John McGuire – Pulse Music

Unseen Worlds, 2022
minimalism

(ENGLISH TEXT BELOW)

Nulla di più naturale e inavvertito di una pulsazione, il segnatempo primigenio dal quale si sviluppa la vita e, di conseguenza, la musica tutta. Un agente propulsivo discreto ma ineludibile, letteralmente il respiro soggiacente a qualunque espressione che si serva del tempo per manifestarsi e giungere a compimento. Tale cellula risalta con maggiore evidenza nelle musiche rituali e popolari, attraverso ritmi che l’orecchio e il corpo possono facilmente assecondare, ma nessuna forma sonora può davvero rinunciare a un fattore che risulta intrinseco alla sua stessa fenomenologia.

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Robert Haigh – Human Remains

Unseen Worlds, 2022
modern classical

(ENGLISH TEXT BELOW)

Incidere il proprio album finale significa non lasciare al destino l’opportunità di suggellare un percorso artistico senza il consenso del suo artefice. C’è una grazia rara, oggi persino inimmaginabile, nel fare un inchino e allontanarsi dalla scena in punta di piedi, consci di aver messo in musica tutto ciò per cui avesse senso farlo. Per qualche tempo Robert Haigh ha rimandato la decisione e infine l’ha mantenuta, consegnando Human Remains a Tommy McCutchon – direttore di Unseen Worlds – per concentrarsi su altre ispirazioni visive, espressioni complementari del suo sentimento della vita.

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“Blue” Gene Tyranny – Degrees of Freedom Found

Unseen Worlds, 2021
modern classical, third stream

(ENGLISH TEXT BELOW)

Pur avendola incrociata in varie istanze discografiche, solo in anni più recenti ho approcciato consapevolmente la figura artistica di Robert Sheff, al quale tutto l’entourage dell’avanguardia americana sembra essersi sempre riferito – per gradi di confidenza crescenti – come “Blue” Gene Tyranny, “Blue” Gene, o semplicemente “Blue”.
Da allora tre precise immagini sonore si sono andate imprimendo nella mia memoria: il profondo, inspiegabile senso di familiarità al primo ascolto di Out of the Blue (1978), dalle suadenti e soleggiate melodie West Coast alla digressione nostalgica di “A Letter From Home”; le dita smaltate che corrono sulla tastiera nel montaggio della television opera “Perfect Lives” (1983) di Robert Ashley, dissezionata dall’occhio chirurgico di Peter Greenaway per il suo coevo documentario Four American Composers; infine un breve episodio dal documentario biografico Just For the Record (David Bernabo, 2020), dove un “Blue” anziano e ormai completamente cieco, ricordando la sua madre biologica Eleanor, si arresta per qualche secondo in preda alla commozione, definendolo poi come un tipico “blue gene moment”.

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Federico Mompou – Música Callada / James Rushford – See the Welter

James Rushford, piano

Unseen Worlds, 2020
modern classical, minimalism

(ENGLISH TEXT BELOW)

Che si trattasse di più o meno sincera umiltà, di una provocazione proto-dadaista o di una strategia di marketing ante litteram, la ‘musica da arredamento’ di Erik Satie ha aperto la strada a un concettualismo semiserio in un’epoca ancora dominata dal mito del compositore romantico e dei suoi intensi struggimenti. Voler distogliere l’attenzione da una melodia seducente e cristallina è di per sé un controsenso, tale però da mettere in luce il nostro mutevole rapporto con la pratica dell’ascolto, a seconda dei luoghi o dei contesti sociali in cui essa si propone.

Così come la più stoica determinazione può condurre da uno stato attentivo all’inavvertita distrazione, un approccio “laterale” e ozioso può invece innescare un processo di osmosi totale tra la sorgente musicale e il suo fruitore: è il punto di vantaggio di una musica talmente intima da rendersi fatua, inafferrabile, intrinsecamente adescrittiva. Ed è in tali recondite profondità che prendevano forma i quattro ‘quaderni’ di “Música Callada”, magnum opus e testamento spirituale del catalano Federico Mompou (1893-1987), compositore e pianista dal tratto ancora oggi attualissimo.

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