Delay / Aarset – Singles

Room40, 2022
dark ambient, post-industrial


(ENGLISH TEXT BELOW)

Avete mai provato ad ascoltare il suono di un cubetto di ghiaccio che si scioglie? Poggiato su una sostanza liquida, tra le pareti di un bicchiere di vetro, il suo sibilo somiglia al grido di una creatura microscopica in punto di morte, mentre invisibili proiettili d’aria la trafiggono da ogni parte. Occorrerebbe moltiplicare e magnificare questo esperimento in misura esponenziale per comprendere l’agonia dei continenti polari in graduale dissolvimento sotto la spinta del surriscaldamento globale, riversati negli oceani che ben presto potrebbero tornare a inghiottire le terre emerse e lavare via l’umanità al pari di un novello diluvio universale.


Improbabile soltanto fin quando non si realizza, un connubio artistico come quello tra la leggenda della minimal techno Vladislav Delay e il chitarrista norvegese Eivind Aarset era destinato a farsi voce di una simile fatalità, pur senza alcun esplicito riferimento al massacro naturale che si consuma al largo dei loro confini nazionali.
Bisogna dire che il ritorno di Sasu Ripatti alle più crude e implacabili sonorità industrial, nei due recenti capitoli di Rakka, già richiamava con drammatica efficacia la frastagliata nudità delle rocce artiche, mentre da molti anni i poetici lamenti post-jazz di Aarset con Jan Bang e Arve Henriksen incarnano con delicata pregnanza l’anima profondamente malinconica della Scandinavia.

Gli otto Singles riuniti e pubblicati in LP da Room40 hanno il carattere impulsivo e trasformativo di reazioni chimiche, il potere straniante di energie che in natura raramente si danno entro uno stesso ecosistema: l’una insistente e corrosiva, la cui ottusa risolutezza precede da tempo immemore l’azione antropica, l’altra in grado di fondere e infiltrarsi pervasivamente nei profondi solchi così tracciati; distruzione e rigenerazione costanti, tumulti che sebbene spesso occorrano nascostamente a livello sotterraneo (10, 09), in certi frangenti deflagrano invece in eruzioni di viscosa materia cacofonica (22, 13).

Trovando un raro equilibrio tra urgenza e ponderatezza, Ripatti e Aarset ridefiniscono l’arte del soundscaping con un’opera scultorea di assoluta suggestione immaginifica, forte di una malleabilità stilistica inusitata per entrambi ma del tutto rispondente alla loro caratura di sperimentatori audaci e incorruttibili. Singles di nome e di fatto, poiché il fascino chimerico di queste tracce non si presta facilmente alla replica in un secondo analogo progetto, a meno di un radicale – e nondimeno rischioso – ripensamento degli elementi in gioco.


Have you ever tried listening to the sound of a melting ice cube? Leaning on a liquid substance, between the walls of a glass, its hiss resembles the cry of a microscopic creature on the verge of death, while invisible air bullets pierce it from all sides. One would have to multiply and magnify this experiment exponentially to understand the agony of the polar continents gradually dissolving under the pressure of global warming, poured into the oceans that could soon return to swallow the land and wash away humanity like a novel Great Deluge.

Unlikely only until it actually happens, an artistic alliance such as the one between minimal techno legend Vladislav Delay and Norwegian guitarist Eivind Aarset was destined to become the voice of such a fatality, even without any explicit reference to the natural massacre taking place offshore from their national borders.
It should be said that Sasu Ripatti’s return to the crudest, most implacable industrial sounds, in the two recent chapters of Rakka, already recalled with dramatic effectiveness the jagged nakedness of the arctic rocks, while for many years Aarset’s poetic post-jazz laments with Jan Bang and Arve Henriksen have embodied the deeply melancholy soul of Scandinavia with delicate poignancy.

The eight Singles collected and published on LP by Room40 have the impulsive and transformative character of chemical reactions, the alienating power of energies that in nature are rarely given within the same ecosystem: the one persistent and corrosive, whose obtuse resoluteness long precedes the anthropic action, the other capable of melting and pervasively infiltrate the deep furrows thus traced; constant destruction and regeneration, turmoils which, although often occurring covertly in the underground (10, 09), they sometimes instead deflagrate through eruptions of viscous cacophonic matter (22, 13).

Finding a rare balance between urgency and reflectiveness, Ripatti and Aarset redefine the art of soundscaping with a sculptural work of utter imaginative suggestion, strong of a stylistic malleability that is unusual for both of them but fully responds to their caliber of daring and incorruptible experimentalists. Singles in name and in fact, since the chimerical charm of these tracks wouldn’t easily lend itself to replication in a second similar project, unless a radical – and nonetheless risky – rethinking of the elements at stake is undertaken.

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