Cubus Records: Tomas Korber & Konus Quartett || John Tilbury

Tomas Korber & Konus Quartett – Anschlussfehler (2019)

John Tilbury – The Tiger’s Mind (2019)



Tomas Korber & Konus Quartett – Anschlussfehler

★★★☆☆
Cubus, 2019
electroacoustic, avantgarde

L’etichetta svizzera diretta dai sassofonisti d’avanguardia Christian Kobi e Fabio Oehrli consta di un catalogo modico e selezionatissimo, dalla rigorosa monocromia grigio/nera, dedicato alle derive più audaci della composizione e improvvisazione europea.
Il Konus Quartett – del quale entrambi fanno parte assieme a Jonas Tschanz e Stefan Rolli – aveva inaugurato la produzione con “La bocca, i piedi, il suono” di Salvatore Sciarrino (‘per quattro sax solisti e cento sax in movimento’), tra le più peculiari declinazioni performative entro l’ecologia sonora del maestro siciliano.
In seguito la formazione ha presentato Musik für ein Feld (2014, tr. ‘musica per un campo’), lunghissimo brano d’estremo riduzionismo a opera del connazionale Tomas Korber, la cui firma ritorna oggi nel presentare la più audace suite Anschlussfehler (‘errori di continuità’).

Il raggio d’azione rimane quello di una inamovibile pratica d’astrazione a partire da flusso anti-espressivo di suoni minimi: dapprima soffi afoni, come forature sulla tenera pelle del silenzio, in seguito processati al computer e “disorientati” nello spazio acustico in mutazioni distorte, simulacri di segno opposto che a tratti arrivano a sfiorare il wall of noise. I sax solisti si alternano nel sostenere note instabili, tra overtones e sensibili scivolamenti microtonali che sembrano imitare talvolta le onde corte di un apparato elettronico, talaltra lo stridore di violini ad altezze vertiginose. 

L’obiettivo ultimo sembra proprio quello di assottigliare il confine tra suono naturale e artificiale, immergendoli entrambi in un bacino elettroacustico soggetto a capovolgimenti drastici e improvvisi, passando dall’orizzontalità di una tela liscia e incolore alle perturbanti increspature del più tetro paesaggio industrial/glitch alla Pan Sonic. Le fasi si alternano in un ciclo continuo, disattendendo l’idea di uno sviluppo drammatico lineare per vagare liberamente, piuttosto, fra distinte camere di decompressione sonora. 
L’integralismo dell’opera precedente di Korber, ancora fortemente influenzata dall’estetica onkyokei giapponese, trova in Anschlussfehler l’espediente per ampliare l’orizzonte di sperimentazione col quartetto e, contestualmente, di offrirsi come ascolto avvincente e appetibile per un pubblico potenzialmente ben più ampio di quello dell’avanguardia radicale. 

Audio excerpts (2, 3) from Cubus website

The Swiss label run by avant-garde saxophonists Christian Kobi and Fabio Oehrli consists of a modest and highly selected catalog – of a rigorous gray / black monochromy – dedicated to the most daring derivations of European composition and improvisation.
The Konus Quartett – of which both are part together with Jonas Tschanz and Stefan Rolli – had inaugurated the production with “La bocca, i piedi, il suono” by Salvatore Sciarrino (tr. The Mouth, the Feet, the Sound, ‘for four sax soloists and one hundred saxes on the move’), among the most peculiar performative variations within the Sicilian master’s ecology of sound.
Subsequently, the group presented Musik für ein Feld (2014, tr. ‘Music for a field’), a very long piece of extreme reductionism by compatriot author Tomas Korber, whose signature returns today in presenting the more daring suite Anschlussfehler (‘continuity errors’).

The radius of action remains that of an adamant practice of abstraction starting from the anti-expressive flow of minimal sounds: at first breathless murmurs, like punctures on the tender skin of silence, later processed via computer and “disoriented” in the acoustic space in distorted mutations, opposite-sign simulacra which at times verge on a wall of noise. Solo saxophones alternate in sustaining unstable notes, between overtones and noticeable microtonal glides that sometimes seem to imitate the short waves of an electronic apparatus, some other the screeching of violins at dizzying heights.

The ultimate goal seems to be the narrowing of the boundary between natural and artificial sound, immersing them both in an electroacoustic basin subject to drastic and sudden overturnings, from the horizontality of a smooth and colorless canvas moving on to the disruptive ripples of the darkest industrial / glitch landscape of Pan Sonic memory. The phases alternate in a continuous cycle, disregarding the idea of a linear dramatic development to wander freely, rather, through separate chambers of sonic decompression.
The integralism of Korber’s previous work, still strongly influenced by the Japanese onkyokei aesthetics, finds in Anschlussfehler the expedient to broaden the horizon of experimentation with the quartet and, at the same time, offers itself as a compelling and attractive listening for a potentially well wider audience than that of the radical avant-garde.


John Tilbury – The Tiger’s Mind

★★★☆☆
Cubus, 2019
free impro

Una serie di performance soliste registrate nella cattedrale di Berna, in Svizzera, costituisce uno degli elementi di maggiore unicità della Cubus Records: dopo il percussionista Pierre Favre, il performer multidisciplinare Joke Lanz e Peter Brötzmann, leggenda del free jazz teutonico, il pianista di fama AMM è il primo illustre ospite britannico a comparire tra i live marchiati ‘Münster Bern’, con l’esibizione tenutasi nell’ottobre del 2018 per il festival “zoom in”. 

Da diverso tempo non capitava di ascoltare un’esibizione di John Tilbury piuttosto dinamica come la qui presente The Tiger’s Mind, titolo ripreso da un sestetto del defunto Cornelius Cardew, tra i membri fondatori dello storico gruppo d’improvvisazione (Tilbury ne è anche il biografo di riferimento). Così indica la sua partitura verbale: “Quando ci sono meno di sei esecutori, le persone o gli oggetti o le sorgenti sonore… possono essere utilizzate come fantocci – senza necessariamente renderli edotti dei loro ruoli”. 

Tra i sei soggetti disponibili (Amy, la Tigre, l’Albero, il Vento, il Cerchio, la Mente), in questa occasione il pianista ha scelto di interpretare la Tigre e ha predisposto una tavolozza di suoni pre-registrati in sostituzione degli altri cinque musicisti; anche la chiesa stessa, con la risonanza delle sue secolari arcate, fa parte degli elementi con cui Tilbury entra in dialogo nel disegnare a mano libera la seconda sezione della partitura, “Nightpiece”, descritta poeticamente da Cardew come un sogno senza filo logico, aperto a qualsiasi lettura improvvisata da parte degli esecutori. 

L’identità del pianoforte preparato di Tilbury è come sempre ben riconoscibile, ma la ricorrente impronta feldmaniana è praticamente assente, tra attacchi irruenti e più delicate manovrazioni dissonanti sui due registri estremi. Negli interstizi prende invece vita un teatrino di figure sonore discrete dove, in tutta la parte centrale, ritornano a più riprese richiami d’uccelli, feedback d’amplificazione, campionamenti di elementi naturali come fuoco e acqua assieme ad altri volutamente indistinguibili, atti a popolare lo spazio d’ascolto come pennellate timide e fugaci, disperse nell’eco ariosa della cattedrale.

La lunga ora di indagine è costellata di episodi isolati, in alcuni dei quali Tilbury rimette mano con più decisione alla tastiera, al legno e alle nude corde, e per qualche momento lo assale una violenza quasi paragonabile a quella di “Cathnor”, primo atto del memoriale di Duos For Doris al fianco di Keith Rowe, in crescendo volumetrici che si appropriano dell’intera architettura circostante, recidendo con forza quel silenzio della significazione che è il presupposto e il fine ultimo di ciascuna performance di Tilbury e del suo entourage artistico.
“This is what happened”, dichiara una voce femminile al termine del disco: ancora una volta non sappiamo cosa sia ‘questo’, ma di certo ‘è successo’.

Audio excerpts (2, 6) from Cubus website

A series of solo performances recorded at Bern Minster, in Switzerland, constitutes one of the most unique elements of Cubus Records: after percussionist Pierre Favre, multidisciplinary performer Joke Lanz and Peter Brötzmann, the legend of Teutonic free jazz, the renowned pianist of AMM fame is the first illustrious British guest to appear among the live sets branded ‘Münster Bern’, with the show held in October 2018 for the “zoom in” festival.

It’s been some time since we listened to rather dynamic a performance by John Tilbury such as the present one called The Tiger’s Mind, a title taken from a sextet by the late Cornelius Cardew, among the founding members of the historical improvisation group (Tilbury is also his reference biographer). Thus indicates his verbal score: “When there are less than six players, people or objects or sound-sources… may be used as dummies – without necessarily informing them of their roles”.

Among the six available subjects (Amy, the Tiger, the Tree, the Wind, the Circle, the Mind), on this occasion the pianist chose to interpret the Tiger and prepared a palette of pre-recorded sounds to replace the other five musicians; even the church itself, with the resonance of its secular arches, is part of the elements with which Tilbury enters into dialogue in his freehand drawing of the second section of the score, “Nightpiece”, poetically described by Cardew like a dream with no line of logic, open to any improvised reading by the performers.

The identity of Tilbury’s prepared piano is as always well recognizable, but the recurrent Feldmanian imprint is practically absent between impetuous attacks and more delicate dissonant maneuvers on the two extreme registers. In the interstices, instead, a theater of discreet sound figures comes to life where, throughout the central part, on several occasions recur bird calls, amplification feedbacks, samples of natural elements such as fire and water together with others deliberately indistinguishable, suitable for populating the acoustic space like timid and fleeting brushstrokes, dispersed in the airy echo of the cathedral.

The hour-long investigation is dotted with isolated episodes, in some of which Tilbury more decisively gets his hand on the keyboard, the wooden structure or the bare strings, and for a few moments a violent instinct takes a hold of him, one almost comparable to that of “Cathnor”, first act of the Duos For Doris memorial alongside Keith Rowe, in volumetric crescendos that appropriates the entire surrounding architecture, drastically severing that silence of meaning which is the assumption and the ultimate goal of each performance by Tilbury and his artistic entourage.
“This is what happened”, declares a female voice at the end of the album: once again we don’t know what ‘this’ is, but it most certainly ‘happened’.

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