Weekly Recs | 2020/2

John Chantler & Johannes Lund – Andersabo (2020)

Ekmeles – A Howl, That Was Also a Prayer (2020)

Sarah Hughes – I love this city and its outlying lands (2020)

Andrea Laudante – Banat banat ban jai (2020)

Rob Clutton with Tony Malaby – Offering (2019)



John Chantler & Johannes Lund – Andersabo

2020 | eai, drone

Sulle prime straniante e magmatico, l’originale dialogo acustico/elettronico tra il sassofono basso di Johannes Lund e il synth di John Chantler rivela in pochi minuti un’ampiezza prospettica assai maggiore rispetto a una classica sessione impro, immaginata come un percorso tra le stanze e i dintorni all’aria aperta di un’abitazione nel sud della Svezia.
Pur circolando ossessivamente tra rapidi fraseggi post-minimali, in “Back of the House” il fiatista mantiene un baricentro tonale che trova sostegno nel bordone d’organo a pompa retrostante, mentre le aspre frequenze del modulare sembrano a loro volta duplicare il borbottio del sax con un misurato processo di rimbalzi caotici.
L’intermezzo di “Open Field & Forest”, dapprima quasi monocromo poi diviso tra field recordings naturali e clangori industriali simulati da Lund, separa il primo take dalla più lunga “Under Barn Floor”, dove in un certo senso si invertono i ruoli: dominata dal soffio gutturale e pervasivo di Lund su una sola nota, qui è difatti Chantler a indugiare come ipnotizzato sul registro alto della tastiera, mentre l’apparato elettronico processa fonti sonore a metà via tra un frinire entomologico e il crepitìo di rametti secchi sul fuoco. È infine il rombo di un motore a sovrastare il tutto annunciando la graduale richiusura nell’oscurità, il campo lungo che accompagna lo sguardo fuori dall’anomala, catturante inquadratura sonora.


At first alienating and magmatic, the original acoustic / electronic dialogue between Lund’s bass saxophone and Chantler’s synthesizer reveals in a few minutes a much greater width of perspective than a classic impro session, imagined as a path through the rooms and the open-air surroundings of a house in southern Sweden.
While circulating obsessively between rapid post-minimal phrasing, in “Back of the House” Lund maintains a tonal center of gravity that finds support in the pipe organ behind him, while the harsh frequencies of the modular synth seem in turn to duplicate the muttering of the sax with a measured process of chaotic rebounds.
The interlude of “Open Field & Forest”, at first almost monochrome then divided between natural field recordings and the industrial clangs simulated by Lund, separates the first take from the longer “Under Barn Floor”, where in a certain sense the roles are reversed: dominated by the guttural and pervasive breath of Lund on a single note, it is now Chantler that lingers as if hypnotized on the high register of the keyboard, while the electronic apparatus processes sound sources halfway between an entomological chirping and the crackling of dry twigs on the fire. Finally, the roar of an engine enters to dominate the whole, announcing the gradual reclosing in the darkness, a long shot that accompanies the gaze out of the anomalous, captivating sound frame.


Ekmeles – A Howl, That Was Also a Prayer

New Focus, 2020 | choral, contemporary classical

Come tanti strumenti della tradizione classica, così anche il coro rivive ed evolve nelle molteplici diramazioni della contemporaneità, dal minimalismo sacro ai vari crossover con la musica popolare (Chanticleer), col jazz e l’r&b (Bobby McFerrin’s Voicestra), giungendo sino alle nuove star d’ambito “colto” Roomful of Teeth. In questo contesto il sestetto vocale Ekmeles fa il suo deciso ingresso sulla scena discografica presentando tre composizioni (due delle quali commissionate per l’ensemble) di giovani o giovanissimi autori americani impegnati nell’ampliamento dell’odierno repertorio vocale.
Tratto dal romanzo cult di David Ohle del 1972 – ma riscoperto soltanto trent’anni più tardi – “Motorman Sextet” di Taylor Brook (*1985) vede la polifonia da camera offrire un’ampia tavolozza cromatica come contraltare a una narrazione altrimenti piana e distaccata, come un Carver prestato alla sci-fi distopica. Sinistro e pullulante di sfumature chiaroscurali, il canto vocalico dell’ensemble interpreta con passione la drammaturgia mentale concepita da Brook, capace di suggerire con dovizia di particolari un impianto scenico dal forte sapore espressionista.
Le tre brevi scene dall’opera teatrale “Sleep” di Erin Gee (*1974) sfruttano al meglio l’effetto stereofonico, alternando fonemi minimi situati al centro con aperture melodiche e onomatopeiche ai margini: un organismo “incorporeo” in continuo sviluppo, come un flusso di incoscienza dove la pura intuizione sonora dà forma e spessore al microcosmo onirico della rappresentazione.
Da ultimo, il trittico “End Words” di Christopher Trapani (*1980) interseca il talento dell’ensemble con la manipolazione elettronica, generando così un’esperienza d’ascolto “aumentata”. La sospensione tonale dei primi due movimenti (su testi di Anis Mojgani e Ciara Shuttleworth), dove ulteriori campionamenti vocali dialogano con stoccate puntilliste di archi, giunge a pieno compimento nella poesia finale “The Painter”, che con un fiorente sprechgesang novecentesco dà nuova vita ai versi di John Ashbery, incentrati sui dibattimenti di un pittore in merito alla scelta del proprio soggetto.
Il già affollato e sempre intrigante catalogo dell’etichetta collettiva New Focus si arricchisce di un tassello davvero particolare, rivelazione di un ensemble pregevole e raccolta utile a comprendere gli esiti e le opportunità della musica vocale nel XXI secolo.


As with many instruments of the classical tradition, so too the choir revives and evolves in the multiple ramifications of contemporary music, from sacred minimalism to various crossovers with popular music (Chanticleer), with jazz and r&b (Bobby McFerrin’s Voicestra), up to the new “cultured” sensation Roomful of Teeth. In this context, the vocal sextet Ekmeles makes its decisive entry on the recording scene by presenting three compositions (two of which commissioned for the ensemble) by young or very young American authors engaged in expanding today’s vocal repertoire.
Based on David Ohle’s cult novel from 1972 – although rediscovered only thirty years later – the “Motorman Sextet” by Taylor Brook (*1985) sees the chamber polyphony offering a wide chromatic palette as a counterpoint to an otherwise flat and detached narrative, like a Carver lent to dystopian sci-fi. Sinister and replete with chiaroscuro nuances, the ensemble’s vowel song passionately interprets the mental dramaturgy conceived by Brook, capable of suggesting a highly detailed stage design with a strong expressionist flavor.
The three short scenes from the play “Sleep” by Erin Gee (*1974) make the most of the stereophonic effect, alternating minimal phonemes located in the center with melodic and onomatopoeic openings on the edges: an “incorporeal” organism in constant development, a stream of unconsciousness where pure sound intuition gives shape and depth to the dreamlike microcosm of the representation.
Finally, the “End Words” triptych by Christopher Trapani (*1980) intersects the ensemble’s talent with electronic manipulation, thus giving birth to an “augmented” listening experience. The tonal suspension of the first two movements (based on texts by Anis Mojgani and Ciara Shuttleworth), where further vocal samplings converse with pointillistic strokes of strings, comes to completion in the final poem “The Painter”, which with a thriving twentieth-century sprechgesang gives new life to John Ashbery’s verses, centered on the struggles of a painter over the choice of his subject.
The already crowded and always intriguing catalog of the collective label New Focus is enriched with a very particular piece, the revelation of a valuable ensemble and a useful collection in order to understand the results and the opportunities of 21st-century vocal music.


Sarah Hughes – I love this city and its outlying lands

mappa, 2020 | reductionism, sound art

Attiva da oltre un decennio nell’ambito del minimalismo radicale, Sarah Hughes è compositrice e membro fondatore del Set Ensemble (del 2015 il primo album Stopcock), spesso coinvolta nei progetti dei principali esponenti del collettivo Wandelweiser – in particolare Antoine Beuger, Jürg Frey e Michael Pisaro.
Questa cassetta pubblicata dalla piccola label slovacca mappa documenta una performance di appena mezz’ora, ideata da Hughes per relazionarsi con l’opera di Fernand Léger: una tenue seduzione al confine col silenzio, dove una nutrita serie di strumenti, oggetti ed effetti elettronici concorre in egual modo al mantenimento di un equilibrio sottilissimo, dove persino l’artista sembra più impegnata ad ascoltare che a suonare.
L’influenza di Pisaro si rende evidente nel tratteggio di pochissime note di pianoforte – e ancor più subdoli sono l’organo Hammond, il clavicembalo elettrico e lo zither -, le quali contrappuntano l’imperturbabile linearità di onde corte e ronzii statici. Solo negli ultimi cinque minuti la mano si sposta nel registro basso della tastiera, aggiungendo un rintocco regolare dapprima su una sola nota e infine duplicato in un’ancor più minacciosa dissonanza, presagio illusorio di una svolta drammatica che non si compie.
La poetica di Sarah Hughes rientra appieno nel “canto magnetico” della sound art propriamente detta: può sembrare la musica più semplice del mondo, ma il mantenimento di un tale controllo sulle varie fonti acustiche, aggiungendo solo ed esclusivamente l’essenziale, è un prova di maturità e umiltà artistica che solo un ascoltatore davvero sensibile può riconoscere e apprezzare.


Active for over a decade in the field of radical minimalism, Sarah Hughes is a composer and founding member of the Set Ensemble (their first album, Stopcock, came out in 2015), often involved in projects by the main exponents of the Wandelweiser collective – especially Antoine Beuger, Jürg Frey and Michael Pisaro.
This cassette published by small Slovakian label mappa documents a performance of just about half an hour, conceived by Hughes to relate to the work of Fernand Léger: a delicate seduction bordering on silence, where a large series of instruments, objects and electronic effects equally concur in maintaining a very thin balance, where even the artist seems more committed to listening than to playing.
Pisaro’s influence makes itself evident in the dashing of very few piano notes – and even more subtle are the Hammond organ, the electric harpsichord and the zither – which counterpoint the imperturbable linearity of short waves and static hums. Only in the last five minutes does the hand move towards the lower register of the keyboard adding a regular toll, at first on a single note and finally duplicated in an even more threatening dissonance, the illusory omen of a dramatic turn that in the end does not take place.
Sarah Hughes’ poetics are fully part of the “magnetic song” of sound art properly so called: it may appear to be the simplest music in the world, but maintaining such control over the various acoustic sources, adding only and exclusively the essentials, is a proof of artistic maturity and humility that only a truly sensitive listener can recognize and appreciate.


Andrea Laudante – Banat banat ban jai

Krysalisound, 2020 | ambient, sound collage

All’esordio sull’etichetta indipendente d’area ambient di Francis M. Gri, il giovane compositore campano Andrea Laudante si rifà a un concept “datato” ma sempre rinnovabile – d’ascendenza orientale e di riflesso cageana -: quello dell’apertura a un ascolto assoluto e senza vincoli, tale da scompaginare e riconfigurare sia la percezione del mondo esterno che quella della propria interiorità. Tale ambizioso riferimento teorico è declinato in una poetica dell’inatteso attraverso una quieta e paziente pratica di giustapposizione sonora.
Tra rugiade di pianoforti, field recordings e manipolazioni sintetiche, effetti di rovesciamento e mélange elettroacustici, Laudante muove sempre dal frammento strumentale e dal campionamento minimo per tramare non visto lo stupore improvviso, in nessun caso reo di facili colpi di scena bensì attento a non turbare l’equilibrio di un paesaggio mentale fragile ed evanescente.
Allineare il fare musica alla propria condotta di vita: alla luce di questo delicato debutto si può leggere anche così l’invito yogi del titolo alla perseveranza nella meditazione, viatico per arrivare a scorgere un disegno più ampio e inconoscibile di quello che la quotidianità ci mostra.


At his debut on the independent, ambient-oriented label run by Francis M. Gri, young Italian composer Andrea Laudante refers to a “dated” but always renewable concept – of oriental ancestry and, in turn, Cagean too -: that of opening to an absolute form of listening without any constraints, such as to disrupt and reconfigure both the perception of the external world and that of one’s own interiority. This ambitious theoretical reference is declined in a poetics of the unexpected through a quiet and patient practice of sound juxtaposition.
Through piano dewdrops, field recordings and synthetic manipulations, reverse effects and electroacoustic blendings, Laudante always starts from the instrumental fragment and the minimum sampling to concoct – unseen – the sudden wonder, in no case guilty of easy twists but instead extremely careful not to disturb the balance of a fragile and evanescent mental landscape.
Aligning music making to one’s own conduct of life: in light of this delicate debut, you could also read this way the titular yogi invitation to persist in practicing meditation, a way to get sight of a broader and unknowable design than that which everyday life shows us.


Rob Clutton with Tony Malaby – Offering

SnailBongBong, 2019 | avant-jazz, free impro

Rinomato e forte di prestigiose collaborazioni nell’arco di venticinque anni, il contrabbassista canadese Rob Clutton si dedica raramente a progetti tutti suoi, ma la sensibile personalità del suo sound ben si presta e senz’altro merita di spostarsi al centro dell’attenzione. Il recente duo col sassofonista statunitense Tony Malaby – già al fianco di diversi big di casa ECM e con Clutton nel Nick Fraser Quartet – è un inebriante rituale improvvisativo, dai tempi perlopiù lenti e che non disdegna la seduzione di melodie soffuse, benché scevre da banali sentimentalismi.
Nel mezzo di episodi d’etereo lirismo, anche i complementari sconfinamenti free risultano misurati e concentrati sul dialogo creativo anziché sull’avventurarsi in sentieri divergenti: le diplofonie e gli overtones del sax (tenore e soprano) non sovrastano mai con prepotenza il calore della sapiente diteggiatura di Clutton, a suo massimo agio nei solleticanti rumorismi al confine estremo col ponticello. 
Un interplay d’alto livello mantiene sempre vivo l’ascolto delle delicate astrazioni del duo, eco virtuosa di analoghi binomi del passato (Sam Rivers / Dave Holland, Ornette Coleman / Charlie Haden).


Renowned and strenghtened by prestigious collaborations over the course of twenty five years, Canadian double bass player Rob Clutton seldom devotes himself to projects of his own, but the sensitive personality of his sound lends itself well and certainly deserves to move to the center of attention. His recent duo with American saxophonist Tony Malaby – already alongside several big ECM names and with Clutton in the Nick Fraser Quartet – is an intoxicating improvised ritual, with mostly slow tempos and which doesn’t elude the seduction of soft melodies, although free from trivial sentimentality.
In the midst of episodes of ethereal lyricism, even the complementary free-form trespassings are measured and focused on creative dialogue rather than venturing on divergent paths: the diplophonies and the overtones of the sax (tenor and soprano) in no case haughtily overtop the warmth of Clutton’s masterly fingering, at ease with tickling noises at the extreme border with the fret.
A high-level interplay throughout keeps alive the listening to the duo’s delicate abstractions, a virtuous echo of akin binomials of the past (Sam Rivers / Dave Holland, Ornette Coleman / Charlie Haden).

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