Weekly Recs | 2020/9

Evan Parker & Paul Lytton – Collective Calls (Revisited) (Jubilee) (2020)

The Giving Shapes – Earth Leaps Up (2020)

Werner Dafeldecker – Parallel Darks (2020)

Leo Takami – Felis Catus and Silence (2020)



Evan Parker & Paul Lytton – Collective Calls (Revisited) (Jubilee)

Intakt, 2020 | free impro

Ciò che più mi sorprende – e in un certo senso mi commuove – riguardo all’ampia cerchia della musica improvvisata, è che i suoi accoliti non sembrano soggetti ad alcun ripensamento, come se la libertà cui si sono votati non potesse essere mai abbastanza da giustificare un “ritorno all’ordine” più o meno tardivo. Perciò il ritrovarsi del duo Parker/Lytton a cinquant’anni di distanza dalla loro prima collaborazione non potrebbe in alcun modo rappresentare un accesso di nostalgia per presunti “bei tempi andati”, bensì soltanto e necessariamente il rinnovo di una promessa: l’assoluta e incrollabile fedeltà all’anti-accademismo, alla strada meno facile ma segretamente più gratificante che si possa percorrere.

È del 1972 il loro storico Lp Collective Calls (Urban) (Two Microphones), pubblicato da quella Incus Records che lo stesso Evan Parker fondò assieme alla leggenda della chitarra “sgrammaticata” Derek Bailey e al percussionista Tony Oxley: allora come oggi non vi era nulla da spiegare (e men che meno giustificare) in chilometriche note di copertina, alle quali si sostituiva un racconto lievemente surreale di Alan Young, che mirava a suggerire solo per vie laterali ciò che quella musica così inaudita era in grado di trasmettere all’intera sensorialità dell’individuo. 
Oggi viene data alle stampe dall’etichetta svizzera Intakt la sessione Collective Calls (Revisited) (Jubilee), tenutasi a Chicago nel marzo del 2019. I vari momenti indicativamente suddivisi nelle undici tracce sono titolati con estratti dall’ultimo volume autobiografico di Elias Canetti, “Party sotto le bombe”, memoriale degli anni trascorsi dallo scrittore nella comune patria dei due avanguardisti. Stavolta un commento nel libretto c’è – a firma del giornalista americano Bill Shoemaker – ma solo per ribadire brevemente che nel frattempo i nostri hanno contribuito come pochi altri (e ininterrottamente) a scrivere la storia della free impro inglese.

Nel linguaggio segreto di sax tenore e batteria il passaggio da un borbottio fra sé e sé a un sovraeccitato flusso di coscienza richiede solo un istante, un gesto lievemente più deciso che innesca il caos controllato. Il tratto costante, ovviamente, rimane l’estraneità a una grammatica tradizionale, ma la sicura e disinvolta fraseologia del duo, in un certo senso, ormai risulta quasi improprio definire “sperimentale” in quanto sempre, integralmente conscia della direzione che il dialogo deve – e non può – imboccare.
Interrompere e ricominciare per undici volte il confronto scongiura l’eventualità di abbandonarsi a climax e anticlimax ciclici, preferendo al quadro complessivo sulla lunga durata una ipotetica risma di fogli bianchi su cui tracciare linee di partenza sempre diverse, cambiando angolatura o gettandosi da subito nel vivo di un aniconico action painting sonoro.

È l’ennesimo, sconcertante trionfo di un free jazz “dimenticato a memoria”, tra le pieghe del quale non è difficile rintracciare ancora gli scampoli di un antico lirismo perduto, la pur necessaria lezione dei colossi d’oltreoceano – Ayler, Coleman, Graves, Roach – che hanno aperto la strada alla decostruzione di una musica dell’anima che tale rimane anche nei più radicali stravolgimenti formali. Non si faccia dunque l’errore di credere, ancora oggi, che quella di Evan Parker e Paul Lytton sia un’arte fredda e avulsa dal sentimento: mezzo secolo più tardi sarebbe davvero imperdonabile.


What surprises me most – and in a way moves me – regarding the wide circle of improvised music, is that his acolytes don’t seem to undergo any second thoughts, as if the freedom to which they devoted themselves could never be enough to justify a later “return to order”. Therefore the meeting of the Parker/Lytton duo fifty years after their first collaboration could in no way represent a fit of nostalgia for supposed “good old days”, but only and necessarily the renewal of a promise: the absolute and unwavering loyalty to anti-academism, to the less easy but secretly most rewarding path one could follow.
Their historic Lp Collective Calls (Urban) (Two Microphones) dates back to 1972 and was published by Incus Records, founded by Evan Parker himself together with the legend of the “ungrammatical” guitar Derek Bailey and percussionist Tony Oxley: yesterday as today there was nothing to explain (let alone justify) in kilometric liner notes, which instead were replaced by a slightly surreal story by Alan Young, aimed at only laterally suggesting what that music so unprecedented was able to convey to the whole sensoriality of the individual. Today marks the release by the Swiss label Intakt of Collective Calls (Revisited) (Jubilee), a session held in Chicago in March 2019. The various moments, roughly divided into the eleven tracks, are titled after excerpts from the last autobiographical volume by Elias Canetti, “Party in the Blitz”, a memoir of the years spent by the writer in the common homeland of the two avant-gardists. This time there actually is a comment in the booklet – signed by the American journalist Bill Shoemaker – but only to briefly reiterate that, in the meantime, the two have contributed like few others (and continuously) to write the history of English free impro.
In the secret language of tenor sax and drums, the transition from a muttering to themselves to an overexcited stream of consciousness only takes an instant, a slightly more decisive gesture that triggers a controlled chaos. The constant trait, of course, remains the extraneousness to a traditional grammar, but the steady and offhand phraseology of the duo, in a certain sense, is now almost inappropriate to define “experimental”, being it fully aware at all times of the direction that the dialogue has to – rather than could – take.
Interrupting and restarting the confrontation for eleven times avoids the possibility of abandoning oneself to cyclic climaxes and anticlimaxes, preferring to the long-term accumulative picture a hypothetical ream of white sheets on which to draw always different starting lines, changing the angle or throwing oneself immediately into the heart of an aniconic action painting of sounds.
It is yet another disconcerting triumph of a free jazz “forgotten by heart”, among the folds of which it’s not difficult to retrace the remnants of a lost ancient lyricism, the necessary lesson of the overseas giants – Ayler, Coleman, Graves, Roach – who paved the way for the deconstruction of a music of the soul which remains such even in the most radical formal disruptions. So let’s not make the mistake of believing, even to this day, that the art of Evan Parker and Paul Lytton is cold and emotionless: half a century later it would be truly unforgivable.


The Giving Shapes – Earth Leaps Up

Elsewhere, 2020 | chamber folk

Prima significativa deviazione dai territori sinora esplorati dalla Elsewhere di Yuko Zama, il debutto discografico del duo vocal-strumentale The Giving Shapes, ovvero l’arpista Elisa Thorn e la pianista Robyn Jacob offre un piacevole diversivo stilistico senza rinunciare alla raffinatezza e all’alta qualità compositiva rappresentata dalla label statunitense. Earth Leaps Up sembra raccogliere l’eredità dell’ambiziosa Timbre – anch’essa arpista, non più pervenuta dopo il suo magnum opus del 2015 Sun & Moon – nel riconfigurare una versione essenziale e intima del suo chamber-folk ricco di raffinati barocchismi.

Al pari delle angeliche voci di Elisa e Robyn – spesso divise in armonie vocali sfalsate – i due strumenti classici si richiamano tra loro come se davvero fossero l’uno la traslazione orizzontale o verticale dell’altro: le ampie risonanze naturali concesse ai pattern minimalisti, talvolta memori dello Steve Reich di “Electric Counterpoint” (“Dousing”), creano l’illusione di una nuvola di suono fluttuante in cui le melodie speculari si rincorrono giocosamente in un moto circolare perpetuo. 
L’inebriante dolcezza di certe inflessioni nipponiche (“Upstream”, “Shadow’s Hue”) è soltanto un fugace appiglio latitudinale per una musica che risiede al di fuori di qualunque coordinata geografica o temporale, intessuta con la più amorevole cura in uno spazio mentale totalmente pacificato, custodito nella luminosa quiete di pomeriggi primaverili che l’espressione artistica ambisce da sempre a eternare nel loro splendore romanticizzato.

Senz’altro la pregevolezza di queste nove tracce sta anche e soprattutto nel loro riuscire a comunicare a chiunque senza intermediari concettuali, in virtù di una studiata semplicità che sgorga dall’indubbia destrezza compositiva del duo ma mira direttamente alle emozioni, avvolgendoci in un abbraccio che evoca e assieme conforta la nostra sopita fragilità infantile. Un esordio così toccante e stilisticamente compiuto avrebbe potuto benissimo figurare nei cataloghi di etichette modern classical assai più blasonate, ma l’approdo “disinteressato” di The Giving Shapes tra le file della Elsewhere non fa che conferire un ulteriore e autentico prestigio a entrambe le parti. Solo così, inoltre, avremo la certezza che almeno i più esigenti estimatori della musica contemporanea non si perderanno questo gioiello.


First significant detour from the territories explored so far by Yuko Zama’s Elsewhere, the record debut of the vocal-instrumental duo The Giving Shapes (harpist Elisa Thorn and pianist Robyn Jacob) offers a pleasant stylistic diversion without sacrificing the refinement and the high quality composition represented by the American label. Earth Leaps Up seems to collect the legacy of the ambitious Timbre – a harpist herself, no longer heard of after her magnum opus from 2015 Sun & Moon – in reconfiguring an essential and intimate version of her richly baroque chamber folk.
Like the angelic voices of Elisa and Robyn – often divided into offset vocal harmonies – the two classical instruments refer to each other as if they actually were the horizontal or vertical translation of the other: the ample natural resonances allowed to their minimalist patterns, sometimes mindful of the “Electric Counterpoint” by Steve Reich (“Dousing”), they create the illusion of a floating cloud of sounds in which the specular melodies playfully chase one another in a perpetual circular motion.
The intoxicating sweetness of certain Japanese inflections (“Upstream”, “Shadow’s Hue”) is only a fleeting latitudinal grip for a music that resides outside of any geographical or temporal coordinate, woven with the most loving care in a completely pacified mental space, preserved in the luminous quiet of those spring afternoons that the artistic expression has always aspired to eternalize in its romanticised splendor. 
Certainly the preciousness of these nine tracks lies also and above all in their being able to communicate to anyone without conceptual intermediaries, by virtue of a studied simplicity that flows from the undoubted compositional dexterity of the duo but aims directly at emotions, wrapping us in an embrace that evokes and at the same time comforts the fragility of our dormant inner child.
Such a touching and stylistically accomplished debut could well have appeared in the catalogues of way more renowned modern classical labels, but the “disinterested” entrance of The Giving Shapes in the Elsewhere ranks ends up giving further and authentic prestige to both parties. Moreover, only in this way will we be sure that at least the most demanding connoisseurs of contemporary music will not miss this gem.


Werner Dafeldecker – Parallel Darks

Room40, 2020 | electroacoustic, experimental

Improvvisatore di prestigio al fianco di autorità della scena sperimentale quali Fennesz, Jim O’Rourke, Kevin Drumm e Dean Roberts – per non parlare delle formazioni stabili, su tutte Polwechsel -, l’austriaco Werner Dafeldecker è evidentemente molto più di un versatile contrabbassista, e ora i tempi sono maturi per dimostrarlo con una prima opera da autentico compositore, nel solco della più nobile tradizione elettroacustica. A fargli da promotore, immancabilmente, il guru australiano Lawrence English, col quale aveva già collaborato in Shadow of the Monolith (Holotype, 2014) e più di recente nel densissimo amalgama drone di Cruel Optimism (Room40, 2017).

Da sempre uno strumentista piuttosto misurato nei propri interventi, con Parallel Darks Dafeldecker trova una singolare occasione per ribadire il ruolo dell’ascolto come prima fase fondamentale del processo di composizione, sia essa immediata o ponderata a lungo nel silenzio di uno studio. Solo studiando con atteggiamento curioso le proprietà e le qualità sonore di ciascun elemento, infatti, è possibile dominarlo e giustapporlo sapientemente in un quadro astratto senza che la sua inclusione risulti casuale o impropria.
Se ogni sorgente è estranea allora nessuna lo è: le tracce “parallele” sui due lati del vinile accolgono risonanze tonali estese, field recordings, glitch e feedback sfuggenti, loop di minuti clangori stridenti, in un flusso pacato e senza soluzione di continuità. Un sound design opprimente e sinistro, quello tramato da Dafeldecker, non tanto per le predominanti tonalità cineree, ma proprio a motivo delle inafferrabili alterità che le pareti porose dell’ambiente acusmatico lasciano filtrare copiosamente.

Ipnotica e subdolamente stimolante, Parallel Darks è un’opera che avviluppa l’ascoltatore e lo chiama ripetutamente a sé quasi fosse un enigma da sbrogliare, ma che invece si presenta ogni volta come una selva di dettagli acustici fini a se stessi, un habitat fecondo ma inospitale di cui occorre accettare le imperscrutabili regole per poterne scorgere il fascino segreto.


A prestigious improviser alongside authorities of the experimental scene such as Fennesz, Jim O’Rourke, Kevin Drumm and Dean Roberts – not to mention the stable lineups, above all Polwechsel -, the Austrian Werner Dafeldecker is evidently much more than a versatile double bass player, and now the time is ripe to demonstrate it with a first work as an authentic composer, in the wake of the most noble electroacoustic tradition. Unfailingly, the promoter is the Australian guru Lawrence English, with whom he had already collaborated in Shadow of the Monolith (Holotype, 2014) and more recently in the extremely dense drone amalgam of Cruel Optimism (Room40, 2017).
Always an instrumentalist rather measured in his interventions, with Parallel Darks Dafeldecker finds a singular opportunity to reiterate the role of listening as the first fundamental phase of the composition process, whether immediate or long pondered in the silence of a studio. Only by studying the sound properties and qualities of each element with a curious attitude, in fact, can it be mastered and wisely juxtaposed in an abstract frame without its inclusion appearing random or improper.
If every source is extraneous then none is: the “parallel” tracks on the two sides of the vinyl welcome stretched tonal resonances, field recordings, elusive glitches and feedbacks, loops of minute strident clangours, in a calm and seamless flow. An oppressive and sinister sound design, that woven by Dafeldecker, not so much for the predominant ashen tones, but precisely because of the elusive alterity that the porous walls of the acousmatic environment allow to filter copiously.
Hypnotic and subtly stimulating, Parallel Darks is a work that envelops the listener and calls him repeatedly to himself as if it were an enigma to unravel, but which instead presents itself each time as a wilderness of self-sufficient acoustic details, a fruitful but inhospitable habitat whose inscrutable rules must be accepted in order to recognize their secret charm.


Leo Takami – Felis Catus and Silence

Unseen Worlds, 2020 | new age, modern classical

Mi è bastato l’anticipo di due tracce per capire che il terzo album del chitarrista e compositore giapponese Leo Takami avrebbe toccato tutte le corde giuste per rientrare di diritto nella mia collezione di ‘feel good music’. Ne era l’ulteriore conferma l’approdo tra le file di una delle etichette cui mi sono affezionato maggiormente negli ultimi tempi, la newyorkese Unseen Worlds, che come da mission intende “catturare un’estasi creativa senza tempo”, un tratto cui risponde pienamente la trasognata inventiva melodica di Takami. 

Felis Catus and Silence è la riprova ultima che siamo al cospetto di un genietto del fai-da-te musicale, capace di arrangiare e porsi alla testa di un’orchestra immaginaria. Sarebbe un saggio a sé bastante la title track iniziale: sintetizzatori fluorescenti, percussioni cullanti raddoppiate dagli assoli in clean della chitarra, archi in pizzicato e un flauto traverso colorano con mille sfumature il tema principale, ripreso all’ultimo dopo un interludio atmosferico di meravigliata contemplazione.

Dal punto di vista dello stile e del modus operandi non sarebbe erroneo paragonare Takami al Mike Oldfield di vecchia data: ma anziché immergersi in una dimensione di pura musicalità senza riferimenti con la realtà esterna, il talento giapponese si lascia incantare dal modesto splendore del mondo di ogni giorno – “Garden of Joy”, o il piano solo del bozzetto “Children on Their Birthdays” – e lo restituisce nelle malinconiche tonalità pastello delle colonne sonore per lo Studio Ghibli (“Unknown”). Il lungo notturno finale “Quiet Waters”, poi, è un’apoteosi di evocatività new age, tra immacolati cori femminili e tappeti di tastiere che scorrono sotto una volta celeste rilucente.

Dallo swing di Django Reinhardt al rock sinfonico anni 70 fino al post-minimalismo, la scrittura di Leo Takami è un’enciclopedia di grazia e raffinatezza davvero singolare, uno sguardo candido e commosso che invita a sognare ma anche a gettare uno sguardo nuovo su ciò che ci circonda abitualmente, proiettandovi il meglio di ciò che possiamo essere.


The advance of two tracks was enough for me to understand that the third album of the Japanese guitarist and composer Leo Takami would have pressed all the right buttons to be rightfully part of my ‘feel good music’ collection. This was further confirmed by his entering in the ranks of one of the labels to which I have become more attached in recent times, New York’s Unseen Worlds, which as per its mission intends to “capture a timeless ecstasy of creativity”, a feature to which Takami’s dreamy melodic inventiveness fully responds.
Felis Catus and Silence is the ultimate proof that we are in the presence of a little genius of do-it-yourself music, capable of arranging and placing himself at the head of an imaginary orchestra. The initial title track would be a sufficient sample in itself: fluorescent synthesizers, lulling percussions doubled by the clean guitar solos, pizzicato strings and a transverse flute color with a thousand shades the main theme, resumed in the last few minutes after an atmospheric interlude of marvelous contemplation.
Regarding style and modus operandi it wouldn’t be wrong to compare Takami to the early Mike Oldfield: but instead of immersing in a dimension of pure musicality without any reference to external reality, the Japanese talent allows himself to be captured by the modest splendor of the everyday world – “Garden of Joy”, or the piano solo sketch “Children on Their Birthdays” – conveying it with the same melancholy pastel tones of the Studio Ghibli soundtracks (“Unknown”). The long final nocturne “Quiet Waters”, then, is an apotheosis of new age evocativity, among immaculate female choirs and cloths of keyboards flowing under a shining celestial vault.
From Django Reinhardt’s swing to 70s symphonic rock to post-minimalism, Leo Takami’s writing is a truly unique encyclopedia of grace and refinement, a candid and touching gaze that invites us to dream but also to look with fresh eyes at our habitual surroundings, projecting on them the best of what we can be.

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