Vladislav Delay – Rakka

★★★☆☆
Cosmo Rhythmatic, 2020
noise, avant-techno, post-industrial


(ENGLISH TEXT BELOW)

Le recenti performance dal vivo – un ritorno sulla scena a lungo atteso – lasciavano intendere che l’approccio di Sasu Ripatti alla materia elettronica avesse subìto un radicale stravolgimento, per non dire una tabula rasa di ciò che lo pseudonimo Vladislav Delay aveva sinora rappresentato con assoluta coerenza e stoicismo.
È già significativo, a suo modo, il passaggio dal prestigio settoriale della (fu) raster-noton o dell’autoproduzione alla Cosmo Rhythmatic da cui, in progetti collaterali separati, sono passati anche i due comprimari e connazionali Pan Sonic. In questo caso, però, la pubblicazione è in solo formato digitale, elemento che sottolinea la riflessione del sound artist finlandese in merito al cambiamento climatico, tema che in questi suoi anni di parziale stasi artistica si è reso sempre più pressante e palese – a maggior ragione sul territorio scandinavo. Sotto i ghiacci disciolti dal surriscaldamento globale, evidentemente, non rimane che l’aguzza e inospitale nudità delle rocce artiche (Rakka).

Il frutto di quattro anni di silenzio, dunque, era probabilmente destinato ad assumere questa sola forma: un minaccioso e brutale monolite di materia sonora, non più trattata e raffinata dal meticoloso cesellatore che Ripatti è stato per oltre vent’anni, bensì – con pari intransigenza – rovesciata nella nostra direzione come una colata lavica color pece. 
Più che accolti siamo dunque “respinti” da un sound grezzo e tagliente con ritmiche ansiogene da macchinario industriale, in un’atmosfera nel complesso quasi asfissiante. Dal minimalismo al totalismo, saremmo tentati di sentenziare fermandoci alla superficie turbolenta e frastagliata di queste sette tracce: ma se osiamo alzare il volume per addentrarci oltre lo strato primario è facile accorgersi di come la radice ambient-techno sia fondamentalmente la stessa di sempre; sono il peso specifico e la nettezza dei suoi contorni, per così dire, a essere accresciuti e intensificati sino all’estremo, impregnati di un detrito analogico che si distrugge e si ricrea a ogni nuova iterazione. 

In “Rakkine” una voce umana soffocata dall’effettistica – come un’eco del Prurient anni Zero – cerca di emergere al di sopra dello sfrigolante tumulto, finendo col saturare ulteriormente uno scenario in cui le frequenze ambiscono a una fisicità che non fa più appello esclusivo all’udito. Ma Rakka non è soltanto un feroce dispiego di forza bruta: sotto i cumuli di distorsioni e le più fitte scariche di schegge ritmiche permangono bordoni dalla distinta tonalità minore, una lamentatio dal sottosuolo che accentua il contrasto tra i livelli percettivi e lega l’uno all’altro i pattern digitali in rapida successione. 
“Raakile” è solo un breve – ma altrettanto inquieto – passaggio di momentanea sedimentazione che rievoca più direttamente i monocromatici schemi/schermi sonori del penultimo Visa (2014). Dopo di esso l’opera di sgretolamento riprende a pieno regime, la voragine psichica si allarga e ci trascina verso il basso: il battito della terra sofferente che ci appariva come una impellente azione pneumatica somiglia sempre di più al ruggito di una bestia selvatica, accerchiata e alfine soppressa forzosamente, non senza che un istante dopo si renda udibile la sua ultima esalazione. 

L’ira della consapevolezza, l’urgenza e la rassegnazione si fondono nell’impeto sovrumano di Rakka: la mente e il corpo di Ripatti divengono il medium attraverso cui erompe il grido di una terra che sta scomparendo sotto gli occhi dell’umanità, complice ma in larga misura impotente di fronte al disastro ambientale. Ma in quello che può ragionevolmente sembrare un atto distruttivo si cela anche un inno alla potenza creatrice del suono, metafora di un’energia elementale che presto o tardi saprà rivalersi e ristabilire la propria legittima supremazia.


His most recent live performances – a long-awaited return to the scene – suggested that Sasu Ripatti’s approach to electronic matter had undergone a radical upheaval, not to say a clean slate of what the pseudonym Vladislav Delay had so far represented with absolute coherence and stoicism.
In a way it’s already a significant sign his transition from the sectorial prestige of (late) raster-noton or self-production to Cosmo Rhythmatic from which, in separate collateral projects, the two peers and compatriots Pan Sonic have also passed. In this case, however, the publication is in digital format only, a trait that underlines the Finnish sound artist’s reflection on climate change, a theme that in these years of partial artistic stasis has become increasingly pressing and manifest – all the more so on the Scandinavian territory. Under the ice melted by global warming, evidently, only the sharp and inhospitable nakedness of the arctic rocks (Rakka) remains.

The result of a four-year-long silence, therefore, was probably destined to assume this single form: a threatening and brutal monolith of sound matter, no longer treated and refined by the meticulous chiseller that Ripatti has been for over twenty years, instead – with equal intransigence – poured in our direction like a pitch-colored lava flow.
Rather than welcomed, therefore, we are “rejected” by a raw and cutting sound design with anxiety-inducing rhythms of industrial machinery, in an overall almost suffocating atmosphere. From minimalism to totalism, we would be tempted to declare if we stopped at the turbulent and jagged surface of these seven tracks: but if we dare to raise the volume and go beyond the primary layer it’s fairly easy to notice how the ambient-techno root is fundamentally the same as always; it’s the specific weight and the sharpness of its contours, so to speak, that are increased and intensified to the extreme, impregnated with an analogue debris being destroyed and recreated with each new iteration.

In “Rakkine” a human voice suffocated by the effects – like an echo of Prurient from the 00s – tries to emerge above the sizzling turmoil, ending up further saturating a scenario in which the frequencies aspire to a physicality that no longer makes exclusive appeal to our hearing. But Rakka isn’t just a ferocious deployment of brute force: under the mounds of distortion and the densest blasts of rhythmic splinters there remain drones in a distinct minor key, a lamentatio from the subsoil that accentuates the contrast between perceptive levels and binds together the digital patterns in rapid sequence. 
“Raakile” is only a brief – but equally disquiet – passage of momentary sedimentation that more directly recalls the monochromatic sound schemes/screens of the penultimate Visa (2014). After that the work of crumbling resumes at full speed, the psychic chasm widens and drags us downwards: the beating of the suffering earth that appeared as an impellent pneumatic action increasingly resembles the roar of a wild beast, surrounded and finally forcibly suppressed, with its last exhalation made audible a moment later.

Wrath from awareness, urgency and resignation merge in the superhuman impetus of Rakka: Ripatti’s mind and body become the medium through which erupts the cry of a land disappearing under the eyes of humanity, mostly a helpless accomplice in the face of environmental disaster. But in what may reasonably seem like an act of destruction also lies a hymn to the creative power of sound, a metaphor for an elemental energy that sooner or later will be able to retaliate and restore its legitimate supremacy.

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