XIPE – Nepantleras

zOaR, 2022
free folk, experimental

(ENGLISH TEXT BELOW)

Quante forme può assumere l’utopia? Moltissime quella politica, mentre quella poetica, in definitiva, una soltanto: il superamento del linguaggio, l’abolizione del significante in favore del nudo significato, il bruciante nucleo dell’essere vivi. Allora anche le più solide strutture musicali e il senso compiuto della parola divengono viatici verso l’oblio, l’assenza a sé stessi. È in tale fruttuosa sfera di alterità espressiva che si sviluppa il dialogo tra Ivan Bringas e Giulia Deval, il neonato duo sperimentale XIPE alla corte di Elliott Sharp, che con la sua zOaR Records dà alle stampe un esordio conciso e di radice istintuale, adeso alla dimensione mitica e mistica da cui le Muse ne hanno ispirato la creazione.


Una pratica, quella di XIPE, che abbraccia la metamorfosi come voce delle moltitudini che attraversano l’umano e, con esso, le sue altrettanto innumerevoli espressioni musicali. Ne è un veicolo privilegiato la guitarra expansiva di Bringas: dotata di appendici e protesi atte a sabotarne il nitore timbrico, essa resiste alla gestualità canonica e – per suo segreto diletto – diviene lira, shamisen, pianoforte preparato e campana tibetana, tracciando inconsapevoli linee di congiunzione fra l’ars antiqua medievale e il free folk moderno, la più radicale astrazione europea e le nenie ossessive del Nuovo Mondo.

Di pari passo, l’enunciazione canora di Deval sfocia continuamente nella trance fonetica, una glossolalia voluttuosa e affamata d’aria che fa tesoro del pre-linguaggio di Meredith Monk anche nell’interpretazione di versi lirici, tralci intorno ai quali la voce si erge sinuosa emulando i richiami di una fauna tutta immaginaria, creature capaci di intonare null’altro che la loro stessa esistenza nell’attimo presente.

Seppur coerente nella sua intrinseca e necessaria eterogeneità, Nepantleras rivela il proprio fascino anche nell’occasionale recupero dei suoi singoli momenti, squarci epifanici su realtà ulteriori alle quali ci è offerto di accedere senza alcun retroterra culturale specifico. Qui regna lo stupore, l’essenza viva di una musica prima della musica, ineffabile e perpetuamente in divenire. A poco o nulla valgono, dunque, le descrizioni e le congetture: nel paese dei sordi, beato chi ha un orecchio.

How many forms can utopia take? Many whether political, but whether poetic, ultimately, just one: the overcoming of language, the abolition of the signifier in favor of the naked signified, the burning core of being alive. Even the most solid musical structures and the full meaning of words, then, become pathways towards oblivion, the absence to oneself. In this fruitful sphere of expressive otherness develops the dialogue between Ivan Bringas and Giulia Deval, the newborn experimental duo XIPE at the court of Elliott Sharp, who through his zOaR Records imprint releases a concise and instinctual debut, adherent to the mythical and mystical dimension from which the Muses inspired its creation.

A practice, that of XIPE, which embraces metamorphosis as the voice of the multitudes that traverse the human nature and, with it, its equally countless musical expressions. A privileged medium for this is Bringas’ guitarra expansiva: equipped with appendages and prostheses designed to sabotage its timbral clarity, it resists canonical gestures and – for its own secret delight – turns into lyre, shamisen, prepared piano and Tibetan bell, tracing unconscious lines of conjunction between the medieval ars antiqua and modern free folk, the most radical European abstraction and the obsessive dirges of the New World.

In parallel, Deval’s singing enunciation continually leads her to a phonetic trance, a voluptuous and air-hungry glossolalia that treasures Meredith Monk’s pre-language also in the interpretation of lyrical verses, tendrils around which the voice sinuously rises emulating the calls of an entirely imaginary fauna, creatures unable to intone anything other than their very existence in the present moment.

Although consistent in its intrinsic and necessary heterogeneity, Nepantleras reveals its charm also in the occasional recovery of its individual moments, epiphanic glimpses on further realities to which we are offered access without any specific cultural background. Here reigns the wonder, the living essence of a music before music, ineffable and in perpetual becoming. Descriptions and conjectures are, therefore, of little to no value: in the land of the deaf, blessed is he who has one ear.

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