi? –, nulla va perduto e tutto ha da conquistarsi. È in tal senso esemplare, ancorché non comune, il caso del sassofonista catalano Don Malfon (Alfonso Muñoz), il quale sembra concepire l’intero suo contributo performativo come una sfida alla materialità dello strumento, un’interrogazione che esige quante più risposte possibile e, come in un laboratorio scientifico, tende a innescare un processo di ipotesi e verifiche sempre nuove.


Da anni Malfon porta avanti un discorso, o per meglio dire un’impresa linguistica, analoga a quello del trombettista Mazen Kerbaj: ma laddove lo sperimentatore libanese ricorre a qualsiasi mezzo, inclusi quelli elettronici, pur di stravolgere e reinventare ex-novo il suono del suo ottone, Malfon si attiene rigorosamente alla dimensione acustica, con ciò tuttavia ampliando lo spettro timbrico del sassofono a mezzo degli oggetti e delle tecniche estese più disparate. E se già On Resonance (Sirulita, 2020) raccoglieva una nutrita serie di studi curiosi e sorprendenti, le sessioni confluite in MUTABLE sfociano addirittura nell’inverosimile.

L’intuizione dell’elemento estraneo passa qui da un approccio brut e quasi provocatorio all’assoluto controllo tecnico, a una sicurezza espressiva tale da poter persino inaugurare un nuovo canone. I rombanti clangori e stridii metallici in primo piano, originati dal vibrare di appendici inserite nel corpo dello strumento, si intrecciano indissolubilmente a ruvide note sostenute, ipertoni multipli e sibili residuali, sfaccettature concomitanti e paritarie di un soffio che si rende polimorfo, schizoide – per l’appunto, costantemente mutevole.

L’atto di forza del sassofonista catalano evoca un’avanguardia steampunk ancora di là da venire, un assaggio di come un domani, con il probabile declino della civiltà digitale e il conseguente ritorno all’ordine analogico, si presenteranno gli estremi residuati stilistici del verbo jazz originario. MUTABLE attualizza visioni entusiasmanti, e a tratti persino inquietanti, in quaranta minuti di pura alterità sonora, ma soprattutto rende quello di Don Malfon un nome semplicemente ineludibile nell’attuale panorama free impro. Una doverosa menzione spetta anche alla prolifica etichetta newyorkese Relative Pitch, da mantenere nei radar tanto per le incursioni dei veterani quanto per le prime mosse di validi emergenti.


Art is perhaps the only sphere of our existence in which the awareness of one’s own limits becomes a decisive exhortation to transcend them. There is in fact no real risk, apart from a possible failure – but such in whose judgement? –, nothing is lost and everything has to be conquered. In this sense, the case of the Catalan saxophonist Don Malfon (Alfonso Muñoz) is exemplary, albeit uncommon. He seems to conceive his entire performative contribution as a challenge to the materiality of the instrument, a questioning that demands as many answers as possible and, as in a scientific laboratory, tends to trigger a process of ever new hypotheses and verifications.

For years now, Malfon has been pursuing a discourse, or rather a linguistic endeavor, similar to that of trumpeter Mazen Kerbaj: but where the Lebanese experimenter uses any means, including electronic ones, to distort and reinvent the sound of his brass from scratch, Malfon sticks strictly to the acoustic dimension, while at the same time expanding the timbral spectrum of the saxophone by means of the most diverse objects and extended techniques. And if On Resonance (Sirulita, 2020) already collected a large number of curious and surprising etudes, the sessions brought together on MUTABLE even border on the improbable.

The intuition of the extraneous element shifts here from a brut-esque and almost provocative approach to absolute technical control, to an expressive confidence that could even inaugurate a new canon. The rumbling metallic clangours and screeches in the foreground, originating from the vibration of appendages inserted in the body of the instrument, are inextricably intertwined with rough sustained notes, multiple hypertones and residual hisses, concomitant and equal facets of a breath that becomes polymorphous, schizoid – indeed, constantly mutable.

The Catalan saxophonist’s act of strength evokes a steampunk avant-garde yet to come, a glimpse of how someday, with the likely decline of digital civilisation and the consequent return to analogue order, the outermost stylistic remnants of the original jazz verb will present themselves. MUTABLE actualises exciting, at times even disturbing, visions in forty minutes of pure sonic otherness, but above all makes Don Malfon’s a simply unavoidable name in the current free-impro panorama. Due mention must also be made of the prolific New York label Relative Pitch, which should be kept on the radar as much for the forays of veterans as for the first moves of talented up-and-comers.

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