Bryce Hackford – Cloud Holding

Futura Resistenza, 2022
experimental electronic, sound art

(ENGLISH TEXT BELOW)

È diventato fin troppo facile – oseremmo dire scontato – produrre musica completamente “artificiale”, ricorrendo esclusivamente a software non soltanto autosufficienti, ma in grado di replicare, come in uno speculare mondo sommerso, l’intera gamma della strumentazione acustica. Assai meno banale, soprattutto dopo decenni in cui ci siamo vieppiù abituati ai linguaggi della musica elettronica, è riuscire a trasmettere efficacemente la sensazione dell’artificialità, l’irriducibile, straniante divario tra vivente e inanimato.
Nel caso del quinto LP del polistrumentista newyorkese Bryce Hackford, la chiave di tale forma espressiva si rivela nell’attuazione di un procedimento inverso, manipolando fonti tratte da una performance collettiva quel tanto che basta a farle sembrare aliene o, in certi casi, del tutto irreali.


Cloud Holding è una cartolina tridimensionale dal regno dello strange familiar dove dei fiati, tastiere, chitarre e voci a essa soggiacenti non rimangono che riflessi opachi e sottilmente distorti, eco sbiadite come in un riversamento da videocassetta a supporto digitale. Inutile tentare di fare ordine poiché, a dire il vero, queste sette sequenze sono già sorrette da un loro imperscrutabile equilibrio, attraversate da un liquido fil rouge che riconduce costantemente al medesimo ingegno creativo, alla mente sovrana che ne ha architettato le anguste – e nondimeno ipnotizzanti – stanze tra loro adiacenti.

Potentemente vivido pur nella sua studiata illusorietà, l’immaginario di Hackford sembra richiamarsi tanto ai morbosi dormiveglia del primo Robert Ashley come ai giardini sintetici dell’erede Félicia Atkinson: un paesaggio sonoro che si mantiene quasi sempre su un registro mellifluo e carezzevole, se si eccettua il fulcro drammatico di “Cloud Holding Sculpture”, nel quale ondivaghe scie melodiche rimbalzano su un inflessibile strato di tastiere dalla tonalità sospesa.
A seconda del suo ricevente, tuttavia, l’esperienza può in egual modo rivelarsi accomodante oppure assolutamente sinistra: vi è la costante impressione che qualcosa non vada, benché non si sia in grado di metterla a fuoco, e proprio in tale irresolutezza risiede l’eccentrica attrattiva del viaggio.


Credits: Kathleen Baird, panned flute, piano; Shelley Burgon, harp; Alice Cohen, cloud vocals; Bryce Hackford, synthesizers, keyboards, acoustic guitar, electronics; Dominika Mazurová, voice; Camilla Padgitt-Coles, Omnisphere; Michael Wrasman Hurder, trombone

It has become all too easy – one would dare to say obvious – to produce completely “artificial” music, using only software that is not only self-sufficient, but capable of replicating, as in a submerged mirror world, the whole range of acoustic instrumentation. Far less obvious, especially after decades during which we’ve become increasingly accustomed to the languages of electronic music, is to be able to effectively convey the feeling of artificiality, the irreducible, alienating distance between the living and the inanimate.
In the case of the fifth LP by New York multi-instrumentalist Bryce Hackford, the key to this expressive form is revealed in the implementation of an inverse procedure, manipulating sources taken from a collective performance just enough to make them seem alien or, in some cases, altogether unreal.

Cloud Holding is a three-dimensional postcard from the realm of the strange familiar, where, of the underlying winds, keyboards, guitars and voices, remain but opaque and subtly distorted reflections, echoes faded as in the transfer from videotape to digital media. No use in trying to make order because, indeed, an inscrutable balance already sustains these seven sequences, crossed by a liquid fil rouge that constantly leads back to the same creative ingenuity, to the sovereign mind that has concocted their narrow – and nevertheless mesmerizing – rooms adjacent to one another.

Powerfully vivid even in its studied illusoriness, Hackford’s imagery seems to refer as much to the morbid half-sleep of the early Robert Ashley as to the synthetic gardens of the heiress Félicia Atkinson: a soundscape mostly remaining on a mellifluous and caressing register, except for the dramatic fulcrum of “Cloud Holding Sculpture,” in which undulating melodic trails bounce off an unbending layer of keyboards in tonal suspension.
Depending on its recipient, however, the experience could equally be accommodating or utterly sinister: there’s a constant impression that something’s off, although one can’t put one’s finger on it, and precisely in this irresolution lies the eccentric fascination of the journey.

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