Vilhelm Bromander – aurora

Warm Winters Ltd, 2022
minimalism, chamber music

(ENGLISH TEXT BELOW)

In un panorama di trasversale riavvicinamento a forme e ispirazioni di matrice arcaica – quando non primitiva –, certi musicisti attingono all’idea di un’armonia aurea dimenticata, pienamente risolta nel suo limpido equilibrio tonale; altri, analogamente, tendono a sfrondare le loro partiture da qualsiasi riferimento individualistico, ricercando anche nell’interpretazione una sorta di “oggettività” esente da forzature artificiose.
Il contrabbassista e compositore svedese Vilhelm Bromander sembra contemplare una terza via, un parziale compromesso che tuttavia non rinunci al carattere di imperfetta umanità che accompagna sin dalle origini la creazione musicale, venuta alla luce per tentativi di graduale e sempre crescente raffinatezza.


aurora è il distillato di un’intuizione talmente semplice e inusuale da apparire visionaria: circondarsi di validi interpreti e scombinare con tatto le carte in gioco, destinandoli a strumenti diversi da quelli con cui si sono formati e distinti nei rispettivi àmbiti. Un atto di fiducia non soltanto verso i propri collaboratori, ma anche e soprattutto nel potere espressivo di una musica deprivata della sua presunta esattezza, dunque idealmente restituita a una dimensione pre-accademica.
E non è di certo “naif” il termine adatto a collocare la tenue poetica di Bromander nel quadro della nuova composizione, tale è la consapevolezza con cui egli favorisce l’alternanza dei ruoli all’interno del mutevole ensemble misto, una sinfonietta da camera che intona con tiepida enfasi sequenze armoniche potenzialmente sviluppabili all’infinito.

Un senso di misurata solennità accompagna queste dieci fanfare memori di un Nyman a rallentatore e del crepuscolare self-titled di Mark Hollis, con un solo apice di surrealismo zappiano nella miniatura fiatistica di “Hollisgram”. Sono inni di lucente incompiutezza ai quali l’orecchio si arrende docilmente, figurandosi geometrie del sentimento come nessuno le aveva sinora osate immaginare. Dopo la riconquista dell’essenzialità formale, finalmente anche l’anima del gesto musicale riemerge dall’età oscura delle avanguardie più integraliste e disumanizzanti.


Line-up: Vilhelm Bromander, soprano saxophone, pump organ, percussion; Johan Graden, clarinet, piano, pump organ; Mauritz Agnas, clarinet, double bass; Emma Augustsson, cello; Pelle Westlin, soprano saxophone, clarinet, bass clarinet; Anton Svanberg, tuba

In the context of a transversal rapprochement with forms and inspirations of an archaic – if not primitive – origin, certain musicians draw on the idea of a forgotten golden harmony, fully resolved in its limpid tonal balance; others similarly tend to prune their scores from any individualistic reference, while also seeking a sort of performative “objectivity” devoid of any artificial forcing.
Swedish double bass player and composer Vilhelm Bromander seems to contemplate a third way, a partial compromise that nevertheless does not renounce the character of imperfect humanity that has accompanied musical creation from its very beginning, coming into being through attempts of gradual and ever-increasing refinement.

aurora is the distillation of an intuition so simple and unusual as to appear visionary: surrounding oneself with valid interpreters only to then tactfully change the odds, assigning them to instruments other than those with which they were trained and distinguished themselves in their respective fields. An act of trust not only towards one’s collaborators, but also and above all in the expressive power of a music deprived of its supposed exactness, thus ideally brought back to a pre-academic stage.
“Naive” certainly isn’t the proper term to locate Bromander’s tenuous poetics in the framework of new composition, such is the awareness with which he favors the alternation of roles within the mutable mixed ensemble, a chamber sinfonietta that intones with tepid emphasis harmonic sequences that could potentially be developed indefinitely.

A sense of measured solemnity accompanies these ten fanfares, reminiscent of a slow-motion Nyman as well as Mark Hollis’ crepuscular self-titled, with a single apex of Zappa-esque surrealism in the miniature for winds “Hollisgram”. They are hymns of gleaming incompleteness to which the ear docilely surrenders, picturing geometries of sentiment that no one had dared to imagine until now. After the reconquest of formal essentiality, at last the soul of the musical gesture, too, re-emerges from the dark age of the most hard-line and dehumanizing avant-gardes.

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