Linda Catlin Smith – Ballad

Apartment House

Another Timbre, 2021
contemporary classical

(ENGLISH TEXT BELOW)

La musica da camera di Linda Catlin Smith è tra le poche in cui ho l’impressione di riuscire a visualizzare con chiarezza la camera, la vita immota condotta dagli oggetti silenziosi che la abitano, alternamente rivestiti di luce e ombra. E sebbene le figure artistiche afferenti al catalogo Another Timbre siano tutte dotate di una profonda, inusitata sensibilità, la compositrice canadese sembra aver trovato un equilibrio irreplicabile tra oggettivazione formale e limpido lirismo, una dimensione quintessenziale in cui l’apparente ridondanza della realtà esteriore si accompagna al nascosto splendore di un’interiorità vibrante, scevra da orpelli e stilismi affettati.


I membri dell’ensemble britannico Apartment House si sono dedicati con crescente devozione all’incisione delle opere di Smith per l’etichetta di Simon Reynell, dal duo per violino e percussioni “Dirt Road” (2006, edito nel 2016) alla recente accoppiata di “Among the Tarnished Stars” (1998) con il “Quartetto per la fine dei tempi” di Messiaen, del quale condivide il medesimo organico.
Questo nuovo album monografico contiene solamente due brani per violoncello e pianoforte – rispettivamente Anton Lukoszevieze e Kerry Yong –, ma la loro differente scala di durata offre un’ideale esemplificazione dei meccanismi poetici adottati nel tempo dalla compositrice e “cristallizzati” in un’estetica di studiata semplicità.

Smith descrive il processo compositivo di “Through the Low Hills” (1994, 10’) come uno di «variazione vincolata», lungo il quale l’autrice aveva l’impressione di tenere un oggetto tra le mani e di osservare ogni sua possibile sfaccettatura, arrivando magari a disconoscerlo e a considerarlo come una pura forma tridimensionale. Così anche le traiettorie del violoncello sulle corde, col passare dei minuti, finiscono per somigliare a una paziente levigatura, mentre gli accordi del piano dipingono il chiaroscuro e il fine pulviscolo tutto intorno alla scena sommessamente malinconica.

In precedenza presentata dalla World Edition della compositrice spagnola Maria de Alvear, nell’esecuzione dei dedicatari Andrew Smith e Eve Egoyan, “Ballad” (2005, 45’) è un regno di figure armoniche che si riflettono incessantemente l’una nell’altra e con sé stesse, alternando duetti all’unisono, prossimi a un tintinnabuli pärtiano, a soliloqui di ineffabile grazia.
Dopo una serie di permutazioni del motivo iniziale, il pianoforte si isola in un arpeggio ascendente tra registro medio e acuto, come un’Image di Debussy ricalcante la stessa battuta sino a ottenere una figura emozionale composita; gli fa immediatamente seguito un quieto fraseggio del violoncello in pizzicato, punteggiatura a inchiostro sulla pagina ingiallita di un silenzio pregnante.
In più frangenti i due strumenti sembrano avanzare su linee parallele ma perpetuamente sfalsate, mentre ad esempio, attorno al quattordicesimo minuto, si assestano invece su un rintocco col quale si tengono stretti in un pas de deux dalla cadenza irregolare.

Segmenti ben discernibili ma ininterrotti si susseguono nell’ascolto con incedere flemmatico eppure sempre a fuoco, laddove la registrazione a cura di Reynell va a complemento del nitore esecutivo di Lukoszevieze e Yong, i cui gesti precisi valorizzano le risonanze e il loro decadimento incrociato, onda lunga di un canto intenso e nondimeno effimero. Lo splendore discreto della poetica di Linda Catlin Smith è tutto qui.


Linda Catlin Smith

The chamber music of Linda Catlin Smith is one of the few in which I have the impression of being able to clearly visualize the chamber, the still life conducted by the silent objects that inhabit it, alternately covered in light and shadow. And although the artistic figures belonging to the Another Timbre catalog are all endowed with a profound, unusual sensitivity, the Canadian composer seems to have found an irreproducible balance between formal objectivation and limpid lyricism, a quintessential dimension in which the apparent redundancy of exterior reality goes hand in hand with the hidden splendor of a vibrant interiority, devoid of frills and affected stylisms.

The members of the British ensemble Apartment House have dedicated themselves with increasing devotion to the recording of Smith’s oeuvre for Simon Reynell’s label, from the violin and percussion duo “Dirt Road” (2006, released in 2016) to the recent pairing of “Among the Tarnished Stars” (1998) with Messiaen’s “Quartet for the End of Time”, both scored for the same instruments.
This new monographic album includes only two pieces for cello and piano – Anton Lukoszevieze and Kerry Yong respectively –, but their different scale of duration offers an ideal example of the poetic mechanisms adopted over time by the composer and “crystallized” into an aesthetics of studied simplicity.

Smith describes the compositional process of “Through the Low Hills” (1994, 10′) as one of «constrained variation», along which the author had the impression of holding an object in her hands and observing its every possible facet, perhaps ultimately failing to recognize it and instead considering it as a pure three-dimensional shape. Thus also the trajectories of the cello on the strings, as minutes pass, end up resembling an act of patient smoothing, while the piano chords paint the chiaroscuro and fine dust all around this scene of subdued melancholy.

Previously presented by Spanish composer Maria de Alvear’s World Edition, as performed by its dedicatees Andrew Smith and Eve Egoyan, “Ballad” (2005, 45’) is a realm of harmonic figures incessantly reflecting one another as well as themselves, alternating duets in unison, close to a Pärt-esque tintinnabulation, with soliloquies of ineffable grace.
After a series of permutations of the initial motif, the piano isolates itself in an ascending arpeggio between middle and high register, like an Image by Debussy tracing the same bar to obtain a composite emotional figure; this is immediately followed by a quiet pizzicato phrasing of the cello, punctuation in ink on the yellowed page of a pregnant silence.
In several instances the two instruments seem to advance on parallel but perpetually staggered lines, while for example, around minute fourteen, they settle on a chime through which they hold on tightly to each other in a pas de deux with an irregular cadence.

Easily discernible, though uninterrupted segments follow one another in listening, with a phlegmatic pace yet always in focus, where the recording curated by Reynell complements the executional sharpness of Lukoszevieze and Yong, whose precise gestures emphasize the resonances and their cross-flow decay, the long wave of an intense but nonetheless ephemeral song. The discreet splendor of Linda Catlin Smith’s poetics is all here.

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