claire rousay – everything perfect is already here

Shelter Press, 2022
sound art

(ENGLISH TEXT BELOW)

Vorrei aver avuto l’opportunità di ascoltare ogni cosa prima che le venisse attribuito un nome, prima che l’intelletto e il giudizio collettivo potessero esercitare qualsiasi influsso sullo spazio sacro della creazione musicale. Una monodia medievale, una sonata romantica, una suite elettroacustica alle loro origini non ancora categorizzate, avulse dallo stato di coscienza persino di chi le avesse concepite. Ecco l’orizzonte al quale tendere nel ruolo di ascoltatori, operando ogni volta una tabula rasa delle proprie conoscenze e preconcetti, accogliendo il fluire dei suoni nel tempo così come esso si dà nell’immediato (ovvero non-mediato).

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Bryce Hackford – Cloud Holding

Futura Resistenza, 2022
experimental electronic, sound art

(ENGLISH TEXT BELOW)

È diventato fin troppo facile – oseremmo dire scontato – produrre musica completamente “artificiale”, ricorrendo esclusivamente a software non soltanto autosufficienti, ma in grado di replicare, come in uno speculare mondo sommerso, l’intera gamma della strumentazione acustica. Assai meno banale, soprattutto dopo decenni in cui ci siamo vieppiù abituati ai linguaggi della musica elettronica, è riuscire a trasmettere efficacemente la sensazione dell’artificialità, l’irriducibile, straniante divario tra vivente e inanimato.
Nel caso del quinto LP del polistrumentista newyorkese Bryce Hackford, la chiave di tale forma espressiva si rivela nell’attuazione di un procedimento inverso, manipolando fonti tratte da una performance collettiva quel tanto che basta a farle sembrare aliene o, in certi casi, del tutto irreali.

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Michael Pisaro-Liu – Revolution Shuffle

Erstwhile, 2021
sound art

(ENGLISH TEXT BELOW)

Due secoli fa ne avrebbero scritto un’opera lirica in tre atti, con numeri di grande enfasi canora e orchestrale; dalle avanguardie in poi, uno spettacolo multidisciplinare che fondesse epoche e culture distanti tra loro, mitologia greca e guerriglia metropolitana. Ma una volta spremuti anche i linguaggi della postmodernità, come si può rappresentare la rivoluzione? E ancora: è possibile assumere in merito una posizione di distacco critico, lasciando che sia soltanto il simulacro sonoro della realtà a farsi narratore (presuntivamente) imparziale?

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Ryoji Ikeda – Music for Installations vol. 1

Codex Edition, 2021
minimal glitch, sound art

(ENGLISH TEXT BELOW)

La riduzione del mondo sensibile a un fluire inarrestabile di dati, di vuoti (zero) e pieni (uno): così appare – in un riflesso tanto pregnante quanto radicalmente astratto dell’età contemporanea – l’arte installativa di Ryoji Ikeda, dispiegata in ambienti ipnotici e immersivi entro i quali perdere contatto con la realtà tangibile, arrivando a immaginarsi come parte passiva di una Flatlandia governata dal calcolo e soggetta a una rigorosa suddivisione geometrica del tempo e dello spazio.
Rimane da chiedersi, in questo come in altri casi analoghi, se sia del tutto lecito dissociare la soverchiante componente visiva dal sound design che ne costituisce parte integrante, benché talvolta divenga inevitabilmente secondaria rispetto alle architetture di luce che invadono le gigantesche sedi espositive cui è destinata, in maniera vieppiù capillare, la fruizione dell’arte contemporanea.

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