Annesley Black – Things That Didn’t Work the First Time

Kairos, 2022
contemporary classical

(ENGLISH TEXT BELOW)

Storicamente parlando, l’ansia di comunicare ha sempre (benché forse involontariamente) squalificato le peculiarità del linguaggio sonoro – che, di fatto, linguaggio non è. Eliminare i costrutti e le costrizioni concettuali dal processo creativo offre un accesso privilegiato al potere assoluto, non sollecitato, che la musica è in grado di esercitare sull’immaginazione di chi è disposto ad ascoltarla. Ecco donde ha origine il fascino inusitato, finanche alieno, delle fantasie cameristiche di Annesley Black, giovane ed eccentrica autrice di Ottawa, Ontario che a quasi un decennio dal suo primo portrait album (No Use In a Centre, WERGO, 2013) approda ora trionfalmente alla prestigiosa etichetta austriaca Kairos.

La parola chiave, a volerne scegliere una per tutte, è invenzione: nel ciclo “tolerance stacks”, gli espliciti riferimenti a protagonisti ed elementi capitali della scienza e della tecnica sono, sì, dei meri pretesti, le scintille di un ben più sfrenato divampare performativo, ma sembrano alludere in maniera sineddotica al carattere comune a tutte le sue partiture: quella di inno perpetuo alla pura inventiva, sprezzante di ogni canonico stilismo eppure lucidissimo nel perseguimento delle sue imperscrutabili intenzioni espressive, senza con ciò sfociare in un ermetismo accademico a uso e consumo degli avanguardisti più intransigenti.

Un dominio formale elettromagnetico, quello foggiato da Black a propria misura, entro il quale persino le macchine possono finalmente esibire il loro distintivo timbro vocale, “umanizzarsi” nello spontaneo affiorare di gorgheggi inconsulti: è il tardivo riscatto – comune a molta altra ricerca contemporanea – del sentimento analogico, di un futuro anteriore rapidamente scavalcato dal freddo progresso digitale; tornano così alla ribalta, accanto a soprano e ensemble d’ordinanza, giradischi, nastri magnetici, sintetizzatori Moog e no-input mixer (espediente associato allo sperimentatore giapponese Toshimaru Nakamura), sino ai più oscuri oscillatori a codice Morse e ideogrammofoni, decani di un’improbabile orchestrina che non conosce tonalità ma può soltanto emularla tra nervosi contorcimenti di frequenze.

L’intero album si dà come una pantomima dell’assurdo senza lasciare alcun margine all’interpretazione. È tutto dinamica, scintillio di corpi sonori senza mèta che giunge al suo magnifico parossismo nelle suite per fiati: con “Not Thinking About the Elephants” (2018) e “industrial drive” (2010), rispettivamente per quartetto di sassofoni e di tromboni, i singoli strumenti sondano a tentoni la spazialità e la risonanza (nel primo caso anche artificiali) come se ascoltassero sé stessi per la prima volta, cercando con goffaggine un’armonia spontanea che, quand’anche si realizzasse, non può fare a meno di assumere risvolti farseschi e tragicomici.
Allo stesso modo il sibillino piano solo – e già il titolo ne tradisce l’essenza, “a piece that is a size that is recognised as not a size but a piece” (2013) – si rivela come null’altro che un gioco di specchi, un frenetico rincorrersi di figure dalle varianti minime e prossime all’aleatorietà, tasselli di un rompicapo percettivo che per venti snervanti minuti si fa ulteriori beffe della presunzione descrittiva.

Come si qualifica, allora, una musica che non è mai né questo né quello, ma sempre altro? Non ho trovato risposta che nella patafisica, la “scienza delle soluzioni immaginarie” di Alfred Jarry che come un terremoto sconquassò la drammaturgia teatrale tra Otto e Novecento, dando sfogo ai recessi più obliati (e spesso sconvenienti) del pensiero creativo. Con piglio altrettanto irriverente ma perfettamente controllato, le partiture di Annesley Black svegliano il cervello dalla passività dell’ascolto come pratica abitudinaria, solcando i sentieri del possibile in gioiosa autonomia estetica.


Personnel: Julia Mihály, soprano, reel-to-reel tape machine; Nikola Lutz, alto and tenor saxophone, ideogrammophone; Mark Lorenz Kysela, no-input mixer, sopranino saxophone; Martin Lorenz, percussion, turntables; Sebastian Berweck, piano, synthesizer, cracklebox; Nicolas Hodges, solo piano; Annesley Black, reel-to-reel tape machine, live electronics; Christof M Löser, conductor | Quasar Saxophone Quartet: Marie-Chantal Leclair (soprano), Mathieu Leclair (alto), André Leroux (tenor), Jean-Marc Bouchard (baritone) | Composers Slide Quartet: Andrew Digby, Patrick Crossland (tenor trombone), Andreas Roth (bass trombone), Thomas Wagner (contrabass trombone)

Historically speaking, the anxiety to communicate has always (although perhaps involuntarily) disqualified the peculiarities of sonic language – which, in fact, is no language at all. Erasing conceptual constructs and constraints from the creative process allows a privileged access to the absolute, unsolicited power that music is able to exert on the imagination of those willing to listen. From here originates the unusual, even alien charm of the chamber fantasies by Annesley Black, a young and eccentric author from Ottawa, Ontario who, almost a decade after her first portrait album (No Use In a Center, WERGO, 2013), now triumphantly enters the catalogue of the prestigious Austrian label Kairos.

The key word, if to choose one for all, is invention: in the “tolerance stacks” cycle, the explicit references to capital protagonists and elements of science and technology are, indeed, mere pretexts, the sparks of a much more unbridled performative flare-up, but they seem to allude in a synecdotal way to the common trait of all her scores: that of a perpetual hymn to pure inventiveness, defiant of every canonical stylism and yet very lucid in the pursuit of its inscrutable expressive intentions, without ever resulting in an academic hermeticism for the exclusive benefit of the most uncompromising avant-gardists.

An electromagnetic formal domain, that fashioned by Black to her own measure, within which even machines can finally flaunt their distinctive vocal timbre, “humanize” themselves in the spontaneous emergence of rash warblings: it’s the belated redemption – shared by much contemporary research – of the analog sentiment, of an earlier future rapidly overtaken by cold digital progress; thus come back in the limelight, alongside the customary soprano and ensemble, turntables, magnetic tapes, Moog synthesizers and no-input mixers (an expedient associated with Japanese experimentalist Toshimaru Nakamura), up to the more obscure Morse code oscillators and ideogrammophones, the doyens of an unlikely little orchestra that knows no tonality but can only emulate it through a nervous writhing of frequencies.

The entire album gives itself as an absurdist pantomime that leaves no margin for interpretation. It is all dynamics, the sparkle of aimless sound bodies reaching a magnificent paroxysm in the suites for winds: with “Not Thinking About the Elephants” (2018) and “industrial drive” (2010), for saxophone and trombone quartets respectively, the individual instruments investigate spatiality and resonance (also artificial ones in the first case) as if they were listening to themselves for the first time, clumsily seeking a spontaneous harmony that, if ever achieved, cannot help but take on farcical, tragicomic implications.
Similarly, the cryptic piano solo – the title already betraying its essence, “a piece that is a size that is recognised as not a size but a piece” (2013) – reveals itself as nothing more than a game of mirrors, a frenzied chase between figures with minimal, close to aleatory variations, pieces of a perceptive puzzle that for twenty nerve-wracking minutes makes further mockery of the descriptive pretension.

How, then, to qualify a music that is never this or that, but always something else? I found no answer but in pataphysics, Alfred Jarry’s “science of imaginary solutions” which, like an earthquake, shattered theatrical dramaturgy between the 19th and 20th centuries, giving vent to the innermost (and often unseemly) recesses of creative thought. With an equally irreverent but perfectly controlled attitude, Annesley Black’s scores awaken the brain from the passivity of listening as a habitual practice, venturing the paths of possibility in joyful aesthetic autonomy.

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