Pan Daijing – Tissues

PAN, 2022
choral, drone, experimental electronic

(ENGLISH TEXT BELOW)

Disse John Cage che «i dischi rovinano il paesaggio», vale a dire tradiscono o addirittura snaturano l’essenza dell’accadimento sonoro così come esso si dà nell’immediato (non-mediato). Un punto di vista radicale e per certi versi inconfutabile, ma che in rapporto all’ascolto privato, differito nel tempo, può essere facilmente capovolto: così anche il “paesaggio”, l’insieme dei fondamenti concettuali, tecnici e performativi, molto spesso distoglie l’attenzione da ciò che si sperimenta a un livello puramente uditivo, persino una volta che l’opera musicale sia stata fissata definitivamente su un supporto fisico o digitale.


Con ciò non si intende minimizzare in alcun modo la stratificata complessità che contraddistingue la visione multidisciplinare di Pan Daijing, talentuosa artista cinese presa sin dagli esordi sotto l’ala di Bill Kouligas e della sua influente etichetta PAN: se tuttavia il progetto originario di Tissues, presentato alla Tate Modern di Londra nel 2019, rimane un punto focale isolato, non più esperibile nella sua integrale pregnanza audiovisiva, la presente iterazione ne mantiene vivo il potere di suggestione a tal punto da qualificarsi pienamente in quanto opera, drammaturgia autonoma e in sé compiuta, persino al netto di qualsiasi valenza simbolica od intento rappresentativo. Come a dire che ogni album è una sorta di teatro assente, il proscenio buio sul quale possono agire soltanto entità acusmatiche inconoscibili.

Con questa sola predisposizione mentale è consigliabile accostarsi all’atavico dominio espressivo cui Daijing attinge proficuamente, un’era remota in cui si poteva ancora toccare con mano il trascendente, scrutare a occhi spalancati l’orizzonte ideale dell’eterno. Composto per coro a quattro voci ed elettronica, in Tissues si delinea ancora una volta un rituale dove la fragilità umana tenta di avvicinare l’ineffabile, la parola si avviluppa in refrain mantrici volti all’abbandono della significazione.
Le dense campiture sintetiche – assieme a certe sequenze dai netti rintocchi di pianoforte – ne divengono il cantus firmus, il solido innesto attorno al quale le armonie si estendono rigogliose, giungono a perfetta e lucente concordanza (“A Found Lament”) per poi sfaldarsi in rapide traiettorie divergenti, un saettare di cellule atonali che mancano di collidere l’una con l’altra (“A Tender Accent”).

Non di rado la spessa grana delle onde sinusoidali si spinge sino ai confini del rumore bianco, pervade con insistenza lo spazio acustico e insidia l’equilibrio delle parti corali: le loro elevazioni liriche echeggiano a fasi alterne il Philip Glass di “Akhnaten” e i fonemi sincopati di Meredith Monk, tracce di una solennità primordiale e incorrotta dispersa dalle correnti del tempo. Ed è in questa sostanziale estraniazione dalla contingenza storica e culturale – nonostante l’adozione del linguaggio elettronico e il cruciale ruolo dialettico da esso rivestito – che risiede l’essenza irriducibile dell’opera di Pan Daijing, spogliata della corporeità performativa per tramutarsi qui in una mirabile coreografia dell’animo.


Line-up: Anna Davidson, soprano; Marie Gailey, mezzo soprano; Steve Katona, countertenor; Pan Daijing, additional vocals, electronics

John Cage once said that “records ruin the landscape”, that is, they betray or even distort the essence of the sonic event as it occurs in immediacy (non-mediated). A radical and in some ways irrefutable point of view, but which in relation to a private, temporally deferred listening, can easily be overturned: so that also the “landscape”, the set of conceptual, technical and performative fundaments, very often diverts attention from what is experienced on a purely auditory level, even once the musical work has been permanently fixed on a physical or digital medium.

This is not intended to minimize in any way the stratified complexity that distinguishes the multidisciplinary vision of Pan Daijing, a talented Chinese artist taken from the beginning under the wing of Bill Kouligas and his influential label PAN: if, however, the original project for Tissues, presented at London’s Tate Modern in 2019, remains an isolated focal point, no longer attainable in its entire audiovisual poignancy, this present iteration retains its power of suggestion alive to the point of fully qualifying as an opera, an autonomous and self-contained dramaturgy, even regardless of any symbolic value or representational intent. As if to say that each album is a sort of teatro assente [absent theater], the dark stage on which only unknowable acousmatic entities may act.

With this mental predisposition alone it is advisable to approach the ancestral expressive domain which Daijing profitably draws on, a remote era where one could still feel the transcendent tangibly, fathom the ideal horizon of the eternal with eyes wide open. Composed for four-voice choir and electronics, on Tissues a ritual is once again outlined where human frailty reaches towards the ineffable, the word envelops itself in mantric refrains aimed at abandoning signification.
The dense synthetic textures – together with a few passages marked by sharp piano strokes – become a cantus firmus, the solid graft around which the harmonies extend luxuriantly, achieving a perfect and gleaming concordance (“A Found Lament”) only to then fall apart in rapid diverging trajectories, a darting of atonal cells failing to collide with one another (“A Tender Accent”).

The thick grain of the sine waves often skims on the edge of white noise, it persistently pervades the acoustic space and thus undermines the balance of the choral parts: their lyrical elevations echo in alternating phases the Philip Glass of “Akhnaten” and Meredith Monk’s syncopated phonemes, traces of a primordial and uncorrupted solemnity dispersed by the currents of time. And it’s in this substantial estrangement from historical and cultural contingency – despite the adoption of electronic language and the crucial dialectical role it plays – that lies the irreducible essence of Pan Daijing’s work, stripped here of its performative corporeality to transform itself into a wondrous choreography of the soul.

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