Fuantei – Kaze ga kanjō o hakobu. Subete ga kawarudarou

901 Editions, 2021
ambient, field recordings

(ENGLISH TEXT BELOW)

Credo che non ci sia momento più appropriato del primissimo mattino, appena sul fare del giorno, per ascoltare questo delicatissimo esordio di Fuantei: quel momento in cui i contorni dell’orizzonte si stagliano come tenui pitture di luce, mentre lo scenario acustico si popola, un minuto alla volta, dei distintivi flussi sonori umani, animali e meccanici. Ecco, questo piccolo, pregnante tratteggio musical-documentale è la libera descrizione di un frangente di vita liminale, ancora imbevuto di un viscoso onirismo destinato a dissolversi nella caotica commozione della quotidianità.


‘L’inarrestabile passare del tempo e l’accettazione della natura transitoria delle cose’: nel titolo della quinta sequenza – riecheggiante l’ormai nota locuzione mono no aware – sono condensati l’ispirazione e il senso ultimo di questo “preludio al viaggio”, parentesi sospesa tra stasi e graduale accelerazione del battito cardiaco della città (Tokyo, o se per questo qualsiasi altra). 
Campane di vetro e metallo vibrano in espansioni concentriche di morbida tonalità – forse la più fedele immagine sonora del Sole che sorge –, mentre in lontananza si avverte, smorzato, il generico accompagnamento melodico e vocale diffuso dagli altoparlanti di una stazione ferroviaria. Passi sul cemento, lamenti di bambini e cinguettii di uccelli si confondono nel secondo piano, tra le cromie sottilmente stratificate del paesaggio in flemmatico movimento, come esitante di fronte all’imminente, folle corsa della civiltà contemporanea.

Se però vogliamo collocare questa digressione atmosferica nel dominio dell’ambient music, ciò a condizione di non scambiarlo per il corollario uditivo di un ipotetico non-luogo, e dunque uno spazio privo d’identità: all’opposto, la sound art di Fuantei e l’oggetto della sua suggestione sono interamente luogo, calligrafia di una realtà naturale e antropica ri-prodotta con tratto leggero e avvolta in un alone diafano che ambisce a riverberarne indefinitamente la tiepida luminescenza.
Un così delicato understatement espressivo – il cui titolo si traduce ne ‘Il vento porta emozioni. Tutto cambierà’ – non poteva che trovare la sua giusta collocazione entro il selezionatissimo catalogo 901 di Fabio Perletta, discepolo e cultore di tutte le nuove poetiche facenti capo alle filosofie ed estetiche dell’Estremo Oriente.

Con la stessa sfuggente ma inesauribile essenza di un haiku, l’opera prima di Fuantei incanta per mezzo del solo accenno a una sfera percettiva familiare ma come opacizzata, metonimia di un risveglio dello spirito, oltreché del microcosmo urbano, che ci permette di prender parte con più serenità e attenzione alla semplice meraviglia di ogni nuovo giorno.


I believe there couldn’t be a more appropriate time than the very early morning, at the break of dawn, to listen to this most delicate debut by Fuantei: that moment in which the contours of the horizon stand out like tenuous paintings of light, while the acoustic scenery is populated, one minute after another, by distinctive human, animal and mechanical sound streams. Here, this small, poignant musical/documentary outline is the free-form description of a liminal life juncture, still imbued with a viscous oneirism bound to dissolve in the chaotic commotion of everyday life.

“The relentless passage of time and the acceptance of the transitory nature of things”: in the title of the fifth sequence – echoing the by now well-known locution mono no aware – are condensed the inspiration and ultimate meaning of this “prelude to a journey”, a parenthesis suspended between stasis and gradual acceleration of the city’s heartbeat (Tokyo, or any other for that matter).
Chimes of glass and metal vibrate in concentric expansions of soft tonality – perhaps the most faithful sonic image of the rising sun – while in the distance one can hear, muffled, the generic melodic and vocal accompaniment broadcast through the loudspeakers of a railway station. Footsteps on concrete, the moaning of children and a chirping of birds merge into the background, among the thinly layered colors of the landscape in phlegmatic movement, as if hesitating in the face of the imminent, mad rush of contemporary civilization.

If, however, we intend to place this atmospheric digression in the domain of ambient music, this on condition that we don’t mistake it for the auditory corollary to a hypothetical non-place, meaning a space devoid of identity: on the contrary, Fuantei’s sound art and the object of its suggestion are entirely a place, the calligraphy of a natural and anthropic reality re-produced with a gentle stroke and shrouded in a diaphanous halo which aims to indefinitely reverberate its warm luminescence.
Such a delicate expressive understatement – whose title translates into ‘The wind carries emotions. Everything will change’ – could have found its rightful home only in the highly selected 901 catalog by Fabio Perletta, disciple and enthusiast of all the new poetics pertaining to the philosophies and aesthetics of the Far East.

With the same elusive yet inexhaustible essence of a haiku, Fuantei’s first work enchants by merely hinting at a familiar perceptual sphere rendered opaque, the metonymy of an awakening of the spirit, and not just of the urban microcosm, enabling us to participate with more serenity and alertness to the simple wonder of each new day.

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