Robert Haigh – Human Remains

Unseen Worlds, 2022
modern classical

(ENGLISH TEXT BELOW)

Incidere il proprio album finale significa non lasciare al destino l’opportunità di suggellare un percorso artistico senza il consenso del suo artefice. C’è una grazia rara, oggi persino inimmaginabile, nel fare un inchino e allontanarsi dalla scena in punta di piedi, consci di aver messo in musica tutto ciò per cui avesse senso farlo. Per qualche tempo Robert Haigh ha rimandato la decisione e infine l’ha mantenuta, consegnando Human Remains a Tommy McCutchon – direttore di Unseen Worlds – per concentrarsi su altre ispirazioni visive, espressioni complementari del suo sentimento della vita.


A ben vedere, il compositore e pianista britannico ha sempre custodito la propria aura di outsider, così come essa, di rimando, sembra averne plasmato e affinato la poetica soave e intimista: inequivocabilmente il tocco di un pittore, sicuro nel tratteggio di figure melodiche effimere e nondimeno vibranti, destinate non all’eternità ma alla catarsi di un breve istante.
Certo non si tratta di una conclusione ad effetto, un fuoco trionfale e pregno di tragico pathos come Blackstar di Bowie: e d’altronde quest’ultima raccolta di tredici quadretti non sembra davvero sancire la fine della musica; semmai il suo esclusivo ritorno a una dimensione privata, lontano dall’ufficialità e dalle attese di una platea, per quanto ristretta.

Più che mai distinti gli effluvi di una Francia fin de siècle idealizzata, affacciati a una finestra aperta sul più tiepido e imperturbabile pomeriggio di primavera: nient’altro che images, come le astrazioni raccolte nei quaderni dei padri spirituali Debussy e Satie, sottili tracce di un’esistenza interiore che non osa uscire allo scoperto prima di raggiungere la sua forma distillata, cristallina.
Refrain circolari come di un carillon smorzato (“Waltz on Treated Wire”), innocue malinconie alle quali è meglio arrendersi anziché opporsi (“Rainy Season”, “The Nocturnals”), prolungati sguardi nel profondo, baluginante spettacolo notturno della volta celeste, tra echi del compianto Harold Budd (“Lost Albion”, “Still Life with Moving Parts”, “Signs of Life”): questi e altri motivi ritornano dagli analoghi trascorsi discografici, e specialmente dai recenti volumi – editi sotto la stessa etichetta – di una trilogia che ora giunge a compimento senza la pretesa di chiudere perfettamente il cerchio, abbracciando di fatto l’intrinseca provvisorietà di ogni vicenda umana e artistica.

Ancora una volta è la forma più minuta, umilmente sincera di lirismo a far breccia nel grigiore (o persino nel nero pece) dei nostri giorni, una tregua salvifica dall’angoscia del presente in quanto fondata sulla memoria di un tempo al quale, nonostante tutto, siamo riusciti a sopravvivere. Che la contemplazione nostalgica possa offrirci il conforto necessario a scrutare con fiducia l’orizzonte.

Recording one’s own final album means not leaving to fate the opportunity to seal an artistic path without the consent of its creator. There’s a rare grace, today even unimaginable, in taking a bow and walking away from the scene on tiptoe, knowing that you’ve set into music everything for which it made sense to do so. Robert Haigh postponed that decision for some time and ultimately kept it, handing Human Remains to Tommy McCutchon – head of Unseen Worlds – to focus on other visual inspirations, complementary expressions of his sentiment of life.

In hindsight, the British composer and pianist has always preserved his own outsider aura, just as it, in turn, seems to have shaped and refined his gentle, intimate poetics: the unmistakable touch of a painter, confident in the hatching of ephemeral yet vibrant melodic figures, destined not for eternity but for the catharsis of a brief instant.
Certainly this is no special-effect ending, a triumphal fire imbued with a tragic pathos like Bowie’s Blackstar: and besides, this latest collection of thirteen little frames doesn’t really seem to mark the end of music; if anything, its return to an exclusively private dimension, away from officiality and the expectations of an audience, however small.

More distinct than ever are the scents of an idealized fin de siècle France, looking out from a window opening on the warmest and most imperturbable spring afternoon: nothing but images, like the abstractions collected in the notebooks of the spiritual fathers Debussy and Satie, feeble traces of an inner existence that doesn’t dare to reveal itself before having reached its distilled, crystalline form.
Circular refrains as if from a muffled carillon (“Waltz on Treated Wire”), innocent melancholies to which it’s better to surrender than to oppose (“Rainy Season”, “The Nocturnals”), prolonged stares into the deep, shimmering nocturnal spectacle of the celestial vault, among echoes of the late Harold Budd (“Lost Albion”, “Still Life with Moving Parts”, “Signs of Life”): these and other motifs return from similar past sessions, and especially from the recent volumes – released under the same label – of a trilogy only now reaching completion without any pretense of closing the circle perfectly, effectively embracing the intrinsic provisionality of every human and artistic venture.

Once again it is the most minute, humbly sincere form of lyricism that breaks through the grayness (or even bleakness) of our days, a salvific truce from the anguish of the present as it is founded on the memory of a time to which, despite everything, we managed to survive. May nostalgic contemplation offer us the needed solace in order to gaze at the horizon with confidence.

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