“Blue” Gene Tyranny – Degrees of Freedom Found

Unseen Worlds, 2021
modern classical, third stream

(ENGLISH TEXT BELOW)

Pur avendola incrociata in varie istanze discografiche, solo in anni più recenti ho approcciato consapevolmente la figura artistica di Robert Sheff, al quale tutto l’entourage dell’avanguardia americana sembra essersi sempre riferito – per gradi di confidenza crescenti – come “Blue” Gene Tyranny, “Blue” Gene, o semplicemente “Blue”.
Da allora tre precise immagini sonore si sono andate imprimendo nella mia memoria: il profondo, inspiegabile senso di familiarità al primo ascolto di Out of the Blue (1978), dalle suadenti e soleggiate melodie West Coast alla digressione nostalgica di “A Letter From Home”; le dita smaltate che corrono sulla tastiera nel montaggio della television opera “Perfect Lives” (1983) di Robert Ashley, dissezionata dall’occhio chirurgico di Peter Greenaway per il suo coevo documentario Four American Composers; infine un breve episodio dal documentario biografico Just For the Record (David Bernabo, 2020), dove un “Blue” anziano e ormai completamente cieco, ricordando la sua madre biologica Eleanor, si arresta per qualche secondo in preda alla commozione, definendolo poi come un tipico “blue gene moment”.

È specialmente in quest’ultima definizione che credo siano condensati l’ispirazione e il senso ultimo dell’opera di questo amabile outsider, scomparso nel 2020 mentre questa importante raccolta era già in piena fase progettuale. Oggi Degrees of Freedom Found diviene per Tommy McCutchon, fondatore dell’etichetta Unseen Worlds, l’ideale e doveroso omaggio a un’anima estremamente sensibile: «Vengo sopraffatto dall’emozione piuttosto spesso», aggiunge “Blue” nel rivelare quale sia, in realtà, la tirannia che gli è valsa il suo nome d’arte. Una poetica, la sua, entro cui lo stupore estatico, la mancanza e la spensieratezza non sono altro che sfumature di uno stesso colore, il quale, tuttavia, si inverte di segno rispetto alle categorie cromatiche comunemente accettate per tramutarsi in una tonalità calda, accogliente come un grembo materno.


A motivo dei servigi e delle frequentazioni artistiche che hanno costellato la sua carriera, Sheff viene quasi sempre identificato come un avanguardista, per quanto anomalo e dalle vedute tutt’altro che idiosincratiche. Ebbene io ritengo che, specialmente con riferimento alla sua produzione autografa, non si debba aver timore di considerarlo essenzialmente un neoclassicista e addirittura un neo-romantico, per un’ovvia ragione: “Blue” non si è mai sottratto al fascino di una semplice e inebriante melodia, e anzi è andato coltivandole con affetto e stupore quasi infantile nel corso di tutta la sua avventura autoriale, declinandole in lunghi brani strumentali e addirittura in un’intera pièce da camera.

In questa pregevole edizione è infatti possibile ascoltare, per la prima volta su disco, una performance integrale dell’opera “The Driver’s Son” (1989), sorta di metafora autobiografica per voce, pianoforte, sintetizzatore e percussioni. Al cantante e narratore unico Jonathan Hart Makwaia è affidato il racconto in prima persona in forma di prosa poetica: un flusso onirico e immersivo accompagnato da sognanti motivi ricorrenti, variazioni su un luccicante notturno on the road che si tramuta in un viaggio a ritroso nella memoria del protagonista, come un Paris, Texas i cui paesaggi dominanti sono quelli del vissuto interiore.

L’esaustivo libretto contenuto nel boxset ci guida attraverso una cornucopia di ispirazioni raccontate e approfondite nelle loro peculiarità tecniche dallo stesso Sheff: un percorso che non conosce vincoli tematici o stilistici, entro il quale si avvicendano con nonchalance le tinte quasi new age del trittico “Dreamtime”, le più giocose fantasie carioca (“Any Fine Afternoon”), l’ambient cosmica di “Driving Music” e il travolgente assolo di “Daylight Savings”, libera divagazione in tonalità maggiore a partire dalle battute iniziali dell’inno nazionale americano.
Rare – e pur sempre distintive – le incursioni nella sospensione tonale (la partitura grafica “Meditation” per trio e orchestra da camera) e gli episodi dalle strutture enigmatiche, caratterizzati da «l’omissione selettiva di note basata sui cicli di coincidenza del Sole e della Luna anomalistica»  (“Sleeping Beauty in Camouflage” e l’umbratile sonata “We All Watch the Sun and the Moon (For a Moment of Insight)”).

L’elemento della danza sembra ricorrere, più o meno dichiaratamente, lungo tutta la produzione di Sheff, dal sornione, irresistibile “Tango for Two” alle sgargianti fanfare di ottoni del “Tango for Band”, mentre in atti unici come “Barn Fever” – suite ideale per un rutilante ballet mécanique – si delinea una personale reinvenzione del canone minimalista, dove la precisa scansione ritmica non è mai al servizio di procedimenti additivi o permutativi, bensì di gioiosi controcanti melodici, quantomai distanti dalle frange concettualiste della New York post-’68.
E mentre i quattro struggenti brani in piano solo che aprono il primo CD fungono da diario intimo e spontanea sintesi emotiva, in maniera simile all’autoritratto strumentale Take Your Time (Lovely Music, 2003), nel grappolo di brani che sigilla la raccolta si affollano le intuizioni e gli organici più eterogenei: un inarrestabile girotondo boogie improvvisato dal vivo (“How to Swing a Dog”); un flusso di coscienza cool jazz sopra al rintocco alternato di chitarre elettriche alla Rhys Chatham (“That Then, Now This”); isolati esperimenti di poesia obliqua (“Harvey Milk (Portrait)”, “Excerpts from Archaeoacoustics #1”); sino a più recenti frammenti operistici – “Recollections, Songs from Aphasia”, progetto ispirato al potere terapeutico del canto sui disturbi dell’articolazione verbale – e al concertino per clarinetto basso e orchestra sintetizzata “The Forecaster Hopes” (2019), complessa trasposizione in musica di strutture caotiche che imitano gli esiti inaspettati del futuro immaginato da ciascuno di noi.

Conviene conservare gelosamente questi registrazioni d’archivio, soprattutto in quanto testimonianza di un  repertorio che, forse anche a causa del suo carattere studiatamente naif, rischia di non sopravvivere al suo artefice: è purtroppo difficile, infatti, immaginare un domani in cui i brani qui raccolti possano trovare spazio nei programmi di sala dei nuovi ensemble, ma ciò non ne intacca in alcun modo la modesta e trasognata ingegnosità, permeata di quei colori vividi che la West Coast americana diede in eredità al giovane Robert Sheff.
E benché la raccolta sia accuratamente organizzata per mood affini e suggestioni complementari, dal secondo ascolto in poi il modo migliore per fruire di questi episodi musicali sarà pescare qua e là all’occorrenza, ritrovando ogni volta un inconfondibile “blue gene moment”.


Despite having crossed it in various discographic instances, only in more recent years have I consciously approached the artistic figure of Robert Sheff, to whom the entire entourage of the American avant-garde seems to have always referred – by increasing degrees of confidence – as “Blue” Gene Tyranny, “Blue” Gene, or simply “Blue”.
Since then, three specific sound images have become indelibly imprinted in my memory: the deep, inexplicable sense of familiarity upon first listening to Out of the Blue (1978), from the mellow and sunlit West Coast melodies to the nostalgic digression of “A Letter From Home”; the enameled fingers running across the keyboard in the montage of Robert Ashley’s television opera “Perfect Lives” (1983), dissected by the surgical eye of Peter Greenaway for his coeval documentary Four American Composers; and lastly, a short episode from the biographical documentary Just For the Record (David Bernabo, 2020), where an elderly and now completely blind “Blue”, remembering his biological mother Eleanor, stops for a few seconds in the throes of emotion, thus defining it as a typical “blue gene moment”.

It is especially in this last definition that, I believe, are condensed the inspiration and ultimate meaning of the oeuvre of this amiable outsider, who died in 2020 while this important collection was already in full planning phase. Today, Degrees of Freedom Found becomes for Tommy McCutchon, founder of the Unseen Worlds label, the ideal and due homage to an extremely sensitive soul: «I’m overcome by emotion quite often,» adds “Blue” in revealing what is, in reality, the tyranny that earned him his stage name. His poetics, within which ecstatic amazement, longing and lightheartedness are nothing more than shades of the same color, which, however, reverses its sign with respect to the commonly accepted chromatic categories to turn into a warm hue, welcoming like a motherly womb.

By reason of the services and artistic acquaintances that have studded his career, Sheff is almost always identified as an avant-gardist, however anomalous and with far from idiosyncratic views. Personally I believe that, especially with reference to his autograph production, one shouldn’t be afraid to consider him essentially as a neoclassicist and even a neo-romantic, for one obvious reason: “Blue” has never escaped the charm of a simple and inebriating melody, and indeed has cultivated many of them, with nearly childlike affection and wonder, throughout his entire authorial adventure, declining them in long instrumental pieces and even a whole kammerspiel.

In this valuable edition it is in fact possible to hear, for the first time on a record, a complete performance of the opera “The Driver’s Son” (1989), a sort of autobiographical metaphor for voice, piano, synthesizer and percussion. The singer and sole narrator Jonathan Hart Makwaia is entrusted with the first-person tale in the form of poetic prose: a dreamlike and immersive flow accompanied by dreamy recurring motifs, variations on a gleaming, on-the-road nocturne which turns into a journey back in the protagonist’s memory, like a Paris, Texas whose dominant landscapes are those of inner life.

The exhaustive booklet contained in the box set guides us through a cornucopia of inspirations recounted and deepened in their technical peculiarities by Sheff himself: a path that knows no thematic or stylistic boundaries, through which alternate the almost new-age nuances of the “Dreamtime” triptych, the most playful carioca fantasias (“Any Fine Afternoon”), the cosmic ambient of “Driving Music” and the captivating solo of “Daylight Savings”, a free major-key digression arising from the opening bars of the American national anthem.
Rare – and still distinctive – are the forays into tonal suspension (the graphic score “Meditation” for trio and chamber orchestra) and the episodes with enigmatic structures, characterized by «the selective omission of notes based on coinciding cycles of the sun and anomalistic moon» (“Sleeping Beauty in Camouflage” and the shadowy sonata “We All Watch the Sun and the Moon (For a Moment of Insight)”).

The trope of dance seems to recur, more or less overtly, throughout all of Sheff’s production, from the sly, irresistible “Tango for Two” to the gaudy brass fanfare of the “Tango for Band”, while in single acts such as “Barn Fever” – the ideal suite for a sparkling ballet mécanique – a personal reinvention of the minimalist canon is outlined, where the precise rhythmic scansion is never at the service of additive or permutative processes but, rather, of joyful melodic harmonizations, ever so distant from the conceptualist fringes of post-68 New York.
And while the four affecting solo piano pieces that open the first CD act as an intimate diary and spontaneous emotional synthesis, similar to the instrumental self-portrait Take Your Time (Lovely Music, 2003), the cluster of tracks sealing the collection features the most heterogeneous intuitions and line-ups: a relentless boogie roundabout improvised live (“How to Swing a Dog”); a cool jazz stream of consciousness over the alternating chime of Rhys Chatham-like electric guitars (“That Then, Now This”); isolated experiments in oblique poetry (“Harvey Milk (Portrait)”, “Excerpts from Archaeoacoustics #1”); up to more recent operatic fragments – “Recollections, Songs from Aphasia”, a project inspired by the therapeutic power of singing on verbal articulation disorders – and the small concerto for bass clarinet and synthesized orchestra “The Forecaster Hopes” (2019), a complex transposition into music of chaotic structures that imitate the unexpected outcomes of the future as imagined by each of us.

It is advisable to jealously preserve these archival recordings, especially as evidence of a repertoire which, perhaps also due to its studied naiveté, risks not outliving its creator: unfortunately, in fact, it’s difficult to imagine a tomorrow in which the pieces here collected may find space in the concert programmes of the new ensembles, but this affects in no way their modest and dreamlike ingenuity, permeated by the same vivid colors which the American West Coast bequeathed to the young Robert Sheff.
And although the collection is carefully sorted according to similar moods and complementary suggestions, from the second listening onwards the best way to enjoy these musical episodes will be to pick them at random, when needed, finding each time an unmistakable “blue gene moment”.

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