Éliane Radigue – Occam Ocean 4

Shiiin, 2022
drone, microtonal

(ENGLISH TEXT BELOW)

Nessuno dei capitoli pubblicati nella serie ‘Occam Ocean’ può davvero rivelarsi ridondante, né tantomeno superfluo: ogni nuova uscita approfondisce e arricchisce di nuovi aspetti fenomenici la ricerca condotta da Éliane Radigue nel dominio strumentale, avventura iniziata all’alba del nuovo millennio con il definitivo abbandono del sintetizzatore ARP 2500, sino ad allora il suo mezzo d’espressione esclusivo.
Il metodo è ormai collaudato ma non immutabile, poiché è il mutamento la sua stessa ragion d’essere e di proliferare: ogni nuovo adepto accolto nella casa della decana francese diviene la partitura vivente di un’immagine legata all’acqua – da lui o lei soltanto tramandabili a futuri interpreti –, un catalizzatore di energie elementali riversate nella voce singolare del proprio strumento.

Ed è proprio la voce a rivestire un ruolo di rilievo assoluto in questo quarto album: il tramite primordiale dell’espressione animale e umana lo è anche per la musica, nata come pura imitazione dei suoni naturali, dai più flebili ai più violenti e perturbanti. L’assolo “Occam XXII” del vocalist sperimentale Yannick Guédon – membro della Harmonic Space Orchestra apparso per la prima volta come autore ne L’insistance des possibles (Edition Wandelweiser, 2020) – non si rifà soltanto a tale ineludibile matrice istintiva, ma in egual misura alle forme canore dell’Oriente e alle pratiche meditative buddhiste, religione abbracciata da Radigue sin dagli anni 70 in stretta relazione alla sua estetica elettronica.
Da principio simile a un soffio di vento, aprendosi gradualmente a minute vibrazioni labiali, la monodia ritualistica di Guédon lascia affiorare effetti diplofonici riferibili alla tradizione popolare Tuvana, un tremito gutturale che dalla gola va elevandosi verso taglienti acuti di testa. Una linea perfettamente verticale si disegna lungo il corpo del performer, alveo permeabile di una corrente acustica parimenti quieta e inesorabile.

Con il trio inedito (e altrove improbabile) di “Occam Delta XIX” ritorna poi la figura dello strumentista-vocalizzatore, incontrata di recente nel trio d’archi “Best that you do this for me” di Jim O’Rourke (Another Timbre, 2021): affiancato dal sassofono di Bertrand Gauguet e dal birbynė di Carol Robinson, Guédon replica con toni sostenuti le fragili traiettorie dell’archetto sulle corde della viola da gamba. Ma è quando le altezze cominciano a divergere in armonie complementari che, paradossalmente, risulta più arduo attribuirle con certezza alla loro fonte: un solo respiro condiviso, inscindibile, smuove la superficie del brano come un mantice e ne accentua la dissimulazione timbrica, offrendoci così il privilegio di un’esperienza d’ascolto eminentemente acusmatica, non ascrivibile alla mera somma delle parti.

Gauguet e Robinson in duo completano il quadro della pubblicazione: più che tracciare due binari paralleli, in “Occam River XXII” il sax e il clarinetto basso sembrano alternarsi nella paziente tessitura di un ordito impalpabile dietro il quale, tra espansioni volumetriche e battimenti psicoacustici di velocità variabile, rimane sempre presente quel pneuma circolare che solo può differenziare le colonne d’aria dal sommesso ronzio di onde sinusoidali generate artificialmente. Ventisei minuti di completa, purificante astrazione sonora dei quali, assieme al resto, l’oggi novantenne Radigue sarà certamente rimasta estasiata.

None of the chapters published in the ‘Occam Ocean’ series can really prove to be redundant, let alone superfluous: each new release deepens and enriches with new phenomenal aspects the research conducted by Éliane Radigue in the instrumental domain, a quest that began at the dawn of the new millennium with the definitive abandonment of the ARP 2500 synthesizer, until then her exclusive means of expression.
The method is by now tested but not immutable, since in change lies its very reason for being and proliferating: every new adept welcomed into the house of the French doyen becomes the living score of an image associated with water – to be passed on to future interpreters by him or herself only –, a catalyst of elemental energies poured into the singular voice of one’s own instrument.

And it is precisely the voice that plays a role of absolute importance in this fourth album: the primordial means of animal and human expression is such also for music, originated as a pure imitation of natural sounds, from the faintest to the most violent and perturbing ones. The solo “Occam XXII” by experimental vocalist Yannick Guédon – member of the Harmonic Space Orchestra who debuted as an author on L’insistance des possibles (Edition Wandelweiser, 2020) – does not only refer to this unavoidable instinctive matrix, but in equal measure to Eastern singing forms and to the meditative practices of Buddhism, a religion embraced by Radigue since the 1970s in close relation to her electronic aesthetics.
At first similar to a wisp of wind, gradually opening up to minute lip vibrations, Guédon’s ritualistic monody lets emerge diplophonic effects referable to the Tuvan folk tradition, a guttural tremor rising from the throat towards sharper head trebles. A perfectly vertical line is drawn along the performer’s body, the permeable channel of an acoustic current as quiet as it is inexorable.

With the unprecedented (and otherwise unlikely) trio of “Occam Delta XIX” then returns the figure of the instrumentalist-vocalizer, recently encountered in Jim O’Rourke’s string trio “Best that you do this for me” (Another Timbre, 2021): flanked by Bertrand Gauguet’s saxophone and Carol Robinson’s birbynė, Guédon replicates with sustained tones the fragile trajectories of the bowed strings of the viola da gamba. But it is when the pitches begin to diverge into complementary harmonies that, paradoxically, it gets harder to attribute them to their source with absolute certainty: a single shared, indivisible breath stirs the surface of the piece like a bellows and accentuates its timbral dissimulation, thus offering us the privilege of an eminently acousmatic listening experience, not attributable to a mere sum of the parts.

A duo of Gauguet and Robinson completes the framework of the release: more than tracing two parallel tracks, on “Occam River XXII” the sax and the bass clarinet seem to alternate in the patient weaving of an impalpable weft behind which, among volumetric expansions and psychoacoustic beats of variable speed, always lingers that circular pneuma which alone can differentiate the columns of air from the subdued hum of artificially generated sine waves. Twenty-six minutes of complete, purifying sonic abstraction of which, along with the rest, ninety-year-old Radigue will certainly have been delighted.

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