Toshimaru Nakamura – Culvert – No-Input Mixing Board 10

Room40, 2021
glitch-noise, experimental electronic

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Probabilmente nessuno, alle soglie del nuovo millennio, avrebbe scommesso sulla longevità dell’intuizione di Toshimaru Nakamura: dopo averne intravisto le potenzialità, invece, egli ha promosso la no-input mixing board a suo (non)strumento esclusivo, inaugurando una lunga serie di composizioni sperimentali che ancora oggi ne attestano la duttilità e l’inebriante alterità sonora.Tre anni dopo l’edizione del nono volume Re-Verbed (2018), è di nuovo la Room40 di Lawrence English a perpetuare questa eredità elettroacustica in divenire, attualmente orientata a un’estetica glitch-noise sempre più estrosa e coinvolgente.

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Lawrence English – A Mirror Holds the Sky

Room40, 2021
field recordings

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Che si tratti di una documentazione sonora tendente a un’utopica “oggettivazione” della realtà, oppure di un’indagine profonda dei suoi dettagli meno percepibili, l’atto e l’arte del field recording ci invitano a riconsiderare il nostro ruolo di ascoltatori, sfidandoci a sospendere la nostra istintuale decodifica delle sorgenti acustiche per cogliere, piuttosto, il manifestarsi della materia sonora così com’è, avulsa da qualunque meccanismo interpretativo. Sulle orme dei maîtres-à-penser Pierre Schaeffer e R. Murray Schafer – uniti dal destino nell’assonanza dei loro cognomi – possiamo educarci ad accostare la realtà sonora come una drammaturgia in sé compiuta, forte della sua intrinseca varietà di registri, sfumature e intrecci di livelli uditivi che altrimenti, nell’esperienza non mediata della vita quotidiana, il nostro cervello continuamente organizza e bilancia in autonomia.

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Spyros Polychronopoulos / Thanos Polymeneas-Liontiris / Iakovos Pavlopoulos – Widdershins

Room40, 2021
free improvisation, experimental

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La Grecia continua ad affermarsi, tra le altre discipline, come nuovo avamposto della musica spontanea e di certe radicali sperimentazioni “morfologiche”: un anno fa era il quintetto misto di The Depths Above a coniare l’ermetico idioma di un ritualismo biomorfo, aprendo le porte all’eterotopia di un viaggio “alle latitudini dell’impossibile”. Un’indagine ipoteticamente rivolta a un orizzonte atavico o post-apocalittico, ma che a ben vedere anelava già a un’espressività fuori dal tempo e dalla storia, esito di una tabula rasa senza ritorno.
È su questo stesso terreno che potrebbero giocarsi le avanguardie del terzo millennio: una volta che le strutture tonali, la complessità della fenomenologia timbrica e la spazialità sono state fronteggiate e travalicate, rimane ancora molto (o persino tutto) da fare sul fronte temporale, mettendo in discussione l’intrinseca “orizzontalità” dell’esecuzione e della riproduzione sonora; l’utopia musicale definitiva, in sostanza, sarebbe quella di un’autentica compresenza “verticale” di piani temporali, scissa dalla consequenzialità della percezione uditiva.

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Alvin Curran – Inner Cities

Gabriella Smart
Room40, 2020
contemporary classical, minimalism

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La storia del tour de force pianistico, almeno a livello ufficiale, ebbe probabilmente inizio con i virtuosismi estremi di Franz Liszt, ovvero la trascendenza per mezzo del talento e dell’estro esecutivo, esibiti nell’assoluta padronanza di temi e variazioni esposti in rapida sequenza, riversati sullo spartito e sullo strumento come un fiume in piena. Venne poi la somma provocazione: con la boutade proto-dadaista delle “Vexations” di Erik Satie ci si spostava dalla difficoltà tecnica alla pura resistenza fisica, condannando il musicista e il suo (presunto) ascoltatore all’assurdità di una melodia ripetuta ossessivamente per un lasso di tempo inconcepibile.
I due estremi arriveranno a sfiorarsi nell’America del minimalismo: il ‘Well-Tuned Piano’ di La Monte Young e il magnum opus ritrovato di Dennis Johnson, “November”, pongono le basi per la nascita di quello che potremmo definire, in mancanza di termini migliori, un virtuosismo “verticale”; soppesare ogni singola nota e il suo spazio negativo come elementi paritari, nella suggestione immaginifica come nella totale astrazione di un’imperscrutabile interiorità.

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