claire rousay – a softer focus

American Dreams, 2021
sound art

(ENGLISH TEXT BELOW)

[SCRITTURA AUTOMATICA] zero duepunti zero zero. chincaglieria. morsa. mani che agiscono con sapienza. giorno notte. clic. macchina da scrivere. ding. un retrobottega delle idee. la melodia invade tutto. luce luce luce. operosa insistenza. selva di campane disegnate. festoni senza fine. guidami che non so dove vado. ascolta ascolta non pensare ascolta dimentica. fermo immagine. [/SCRITTURA AUTOMATICA]

In qualche modo l’immagine della Olivetti in azione, strumento di vecchia maniera per abbandonarsi a un libero sfogo scrittorio, è riuscita a precedere il mio primo ascolto cosciente (no: utile) di questo disco. E ciò serve soltanto a confermarmi che l’arte sonora di Claire Rousay non ha semplicemente a che fare con la memoria – mentale, sensoriale o onirica che sia –: tratta della mia e della vostra memoria individuale, si arrende senza riserve a qualsiasi flusso di pensiero, ne assume le sembianze e infine ne prende gentilmente le redini, invitandoci a permanere il più a lungo possibile in quel così fragile stato di vivida reminiscenza, a un soffio dal ripiombare nell’insipienza della giornata-tipo.


[SA] non immagini ma parole. disteso supino filamento pizzicare. terminal dalle grandi finestre. il ricordo di te in due dimensioni. un teatro senza spettatori. un club a musica spenta. le donne delle pulizie. perché non ascolto? posso ascoltare? [/SA]

Più divento capace di ascoltare e più dimentico di ascoltarmi. Sembra sempre che io presti orecchio e non lo richieda mai indietro. Per tentare di invertire la rotta ho scelto questo momento e questo album, o forse sono essi ad aver scelto me. Potrebbe essere soltanto un banale stratagemma per aggirare una disamina puntuale dell’opera, oppure l’unico procedimento atto a conferirle un qualche senso compiuto, ad apporvi un sigillo che altrimenti, per sua natura, non avrebbe. In poche sequenze ininterrotte Rousay condensa le sue imperscrutabili ‘moltitudini’ espressive, che ora per metamorfosi divengono le mie.

[SA] joyce carol oates. un parco giochi sul ciglio della strada e nessun pensiero al mondo. aspettami non correre. cerchietto. è un sogno? abitalo, ascolta, cammina e tocca con mano. bevi, non guardare il riflesso, non cadere oltre la superficie dell’acqua. perché ritorno sempre qui? ho voglia di non pensare. volevo solo giocare. chi c’era in giardino? sono tutti lì, e aspettano anche me. non me ne vado. al di là della siepe non c’erano volti, solo voci. sulla ghiaia le lumache. oltre il cancello la città luccicante. un mantello di braci ardenti. fermate il gatto. non ti allontanare, ci sono le macchine. oggi si esce col maglioncino. [/SA]

Refuso o neologismo? Alla voce “esperiementale” si incontrano idealmente la pratica sperimentale e la poetica esperienziale, entrambe in rapporto osmotico con un’arte che oltrepassa il dominio della musica e si rende invece musa, lasciando che siamo noi stessi ad attingere al rimosso come al permanente, colmando ogni volta le pervasive lacune sino a popolare interamente la cornice flessibile dell’opera.

[SA] got a light? alla salute! ancora nella notte d’estate, la festa di san luigi. perché sono sempre qui? anche se corro non mi muovo. eraserhead. got a light? black and white. canto così ti addormenti. i tasti come onde del mare che sfioro. [/SA]

In linea con i suoi già numerosi predecessori, a softer focus diviene la sede per un ascolto profondo, partecipativo e trasformativo, dove l’enigma dell’indeterminazione si scioglie in una forma di “estranea familiarità”, una quiete surrogata in cui trovare inaspettatamente sollievo.

[SA] città, una qualsiasi delle mie. notturno. ora c’è solo di che guardare, in alto e in basso. la pietra a terra era calda per il giorno di sole battente. lo schermo gigante torna bianco e poi ricomincia a proiettare immagini d’epoca. intermittenza. cortocircuito. [/SA]


[AUTOMATIC WRITING] zero colon zero zero. tableware. clamp. wise hands moving. day night. click. typewriter. ding. a backroom for ideas. the melody invades everything. light light light. industrious insistence. forest of sketched bells. festoons to no end. guide me I don’t know where I’m going. listen listen do not think listen forget. freeze frame. [/AUTOMATIC WRITING]

Somehow the image of an Olivetti machine in action, an old-fashioned tool for indulging in freewheeling rashes of writing, managed to precede my first conscious (no: valuable) listen of this record. And this only serves as a confirmation to myself that the sound art of Claire Rousay is not simply about memory – be it mental, sensory or oneiric –: it deals with mine and your individual memory, it surrenders unreservedly to any stream of thought, takes on its appearance and ultimately gently takes the reins, inviting us to dwell as long as possible in that fragile state of vivid reminiscence, a breath away from falling back into the insipidity of our typical day.

[AW] not images but words. outstretched supine filament plucking. terminal with large windows. the memory of you in two dimensions. a theater without spectators. a club with the music turned off. cleaning ladies. why don’t I listen? can i listen? [/AW]

The more I become able to listen, the more I forget to listen to myself. I seem to always be lending an ear and never ask for it back. In order to try and reverse course, I chose this moment and this album, or maybe they chose me. It might just be a trivial stratagem to circumvent a detailed examination of the work, or maybe the only procedure apt to give it some closure of meaning, to affix a seal that otherwise, by nature, it would not have. In a few uninterrupted sequences, Rousay condenses her inscrutable expressive ‘multitudes’ which now, by metamorphosis, become mine.

[AW] joyce carol oates. a roadside playground and not a worry in the world. wait for me don’t run. headband. is it a dream? live it, listen, walk and touch with your hands. drink, don’t look at the reflection, don’t fall beyond the surface of the water. why do I always come back here? I want to not think. I just wanted to play. who was in the garden? they’re all there, and they’re also waiting for me. I’m not leaving. past the hedge there were no faces, only voices. snails on the gravel. past the gate the glittering city. a cloak of burning embers. somebody stop the cat. don’t wander off, cars run there. today you should go out with a sweater. [/AW]

Typo or neologism? Under the term “experiemental” an experimental practice and an experiential poetics ideally come together, both in osmotic relationship with an art that surpasses the domain of music and instead becomes muse, leaving it to ourselves to draw on the repressed as well as the permanent, each time filling the pervasive gaps until the flexible frame of the picture is populated in its entirety.

[AW] ‘got a light?’ cheers! still in the summer night, the feast of st. louis. why do I always end up here? even if I run I can’t move. eraserhead. ‘got a light?’ black and white. I sing so you fall asleep. the letter keys like sea waves that I skim. [/AW]

In coherence with its already numerous predecessors, a softer focus becomes the seat for a deep, participatory and transformative listening, where the enigma of indeterminacy is resolved into a form of “extraneous familiarity”, a surrogate calm in which to unexpectedly find relief.

[AW] city, any of mine. night. now there’s but to gaze, up and down. the stone ground was warm from a whole day of beating sun. the giant screen fades back to white and then once again starts projecting vintage pictures. intermittence. short-circuit. [/AW]

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