Oker – Susurrus

shhpuma, 2021
free impro/folk

(ENGLISH TEXT BELOW)

La scienza ci narra delle origini del Tutto come di un’incommensurabile esplosione, un fragore che nessuna orchestra o artificio elettronico potrebbe mai riprodurre in parte ancorché infinitesimale. Nella nostra limitatezza umana possiamo tentare di avvicinare soltanto l’estremo opposto, immaginando una genesi che da un silenzio gelido e senza vita vada dischiudendosi in un timido sussurro, per poi aprirsi gradualmente al canto di una primordiale armonia collettiva.


Animato da un’indole performativa eminentemente norvegese, il quartetto Oker tiene fede tanto alla propria identità collettiva – già rivelata nell’esordio Husene våre er museer (Sofa Music, 2018), anch’esso saggio di un naturalismo magico in fervido divenire – quanto dei suoi singoli membri, ciascuno ideatore di uno dei quattro brani di Susurrus, in seguito arrangiati e portati a compimento nella totale condivisione del processo creativo. 
Pressappoco identificabile come un concept album, questo secondo lavoro edito da shhpuma (sotto-etichetta della fucina portoghese Clean Feed) segue un arco formale e narrativo tale da suggerire distintamente il ciclo evolutivo di esseri viventi alle radici della catena biologica terrestre, dapprima intenti a garantirsi la loro minuta sopravvivenza e solo in seguito, con crescente sicurezza di sé, a comunicare tra loro in un pre-linguaggio di essenziale efficacia.

Di conseguenza non sussiste alcun rapporto gerarchico tra le “voci” che dal nulla vanno gradualmente popolando l’ecosistema sonoro sino ad abitarlo in pienezza: gli strumenti di Jan Martin Gismervik (batteria), Torstein Lavik Larsen (tromba), Adrian Myhr (contrabbasso) e Fredrik Rasten (chitarra acustica) non rispondono più – o ancora – a una suddivisione in sezioni ritmiche e melodiche, né se per questo ad alcun’altra categorizzazione canonica; ogni loro gesto concorre al delineamento del medesimo orizzonte di lirica non-significazione, dipanato attraverso un alfabeto di respiri, tenui rintocchi e tonalità pure che, insieme, danno forma e spessore all’atavico poema astratto di Susurrus.

“Filament” (Gismervik) sembra emulare l’esplorazione a tentoni di una nuova creatura sul territorio vergine dell’esistenza sonora: soltanto quando il contrabbasso, indicando la strada agli altri, azzarda una fuoriuscita dall’ombra, allora le diafane punteggiature si ispessiscono e confluiscono nelle prime concrezioni drone. Motivi pseudo-ritmici scandiscono l’avanzare claudicante di “Lichens” (Lavik), digressione al limite dell’afonia che pure segna un primo scarto verso la coordinazione delle parti, per quanto incerta e provvisoria.
Più rotonde pulsazioni si accompagnano a carezzevoli arpeggi in “Learning to Float” (Myhr), atto di intonazione con gli elementi in uno scenario ancora notturno e inconoscibile, fenduto con gesti ariosi e sicuri reiterati in maniera ritualistica. Da ultimo l’approdo a un fragile equilibrio di toni sostenuti in “Formation of Starlings” (Rasten), altipiano edenico nel quale anche la tromba scioglie il suo ermetismo nel tiepido accenno a una fanfara, evocazione quasi sacrale dei tardi Talk Talk.

Nell’understatement espressivo di Oker non sembrano trovare spazio lo stupore e l’estasi, tale è il livello di concentrazione sull’esercizio di oblio selettivo qui condotto: ciò nonostante, forse inspiegabilmente, il loro microcosmo di alterità sonora arriva a brillare di luce propria, esponendoci una volta di più al mistero di un pensiero musicale limpido e incorrotto.


Science tells us about the origins of Everything as an immeasurable explosion, a roar that no orchestra or electronic artifice could ever reproduce, even in infinitesimal part. In our human limitation we can try to approximate only the opposite extreme, imagining a genesis that from a gelid and lifeless silence would then blossom into a timid whisper, thus gradually opening up to a song of primordial collective harmony.

Animated by an eminently Norwegian performative character, the Oker quartet stays faithful as much to their collective identity – already revealed in their debut, Husene våre er museer (Sofa Music, 2018), that, too, the essay of a magical naturalism in fervid becoming – as of their individual members, each the creator of one of the four pieces included in Susurrus, later arranged and completed by sharing the whole creative process.
Roughly identifiable as a concept album, this second work published by shhpuma (sub-label of the Portuguese forge Clean Feed) follows a formal and narrative arc that clearly suggests the evolutionary cycle of living beings at the roots of the terrestrial biological chain, initially intent on securing their minute survival and only later, with growing self-confidence, communicating with each other in a pre-language of substantial effectiveness.

As a consequence, there is no hierarchical relationship between the “voices” that gradually populate the sonic ecosystem from nothing, until they inhabit it entirely: the instruments of Jan Martin Gismervik (drums), Torstein Lavik Larsen (trumpet), Adrian Myhr (double bass) and Fredrik Rasten (acoustic guitar) no longer – or don’t yet – respond to a subdivision into rhythmic and melodic sections, nor to any other canonical categorization; their every gesture contributes to the delineation of a same horizon of lyrical non-signification, unraveled through an alphabet of breaths, soft strokes and pure tones that, together, give shape and depth to the atavistic abstract poem of Susurrus.

“Filament” (Gismervik) seems to emulate the groping exploration of a new creature on the virgin soil of sonic existence: only when the double bass, leading the way, ventures to escape from the shadows, do the diaphanous punctuations thicken and converge into the first drone concretions. Pseudo-rhythmic motifs mark the limping advance of “Lichens” (Lavik), a digression on the verge of aphonia which also marks a first shift towards the coordination of the parts, however uncertain and provisional.
Rounder pulsations are accompanied by caressing arpeggios on “Learning to Float” (Myhr), an act of intonation with the elements in a yet nocturnal and unknowable scenery, cut through with airy and assured gestures reiterated in a ritualistic fashion. Lastly, on “Formation of Starlings” (Rasten), the quartet comes to a fragile balance of sustained tones, an Edenic plateau where even the trumpet dissolves its hermeticism in the tepid hint of a fanfare, an almost sacred evocation of later Talk Talk.

Awe and ecstasy don’t seem to fit into Oker’s expressive understatement, such is the level of focus on the exercise of selective oblivion here conducted: nevertheless, perhaps inexplicably, their microcosm of sonic otherness ends up shining by its own light, exposing us once more to the mystery of a limpid and uncorrupted musical thought.

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