Christina Giannone – Zone 7

Room40, 2022
dark ambient, drone

(ENGLISH TEXT BELOW)

Cosa hanno in comune la preghiera, lo yoga e l’ascolto puro? Sono tre modi possibili – diversi ma equivalenti – di essere pienamente dentro e al di fuori di sé al contempo, tentativi di avvicinamento a una più profonda percezione di ciò che siamo e di ciò che ci circonda, persino al di là della comune concezione del bene e del male. Come musicofili sappiamo e vogliamo ascoltare tanto, forse tutto, ma ben di rado affiora la cosciente volontà di ascoltarsi.


Il lavoro di Christina Giannone non ha alcuna presunzione di potere terapeutico, ma si prefigge esplicitamente di invitarci a scrutare nel profondo del nostro sentire, dapprima attivamente per poi transitare verso uno stato di rigenerante abbandono, finanche di trascendenza. Nello spazio di appena mezz’ora Zone 7, il terzo LP solista della sound artist statunitense, riesce a eludere ogni difesa e a sprofondarci nelle sue camere di inebriante alterità aurale.
E sembra a tutti gli effetti di varcare cinque susseguenti porte della non-conoscenza, avvolti da dense coltri di materia sonora apparentemente volte a offuscare il delineamento di un paesaggio mentale anche solo parzialmente caratterizzato. Si potrebbe confonderli con dei notturni, ma il buio che permea queste sequenze non è altro che il rimosso precedente la significazione del mondo, il riflesso dell’enigmatica realtà interiore che anticipa la scoperta di quella esteriore.

Dentro le stanze esperienziali di Giannone il suono si spande come per ondate radiali, ampie ma ininterrotte, la cui grana spessa potrebbe a tratti evocare un wall of noise smorzato, oppure la coda di un feedback che si riverbera a oltranza lungo un corridoio vuoto.
La Room40 di Lawrence English è senz’altro la dimora più appropriata per un simile esercizio di espressionismo sonoro, contraddistinto com’è dalla stessa fisicità – di natura quasi sculturale – che nutre le composizioni drone dell’eminenza australiana.

Il silenzio che fa seguito a Zone 7 potrebbe ugualmente sembrare freddo e spoglio oppure pregno di un’inedita consapevolezza: l’album è, in ogni caso, soltanto il viatico per affacciarsi su un orizzonte ulteriore, il preludio a un viaggio che è possibile intraprendere con qualsiasi artefatto sonoro considerato secondo la sua primordiale radice acusmatica, non riferibile a un’esistenza oggettiva bensì sempre, inevitabilmente mediata dalla cognizione individuale. 
Oltre la mimesi con la superficie esteriore del reale, il suono continua a custodire il segreto di ciò che le altre manifestazioni sensoriali non sembrano in grado di avvicinare con altrettanta accuratezza: la quintessenza del sentire interiore.

What do prayer, yoga and pure listening have in common? They are but three possible ways – different but equivalent – of being fully inside and outside oneself at the same time, attempts to approach a deeper perception of what we are and what surrounds us, even beyond common conceptions of good and evil. As music lovers we know and we want to listen to a lot, perhaps everything, but the conscious will to listen to oneself rarely emerges.

Christina Giannone’s work has no presumption of therapeutic power, but explicitly aims to invite us to peer into the depths of our feelings, actively at first and only then transitioning towards a state of regenerating abandonment, even transcendence. In the space of just a half hour Zone 7, the American sound artist’s third solo LP, manages to evade all defenses and immerse us into its chambers of intoxicating aural otherness.
And to all intents and purposes it seems like entering five successive doors of unknowing, enveloped by dense blankets of sound matter apparently aimed at obfuscating the delineation of an even partially characterized mental landscape. One could mistake them for nocturnes, but the darkness that permeates these sequences is none other than the repressed preceding the signification of the world, the reflection of the enigmatic inner reality that comes before the discovery of the outer one.

Inside Giannone’s experiential rooms, sound spreads as if by radial waves, wide but uninterrupted, whose thick grain could at times evoke a muffled wall of noise, or the tail of a feedback reverberating indefinitely along an empty corridor.
Lawrence English’s Room40 is undoubtedly the most appropriate home for a similar exercise in sound expressionism, marked as it is by the same physicality – almost sculptural in nature – that fuels the drone compositions of the Australian eminence.

The silence that follows Zone 7 could equally seem cold and bare or imbued with an unprecedented awareness: the album is, in any case, only the stepping stone to lean out onto a further horizon, the prelude to a journey that can be undertaken through any sonic artifact considered in accordance with its primordial acousmatic root, not referable to an objective existence but always, inevitably mediated by individual cognition.
Beyond the mimesis with the exterior surface of reality, sound continues to retain the secret of what other sensory manifestations can’t seem to approximate with equal accuracy: the quintessence of inner feeling.

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