claire rousay – everything perfect is already here

Shelter Press, 2022
sound art

(ENGLISH TEXT BELOW)

Vorrei aver avuto l’opportunità di ascoltare ogni cosa prima che le venisse attribuito un nome, prima che l’intelletto e il giudizio collettivo potessero esercitare qualsiasi influsso sullo spazio sacro della creazione musicale. Una monodia medievale, una sonata romantica, una suite elettroacustica alle loro origini non ancora categorizzate, avulse dallo stato di coscienza persino di chi le avesse concepite. Ecco l’orizzonte al quale tendere nel ruolo di ascoltatori, operando ogni volta una tabula rasa delle proprie conoscenze e preconcetti, accogliendo il fluire dei suoni nel tempo così come esso si dà nell’immediato (ovvero non-mediato).


Come la poesia in rapporto al linguaggio verbale, la musica di claire rousay si avverte con più forza quando tutto il resto sembra perdere di senso, quando l’aggregato di informazioni e sempre nuovi stimoli è giunto a un nauseante punto di saturazione e nulla sembra più in grado di ispirare attenzione, empatia, una seppur minima forma di meraviglia.
Ed ecco che, sin dai primi istanti di questo nuovo album, la parola appare esitante e sconnessa, mentre a predominare in sua vece sono le esili tessiture di un quartetto da camera dislocato, i cui membri risultano uniti soltanto nel comune destino dell’opera in studio; le loro armonie, tanto effimere quanto profondamente consolatorie, trovano ideali tangenze col pregnante riduzionismo della “scuola” Another Timbre, benché dilavate dalle correnti di una partitura mentale che non ammette conseguenza logica né compiutezza, errando placidamente tra immagini sonore adiacenti ma non strettamente correlate, spesso basate su field recordings e apparenti found sounds.

Il collagismo sfumato di rousay non teme la sproporzione tra il banale e il sublime, e in questo risiede la sua discreta eccezionalità: l’artificio espressivo arriva a cancellarne il discrimine, sottrae ogni elemento orientativo richiamandoci a una modalità di fruizione primigenia. Nessun facile patetismo anima questa sorta di atto unico in due parti, esercizio d’assenza analogo al più recente Jim O’Rourke, che nell’adombramento autoriale delle sue ultime composizioni sembra aver quasi conquistato l’utopia di una musica non sollecitata, così come è stata teorizzata da François Bonnet nel manifesto The Music to Come, edito nel 2020 dalla stessa Shelter Press.

Dopo la “consacrazione” underground di a softer focus, claire rousay approda al congeniale catalogo di Félicia Atkinson con un’altra opera dalla sintesi forzosa, conseguenza diretta della provvisorietà con cui le singole note, le eterogenee fonti sonore ivi giustapposte si manifestano lungo la trama sfilacciata del pensiero artistico. In tale contesto le sensazioni epidermiche, le memorie uditive, i mutevoli risvolti emotivi non sono fattori calcolati a priori ma quasi effetti collaterali, ricadute accidentali di un processo esperienziale che ciascuno affronta in piena solitudine, nella singolarità del proprio trascorso di vita. Aggirare l’espressione a senso unico al fine di rendersi autenticamente plurale: ecco la massima ambizione che un’opera d’arte possa fare propria.


Personnel: Alex Cunningham (violin), Mari Maurice (electronics, violin), Marilu Donovan (harp), Theodore Cale Schafer (piano)

I wish I’d had the opportunity to listen to everything before it was given a name, before the intellect and collective judgment could exert any influence on the sacred space of musical creation. A medieval monody, a romantic sonata, an electroacoustic suite at their yet uncategorized origins, detached from the state of consciousness even of those who had conceived them. Here’s the goal to aim for in one’s role of listener, each time making a clean slate of one’s own knowledge and preconceptions, welcoming the sounds flowing through time in their immediacy (as in non-mediated).

Like poetry in relation to verbal language, claire rousay’s music is felt more strongly when everything else seems to lose its meaning, when the aggregate of information and ever new stimuli has reached a nauseating point of saturation and nothing seems able anymore to inspire attention, empathy, an even minimal form of wonder.
Thus, since the very first moments of this new album, the spoken word appears hesitant and disconnected, while the slender textures of a displaced chamber quartet predominate in its stead, whose members are united only in the common destiny of the studio work; their harmonies, as ephemeral as profoundly consoling, find some ideal tangencies with the poignant reductionism of the Another Timbre “school”, although washed out by the currents of a mental score that admits neither logical consequence nor completeness, wandering placidly between sound images that are adjacent but not strictly related, often based on field recordings and seemingly found sounds.

rousay’s nuanced collagism has no fear of the disproportion between the banal and the sublime, and in this lies its discrete exceptionality: the expressive artifice erases their distinction, subtracts any orientative element in calling us to a primeval mode of fruition. No easy pathetism animates this sort of single act in two parts, an exercise in absence comparable to the later Jim O’Rourke, who in the authorial shadowing of his latest compositions seems to have nearly conquered the utopia of unsolicited music as it was theorized by François Bonnet in his manifesto The Music to Come, published in 2020 by the same Shelter Press.

After the underground “consecration” of a softer focus, claire rousay enters the congenial catalogue of Félicia Atkinson with another work of forced synthesis, a direct consequence of the transience with which the single notes, the heterogeneous sound sources therein juxtaposed manifest themselves along the frayed plot of the artistic thinking. In this context, epidermal sensations, aural memories, mutable emotional implications are not factors calculated in advance but almost side effects, accidental relapses of an experiential process that everyone ventures in complete solitude, in the singularity of their walk of life. Eluding one-way expression in order to render itself authentically plural: this is the ultimate ambition that a work of art can undertake.

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