Minami Saeki / Ayami Suzuki / Taku Sugimoto / Takashi Masubuchi – Improvisation at Permian

self-released, 2022
reductionism, onkyo


(ENGLISH TEXT BELOW)

Ripiegata sulle proprie reminiscenze e assalita dall’ansia dell’avvenire, sembra che la cultura occidentale non abbia mai davvero conosciuto l’attimo presente: è d’altronde un tempo che rasenta l’inesistenza, costantemente teso fra intenzione e agire, e cui dunque, a dispetto del suo stesso nome, si finisce spesso per essere assenti. È al contrario quasi un’esclusiva delle arti e della filosofia giapponesi l’attenzione al transeunte e all’ineffabile, senza preoccuparsi di ciò che resta ma soltanto di ciò che è, l’accadimento sempre unico e irripetibile dell’esistenza.

Tutto questo, la poetica riduzionista di Taku Sugimoto e dei performer suoi sodali non lo dice, bensì lo incarna con ogni nota suonata o taciuta, soppesando i gesti musicali e le pause con la medesima, profondissima cura. L’improvvisazione perde allora il suo carattere di bruciante impulsività, laddove è piuttosto la ponderatezza a guidare – forse come unico principio ispiratore – gli ermetici e prolungati dialoghi tra chitarre acustiche e voci femminili, alternate in formazioni a due e, da ultimo, in quartetto.


Anche nell’ambito di un’espressività così essenziale, semplificata ai minimi termini, esistono tuttavia differenze stilistiche e caratteri inconfondibili, come variazioni sul tema di una quiete imperturbabile. Mantiene infatti un afflato più lirico, liberamente cantabile, il tiepido chiaro di luna evocato da Ayami Suzuki e Takashi Masubuchi: con incedere vago e frammentario, i primi e gli ultimi minuti del set inaugurale delimitano una vasta sezione contemplativa dove il tempo sembra arrestarsi su un quadro di lucente armonia, i due performer abbandonarsi a melismi e arpeggiati che non lasciano spazio a prove di bravura o prevaricazioni, ma si dedicano integralmente al tratteggio di un sentimento condiviso ancorché indefinibile, aperto a qualunque orecchio sia dato di coglierlo.

Ben noti a chi frequenti tale singolare cerchia sperimentale, Minami Saeki e Taku Sugimoto sono tra le figure più emblematiche del riduzionismo acustico sorto dall’underground di Tokyo a partire dagli anni novanta. In maniera pressoché opposta al duo precedente, nella loro enigmatica divagazione le corde vocali e di nylon divengono una cosa sola, un lasco tessuto di toni e sillabe puntiformi, di rado allungati oltre l’istante di durata. Sensuali senza essere allusivi, i vocalizzi e fischi di Saeki hanno la trasparenza di una lingua franca priva di interlocutori: un solipsismo naif, finanche puerile, nel quale la percezione uditiva felicemente si smarrisce e vorrebbe forse sopirsi, ma che invece si mantiene viva proprio in virtù dell’estranea fascinazione che quei fonemi sospesi sanno esercitare sulla mente così abituata – e sottomessa – al senso compiuto, alla parola anziché alla fluida materia verbale.

La somma delle parti, infine, non poteva che generare un nuovo ‘tutto’: la rarefazione formale spontaneamente abbracciata dal quartetto coniuga le analoghe sensibilità dei suoi membri in un delicato gioco di specchi che, se da un lato sembra ricalcare soprattutto l’estetica “scomposta” e in perpetuo divenire di Taku Sugimoto, dall’altro non rinuncia a glissati, risonanze e ‘sustain’ che ne smussano i contorni, immergendo il set conclusivo in un’atmosfera di ariosa e disorientante astrazione – un idillio che nemmeno gli occasionali stridori e dissonanze delle tecniche estese riescono a turbare. È il più dolce naufragio che si possa immaginare.


Falling back on its own reminiscences and assailed by the anxiety of the future, it seems that Western culture has never really known the present moment: it is, besides, a time that verges on non-existence, constantly stretched between intention and action, and therefore to which, in spite of its very name, one often ends up being absent. On the contrary, it is almost exclusive to the Japanese arts and philosophy to pay attention to the transient and the ineffable, without worrying about what remains but only what is, the always unique and unrepeatable happening of existence.

All this, the reductionist poetics of Taku Sugimoto and his fellow performers does not say, but rather embodies it with every note played or omitted, weighing musical gestures and pauses with the same, most profound care. Improvisation then loses its character of burning impulsiveness, where it is rather thoughtfulness that guides – perhaps as the only inspiring principle – the hermetic and prolonged dialogues between acoustic guitars and female voices, alternating in duo formations and, finally, as a quartet.

Even within such essential expressiveness, simplified to its lowest terms, there are nevertheless stylistic differences and unmistakable characters, like variations on a theme of imperturbable stillness. Indeed, the warm moonlit scenery evoked by Ayami Suzuki and Takashi Masubuchi retains a more lyrical, freely singable afflatus: with a vague and fragmentary pace, the first and last minutes of the opening set delimit a vast contemplative section where time seems to halt on a picture of gleaming harmony, the two performers abandoning themselves to melismas and arpeggios that leave no room for bravura or prevarication, but devote themselves entirely to the outlining of a shared yet indefinable sentiment, open to any ear that may grasp it.

Well known to those who frequent such a singular experimental circle, Minami Saeki and Taku Sugimoto are among the most emblematic figures of the acoustic reductionism that has arisen from the Tokyo underground since the 1990s. In an almost opposite manner to the previous duo, in their enigmatic digression vocal cords and nylon strings become one, a loose fabric of pointillistic tones and syllables, seldom protracted beyond an instant of duration. Sensual without being allusive, Saeki’s vocalisms and whistles have the transparency of a lingua franca without an interlocutor: a naive, even puerile solipsism into which auditory perception happily strays and would perhaps like to appease itself, but which instead remains vivid precisely by virtue of the extraneous fascination that those suspended phonemes are able to exert on the mind so accustomed – and submissive – to full meaning, to words rather than fluid verbal matter.

Lastly, the sum of the parts couldn’t but generate a new ‘whole’: the formal rarefaction spontaneously embraced by the quartet combines the similar sensitivities of its members in a delicate play of mirrors that, if on the one hand seems to mimic, above all, the “disjointed”, perpetually becoming aesthetics of Taku Sugimoto, on the other it does not renounce glissati, resonances and sustains that smooth out its contours, immersing the final set in an atmosphere of airy and disorienting abstraction – an idyll that not even the occasional screeching and dissonance of extended techniques could possibly upset. It’s the sweetest shipwreck imaginable.

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