Aviva Endean – Moths & Stars

Room40, 2022
electroacoustic


(ENGLISH TEXT BELOW)

Un titolo che sembra parafrasare il tardo opus magnum di Olivier Messiaen, “Des canyons aux étoiles…”, suggestiva metafora del soffio vitale e dell’incommensurabile spirito che abbraccia l’universo ad ogni suo livello, insito nei più microscopici ecosistemi come nella maestosità delle sfere celesti. Non ha una così vasta ambizione il secondo album della clarinettista sperimentale australiana Aviva Endean: eppure Moths & Stars riesce a rappresentare efficacemente il collasso, la simbiosi di spazi e tempi musicali tra loro distanti, la reale coesistenza di istanze percettive alle quali non è di per sé scontato prestare attenzione, ma che sarebbe del tutto impossibile incontrare in uno stesso frangente.


La lucida e risoluta visione di Endean non fa d’altronde capo all’ambient/drone atmosferica imperante nei trascorsi anni ‘10 e nemmeno alla pura improvvisazione strumentale: come per l’esordio cinder : ember : ashes (Sofa Music, 2018), il dominio in cui si colloca è propriamente quello elettroacustico, e anzi si attesta come esperienza acusmatica tout-court, esito della drastica rielaborazione in studio di molteplici sessioni soliste – l’ascolto in cuffia, insomma, è pressoché d’obbligo. In tale contesto è il medium tecnologico, ossia il kit di registrazione, a costituire una vero e proprio strumento parallelo che, posto a contatto con le varie parti del clarinetto, porta quest’ultimo a trascendere la sua notoria identità timbrica, successivamente rifratta e propagata in una selva di simulacri irriconoscibili.

Alle tecniche estese incentrate sul respiro, ben più che sulla tonalità, si assommano gli effetti inusitati prodotti da archetto elettronico, magneti e feedback di microfoni binaurali, campionario che a ben vedere non giunge a snaturare i corposi flussi d’aria ma ne modifica ulteriormente le traiettorie, piani paralleli di una stereofonia nebbiosa e chiaroscurale. L’intermittente affiorare di estremi dettagli acustici va così di pari passo a un soundscaping che sembra espandersi per ondate concentriche, eredità dell’oggettivazione fenomenica lucieriana al servizio di una drammaturgia tutt’altro che inespressiva, e tuttavia al riparo di un’astrazione talmente profonda da scongiurare qualsiasi chiara insorgenza di sentimento individuale.

Nonostante il carattere distintamente biomorfo ed elementale delle sue soluzioni formali, Moths & Stars elude la via imitativa e dunque il rischio di un panismo posticcio, spalancando l’orizzonte di un’ecologia sonora tutta nuova – perturbante da principio, poi soavemente ipnotica – entro la quale farsi strada con vigile circospezione ma a difese basse, predisposti alla contrastata meraviglia dell’ignoto.


A title that seems to paraphrase Olivier Messiaen’s late opus magnum, “Des canyons aux étoiles…”, an evocative metaphor for the breath of life and the immeasurable spirit that embraces the universe at every level, inherent in the most microscopic ecosystems as in the majesty of the celestial spheres. The second album by Australian experimental clarinetist Aviva Endean doesn’t have such a vast ambition: yet Moths & Stars succeeds in effectively representing the collapse, the symbiosis of distant musical spaces and times, the actual coexistence of perceptual instances to which it’s not per se obvious to pay attention, but which it would be quite impossible to encounter at the same juncture.

Endean’s lucid and resolute vision, moreover, does not refer to the atmospheric ambient/drone prevalent in the past decade, nor even to pure instrumental improvisation: as in the case of her debut cinder : ember : ashes (Sofa Music, 2018), the domain in which it resides is chiefly the electroacoustic one, and indeed it attests itself as an acousmatic experience tout-court, the outcome of the drastic reworking in the studio of multiple solo sessions – in other words, listening on headphones is almost mandatory. In this context, it’s the technological medium, i.e., the recording kit, that constitutes a veritable parallel instrument which, placed in contact with the various parts of the clarinet, leads the latter to transcend its notorious timbral identity, subsequently refracted and propagated in a wilderness of unrecognizable simulacra.

The extended techniques focused on breath, rather than on tonality, are combined with the unusual effects produced by way of e-bow, magnets and binaural microphones feedback, an array of tools that doesn’t go as far as to denature the thick streams of air, but rather further modifies their trajectories, parallel planes of a misty, chiaroscuro stereophony. The intermittent surfacing of extreme acoustic details thus goes hand in hand with a soundscaping that seems to expand in concentric waves, a legacy of Lucier’s phenomenological objectivation in service of a dramaturgy that is anything but inexpressive, and yet sheltered by an abstraction so profound as to avert any clear emergence of individual feeling.

Despite the distinctly biomorphic and elemental character of its formal solutions, Moths & Stars eludes the imitative route and thus the risk of a posturing panism, opening up the horizon of a whole new sound ecology – perturbing at first, then gently hypnotic – within which to make one’s way with vigilant circumspection but lowered defences, predisposed to the contrasting wonder of the unknown.

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