Jaka Berger – Cornelius Cardew: Treatise

Friforma, 2022
free impro


(ENGLISH TEXT BELOW)

La libertà in musica è da tutti convenzionalmente associata alla figura di John Cage, lo spartiacque del Novecento che ha aperto la creazione sonora al caso, al silenzio e ai più eterodossi approcci performativi. Ciò che a molti sembra sfuggire è che tale libertà estrema riguarda quasi esclusivamente la scaturigine, ovvero il compositore stesso, mentre agli interpreti coinvolti è richiesta una fedeltà rigorosa ai principi stabiliti da Cage, alla sua peculiare – e pur sempre individuale – visione.
Ci è voluta l’audacia, ma soprattutto la generosità intellettuale, di un autentico outsider come Cornelius Cardew (1936 – 1981) per “canonizzare” l’espediente della partitura grafica, offrendo di fatto lo spunto per un’infinita gamma di scelte espressive, l’input per una lettura autonoma e autoriferita entro cui l’ideatore originario non ha più alcuna voce in capitolo.

Ecco cosa significa realmente ‘uscire dal quadro’, rinunciare alla paternità dell’artefatto musicale in favore della Musica stessa: un linguaggio che nasce senza sintassi o grammatiche, condizione atavica alla quale, una volta dato fondo a ogni sorta di stilema consolidato, essa aspira sempre più fortemente a ritornare. In tal senso “Treatise” (1963/68) è stato ed è ancora oggi un viatico essenziale, un capitolo di culto e un memorandum per ogni musicista sperimentale che rifiuti stoicamente i compromessi e ricerchi, attraverso la pratica artistica, null’altro che la propria essenza.
Numerose le sensibilità che nel tempo si sono confrontate con la pietra miliare di Cardew, dagli ensemble AMM (del quale fu fondatore), Formanex e Gerauschhersteller ai solisti Oren Ambarchi, Noël Akchoté, elizabeth Veldon, Francesco Fusaro e, davvero non ultimo, il biografo e discepolo John Tilbury (The Tiger’s Mind, 2019). A questa ricca tradizione si era già aggiunto nel 2015 il percussionista sloveno Jaka Berger con l’album Breakfast With Cardew (autoprodotto sotto lo pseudonimo Brgs), e che oggi torna con maggior consapevolezza sui suoi passi ospitato da Friforma, succursale della connazionale etichetta Inexhaustible Editions di László Juhász.


Presentate prevalentemente alla rinfusa negli undici take dell’album, le ventidue pagine estratte da “Treatise” divengono, per Berger come per l’ascoltatore, un’occasione per passare in rassegna le conquiste fatte nell’ambito delle tecniche estese in rapporto agli strumenti a percussione: non più soltanto elementi ritmici, bensì insiemi di superfici e componenti materiche entro le quali si celano dense tonalità e timbri multisfaccettati; un microcosmo di risonanze svelato per mezzo di archetti e oggetti estranei ricontestualizzati al fine di trasfigurare, anche solo in un dettaglio minimo, il volto noto del drumkit.
La performance assume così i tratti di un’indagine fenomenologica a tutto campo che pure non manca di rimarcare il battito in quanto matrice primigenia del gesto musicale: tra le varie incursioni dai vorticosi ritmi spezzati – il lato più palese di un virtuosismo che è da intendersi anche “verticalmente” –, Berger si affida volentieri alla fisicità non mediata delle mani a contatto diretto con le pelli e i piatti, e in nessun caso dà per scontata l’adozione di bacchette, mazze e altre appendici, affinché ogni sequenza rappresenti una singolarità acustica sfuggente, non del tutto identificabile in sede di puro ascolto.

Da ultimo la scelta più radicale: con un laconico spazio bianco a sovrastare le righe del pentagramma, la pagina 141 si ricollega al 4’33” cageano ma ne estremizza ulteriormente l’assunto, poiché affrancata persino dai concetti di ‘movimento’ e di ‘tempo’ (ancorché in senso strettamente cronologico e non musicale). Berger la traduce semplicemente in un’inazione dalla quale emergono voci, passi e rumori ambientali in lontananza, e che tuttavia sarebbe potuta durare la metà o dieci volte tanto rispetto ai cinque minuti e mezzo di questa iterazione. Anche il bianco, d’altronde, è certamente passibile di letture differenti, in quanto sintesi additiva di tutti i colori e negazione formale dietro cui può risiedere la quiete come il caos più assoluto; insomma una pagina che, più d’ogni altra, risulta tutta da scrivere.

Alla luce del completo arbitrio offerto dalla partitura grafica – priva com’è di notazione classica, sostanzialmente “disegnata” –, ogni esecuzione della stessa non andrebbe forse considerata come una pura e semplice improvvisazione? In ultima analisi sì, ed è questo, forse, il più grande testamento lasciato dal pioniere Cardew ai posteri: l’altruismo nell’offrire un’ispirazione, una scintilla d’ingegno creativo a chiunque ne abbia bisogno, senza poi rivendicare la proprietà della fiamma che da essa spontaneamente si sprigiona. Ma il fatto stesso che una singola opera possa contenere in potenza tutte le interpretazioni immaginabili (compresa l’ottima, fantasiosa prova di Jaka Berger), elidendo con ciò i concetti di giusto o sbagliato, è di per sé bastante ad annoverare “Treatise” tra i più importanti contributi all’evoluzione della musica contemporanea.


Freedom in music is conventionally associated by all with the figure of John Cage, the watershed 20th-century figure who opened up sound creation to chance, silence and the most heterodox performative approaches. What seems to escape many is that such extreme freedom almost exclusively concerns the originator, i.e. the composer himself, while the performers involved are required to be strictly faithful to the principles established by Cage, to his peculiar – yet still individual – vision.
It took the audacity, but above all the intellectual generosity, of an authentic outsider like Cornelius Cardew (1936-1981) to “canonise” the expedient of the graphic score, offering in fact the cue for an infinite range of expressive choices, the input for an autonomous and self-referential reading within which the original creator no longer has any say.

This is what it really means to ‘step out of the picture’, to renounce the paternity of the musical artefact in favour of Music itself: a language that is born without syntax or grammar, an atavistic condition to which, once all sorts of established stylistic features have been depleted, it aspires ever more strongly to return. In this sense “Treatise” (1963/68) was and still is an essential viaticum, a cult chapter and a memorandum for every experimental musician who stoically rejects compromise and seeks, through artistic practice, nothing but their own essence.
Numerous sensibilities have confronted Cardew’s milestone over time, from the ensembles AMM (of which he was a founder), Formanex, and Gerauschhersteller to soloists Oren Ambarchi, Noël Akchoté, Elizabeth Veldon, Francesco Fusaro and, last but definitely not least, biographer and disciple John Tilbury (The Tiger’s Mind, 2019). This rich tradition had already been joined in 2015 by Slovenian percussionist Jaka Berger with the album Breakfast With Cardew (self-produced under the pseudonym Brgs), and who today with greater awareness goes back on his steps hosted by Friforma, a branch of László Juhász’s compatriot label Inexhaustible Editions.

Presented predominantly in bulk on the album’s eleven takes, the twenty-two pages selected from “Treatise” become, for Berger as well as for the listener, an opportunity to review the achievements made in the field of extended techniques in relation to percussion instruments: no longer just rhythmic elements, but rather ensembles of surfaces and material components within which dense tones and multifaceted timbres are concealed; a microcosm of resonances revealed by means of bows and extraneous objects recontextualised in order to transfigure, even just in the smallest of details, the known face of the drumkit.
The performance thus takes on the features of an all-encompassing phenomenological investigation that does not fail to emphasise the beat as the primordial matrix of musical gesture: among the various incursions based on swirling broken rhythms – the most obvious side of a virtuosity that is also meant “vertically” –, Berger willingly relies on the unmediated physicality of the hands in direct contact with the skins and cymbals, and in no case takes for granted the use of sticks, mallets and other appendages, so that each sequence represents an elusive acoustic singularity, not entirely identifiable in pure listening.

Lastly, the most radical choice: with a laconic white space above the lines of the staff, page 141 reconnects to Cage’s 4’33” but takes its assumption even further, as it is freed even from the concepts of ‘movement’ and ‘time’ (albeit in a strictly chronological, non-musical sense). Berger simply translates it into an inaction from which voices, footsteps, and ambient noises in the distance emerge, and which nevertheless could have lasted half or ten times as long as the five and a half minutes of this iteration. Even white, on the other hand, is certainly open to different readings, being the additive synthesis of all colours and a formal negation behind which can reside tranquillity as well as absolute chaos; in short, a page that, more than any other, is still to be fully written.

In light of the complete arbitrariness offered by the graphic score – devoid as it is of classical notation, basically “drawn” –, shouldn’t every rendition of it be considered as a sheer improvisation? Ultimately, yes, and this is, perhaps, the greatest testament left by the pioneer Cardew to posterity: the altruism of offering an inspiration, a spark of creative ingenuity to whoever needs it, without then claiming ownership of the flame that spontaneously emanates from it. But the very fact that a single work can potentially contain all of its conceivable interpretations (including Jaka Berger’s excellent, imaginative display), thereby eliding the concepts of right and wrong, is in itself sufficient to count “Treatise” among the most important contributions to the evolution of contemporary music.

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