Weekly Recs | 2020/3

Don Malfon – On Resonance (2020)

Claudio F. Baroni – The Body Imitates the Landscape (2020)

Celer – Future Predictions (2020)

Jez riley French – audible silence | tate modern (2019)



Don Malfon – On Resonance

Sirulita, 2020 | free impro, avantgarde

Persino in un periodo che ha visto la rinascita e l’ulteriore “nobilitazione” del sassofono come strumento solista – al di fuori della cerchia avant-jazz e impro, si pensi soltanto al trionfo di Colin Stetson -, la ricerca sonora del giovane catalano Don Malfon riesce a catalizzare l’attenzione e stupire, un’invenzione dopo l’altra.

Lo confermano le entusiastiche note di copertina di un peso massimo come Mats Gustafsson, che però omettono di specificare un dato fondamentale, in grado di modificare totalmente la percezione dell’esordio On Resonance (edito da Sirulita, a cura di Agustí Fernández): il performer si avvale di tante tecniche estese e oggetti applicati al corpo dello strumento, ma non vi è alcun intervento elettronico né in fase di registrazione né in post-produzione; e proprio perciò lo spettro di inflessioni e modulazioni, la varietà di alchimie timbriche e para-ritmiche ottenuta in questi otto studi ha davvero dell’inaudito.

È certamente il frutto di una curiosità che non ragiona più di tanto sulle proprietà intrinseche allo strumento, bensì addiziona qualunque elemento utile a disattendere le sue identità sonore precedenti e squadernare quelle potenziali, affinché il suono in tutta la propria concretezza si faccia spontaneamente musica. Più che un biglietto da visita, quello di Malfon è un attestato di precoce supremazia e un passepartout verso il gotha della nuova sperimentazione acustica.


Even in a period that saw the revival and further “ennobling” of the saxophone as a solo instrument – outside the avant-jazz and impro circle, let’s just think of Colin Stetson’s triumph -, the sound research of the young Catalan Don Malfon manages to catalyze attention and amaze, one invention after another. 
This is confirmed by the enthusiastic cover notes of a heavyweight like Mats Gustafsson, who however fails to specify a fundamental datum, capable in itself of totally modifying the perception of Malfon’s debut On Resonance (published under the Sirulita label run by Agustí Fernández): the performer operates with many extended techniques and objects applied to the body of the instrument, but there is no electronic intervention either in the recording phase nor in post-production; and therefore the spectrum of inflections and modulations, the variety of timbre and para-rhythmic alchemies obtained in these eight studies turns out to be truly unprecedented. It is certainly the result of a curiosity that doesn’t think too much about the intrinsic properties of the instrument, adding instead any useful element in order to disregard its previous sonic identities and unfold new potential ones, so that the sound in all its concreteness may spontaneously become music. More than a calling card, Malfon’s is a certificate of precocious supremacy and a skeleton key towards the gotha ​​of the new acoustic experimentation.


Claudio F. Baroni – The Body Imitates the Landscape

Unsounds, 2020 | contemporary classical, minimalism

Alla faccia di quell’arte che oggi va volutamente perdendo contatto con il suo fruitore e con la realtà, nascondendosi sotto strati meta- e anti-narrativi di suoni e immagini superficiali, l’installazione musicale di Adi Hollander e Claudio F. Baroni ambisce a stabilire un dialogo con l’intera superficie corporea, attingendo alla radice dei suoni in quanto vibrazioni nell’aria.

The Body Imitates the Landscape è un ciclo di meditazioni da esperire (almeno in origine) adagiandosi su materassini gonfiabili disposti in varie conformazioni ergonomiche, attraverso i quali vari trasduttori acustici diffondono le delicate atmosfere cameristiche dell’ensemble olandese MAZE, in perfetto equilibrio tra la sospensione tonale di Morton Feldman e la ‘scrittura automatica’ sussurrata da Robert Ashley (alla cui memoria, non a caso, è dedicata l’opera). 

La “scuola del corpo” professata nel libro “Karada” di Michitaro Tada è l’ispirazione scientifica e testuale di quello che finisce col diventare anzitutto uno spazio di rilassamento mentale, invitato in particolare dalle morbide risonanze percussive, non soltanto del vibrafono di Enric Monfort ma anche dai puntuali rintocchi delle tastiere di Reinier van Houdt; i tenui arpeggi della chitarra elettrica (Wiek Hijmans) e gli ancor più discreti toni continui del contrabbasso (Dario Calderone) e dei fiati (Anne La Berge al flauto, Gareth Davis al clarinetto) sono i filamenti evanescenti del microcosmo amniotico immaginato da Baroni – qui responsabile dei live electronics -, emissario di una ricerca dal respiro multidisciplinare che ricolloca il proprio baricentro nel dominio della pura (e assoluta) percezione.
Anche nella sua declinazione per il solo ascolto, The Body Imitates the Landscape è un’esperienza terapeutica, inebriante e letteralmente sensuale.


In spite of some of today’s art which is deliberately losing contact with its viewer and with reality, hiding under meta- and anti-narrative layers of superficial sounds and images, the musical installation by Adi Hollander and Claudio F. Baroni aims to establish a dialogue with the whole body surface, drawing on the root of sounds as vibrations in the air. 
The Body Imitates the Landscape is a cycle of meditations to be experienced (at least originally) resting on inflatable mattresses arranged in various ergonomic conformations, through which various transducer speakers diffuse the delicate chamber atmospheres of Dutch ensemble MAZE, perfectly balancing Morton Feldman’s tonal suspension and the ‘automatic writing’ whispered by Robert Ashley (to whose memory the work is unsurprisingly dedicated). The “school of the body” professed in Michitaro Tada’s book “Karada” is the scientific and textual inspiration of what ends up becoming firstly a space for mental relaxation, invited in particular by the soft percussive resonances, not only of Enric Monfort’s vibraphone but also from the punctual chimes of Reinier van Houdt‘s keyboards; the soft arpeggios of the electric guitar (Wiek Hijmans) and the even more discreet continuous tones of the double bass (Dario Calderone) and the wind instruments (Anne La Berge on flute, Gareth Davis on clarinet) are the evanescent filaments of the amniotic microcosm imagined by Baroni – here responsible for the live electronics -, emissary of a multidisciplinary research that relocates its center of gravity in the domain of pure (and absolute) perception. Even in its declination for listening only, The Body Imitates the Landscape is a therapeutic, intoxicating and literally sensual experience.


Celer – Future Predictions

2020 | ambient, tape music

L’elemento della ripetizione dà adito alle critiche più feroci (e invero comprensibili) da parte di chi non ascolta musica ambient e/o minimalista: perché soffermarsi indefinitamente su un breve estratto che si ripresenta quasi o del tutto identico a se stesso per minuti, o persino ore ininterrotte? Che ne è del tempo – sia esso il nostro o inteso in senso assoluto -?
È quello che sarei tentato di chiamare il ‘principio/paradosso di Basinski’ (titolo attribuito per i meriti sul campo, non perché sia l’unico esponente della tape music): una cellula melodica individuale, di per sé prossima all’insignificanza in termini estetici ed emozionali, acquista maggior rilevanza e rivela la ricchezza delle proprie sfumature intrinseche soltanto nel processo di reiterazione, che accresce il portato di quella cellula nel moltiplicarla potenzialmente per sempre. 

Will Long, alias Celer, non ha mai scisso la sua attività musicale dal viaggio e dalla sua documentazione visiva: la composizione per loop è il suo modo di stabilire un’equivalenza approssimativa tra il suono e la fotografia, nell’utopico eternamento di un istante che è passato non appena lo si è vissuto. I quattro brani/cd del box autoprodotto Future Predictions sono il monumentale complemento a Memory Repetitions (Smalltown Supersound, 2018): con queste delicate orchestrazioni, incise su nastro e soggette a minime modificazioni additive o sottrattive, Long proietta il sentimento di nostalgia nell’avvenire, medita su ciò che lo aspetta oltre e accompagna l’avanzamento con queste suite contemplative, rincuoranti nella loro essenzialità senza un preciso fine descrittivo, capaci di entrare nella vita di chiunque e lasciare una traccia di bellezza che, almeno idealmente, non sbiadisce mai. Perciò la sua durata non rappresenta un’appropriazione indebita di tempo, ma anzi un suo arricchimento per certi versi inestimabile. 


The element of repetition gives rise to the most ferocious (and indeed understandable) criticisms by those who do not listen to ambient and / or minimalist music: why dwell indefinitely on a short excerpt manifesting itself in an almost or completely identical way for uninterrupted minutes, or even hours? What about time – be it ours or taken in its absolute sense -? 
It’s what I would be tempted to call the ‘Basinski principle / paradox’ (a title attributed for merits achieved in the field, as he isn’t the only exponent of tape music): an individual melodic cell, in itself close to insignificance in aesthetic and emotional terms, acquires greater relevance and reveals the richness of its intrinsic nuances only in the process of reiteration, which increases the cell’s impact in multiplying it potentially forever. Will Long, aka Celer, has never separated his musical activity from his travels and their visual documentation: composing with loops is his way of establishing an approximate equivalence between sound and photography, in the utopian perpetuation of an instant which passed as soon as it was experienced. The four tracks / CDs of the self-produced Future Predictions box are the monumental complement to Memory Repetitions (Smalltown Supersound, 2018): with these delicate orchestrations, recorded on tape and subject to minimal additive or subtractive modifications, Long projects the feeling of nostalgia in the future, meditates on what awaits him further and accompanies the advancement with these contemplative suites, heartening in their essentiality without a precise descriptive purpose, capable of entering anyone’s life and leaving behind a trace of beauty that, at least ideally, never fades. Therefore its duration does not represent an undue appropriation of time, but rather a somewhat invaluable enrichment of it.


Jez riley French – audible silence | tate modern

2019 | field recordings

“The act of pressing ‘Record’ is an act of composition”: chiunque prenda sul serio la materia sonora allo stato puro – ossia quale essa si manifesta negli spazi che frequentiamo d’abitudine o che scegliamo di indagare – parte implicitamente da questo assunto, una formula che può trasformare un semplice documento uditivo in un’opera d’arte compiuta.

Qualche anno fa la Tate Modern di Londra commissionò a Jez riley French un intervento di sound art: tra il 2012 e il 2013 il compositore ha trascorso dieci giorni e anche alcune nottate nell’ampio edificio alla ricerca dell’identità “inascoltata” della prestigiosa galleria, in quanto luogo tipicamente votato alle arti visive. L’obiettivo palese, come nell’atto sovversivo di John Cage, era quello di rendere il ‘silenzio udibile’, captando il respiro continuo della Tate in assenza (o quasi) di avventori. 
Con vari tipi di microfoni a contatto e geofoni per catturare le onde sonore attraverso le pareti, come un medico French ha applicato il proprio stetoscopio a ogni superficie che egli ritenesse atta a rappresentare un luogo per sineddoche: dai corridoi che collegano le sale espositive alle scale mobili, sino ad addentrarsi in angoli inaccessibili all’orecchio come i condotti di aerazione, le ringhiere di ferro o l’interno di una cassetta per le donazioni (tra le prospettive curiosamente più vicine al genere dark ambient).

Sette ore e mezzo di registrazioni in presa diretta – tra cui room tones e vibrazioni assai vicini al microsound – non sono certo una prova da ogni giorno, e nemmeno per chiunque: il gesto artistico di audible silence non ne risulta comunque scalfito e forse per la prima volta, attraverso l’hic et nunc dell’ascolto selettivo di French, è la Tate stessa a circondarsi di quell’aura che Walter Benjamin teorizzò in relazione all’opera d’arte in quanto espressione singolare e non replicabile. Traccia dopo traccia, il fascino discreto del luogo che si fa suono (e viceversa) potrebbe farvi soffermare più a lungo di quanto avreste immaginato.


“The act of pressing ‘Record’ is an act of composition”: anyone who takes sound matter in its pure state seriously – that is, the way it manifests itself in the spaces that we regularly frequent or we choose to investigate – implicitly starts from this assumption, a formula that can transform a simple auditory document into an accomplished work of art.
A few years ago the Tate Modern in London commissioned a sound art intervention to Jez riley French: between 2012 and 2013 the composer spent ten days and some nights in the large building to look for the “unheard” identity of the prestigious gallery, considering it’s a place typically devoted to visual arts. The clear goal, as in John Cage’s subversive act, was to make ‘silence audible’, capturing the continuous breath of the Tate in the absence (or almost) of patrons.
With various types of contact microphones and geophones to capture sound waves through the walls, like a doctor French applied his stethoscope to every surface he thought was apt to synecdochically represent a space: from the corridors that connect the exhibition halls to the escalators, as far as reaching corners inaccessible to the ear such as ventilation ducts, iron railings or the inside of a donation box (curiously enough, among the perspectives more resembling the dark ambient genre).
Seven and a half hours of field recordings – including room tones and vibrations very close to microsound – are certainly not an everyday ordeal, nor for anyone: the artistic gesture of audible silence, however, remains unaffected and, perhaps for the first time, through the ‘here and now’ of French’s selective listening, it is Tate herself who gets surrounded by that aura which Walter Benjamin theorized in relation to the work of art as a singular and non-replicable expression. Track after track, the discreet charm of the place that makes itself sound (and vice versa) could make you stay longer than you would have imagined.

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