Federico Mompou – Música Callada / James Rushford – See the Welter

James Rushford, piano

Unseen Worlds, 2020
modern classical, minimalism

(ENGLISH TEXT BELOW)

Che si trattasse di più o meno sincera umiltà, di una provocazione proto-dadaista o di una strategia di marketing ante litteram, la ‘musica da arredamento’ di Erik Satie ha aperto la strada a un concettualismo semiserio in un’epoca ancora dominata dal mito del compositore romantico e dei suoi intensi struggimenti. Voler distogliere l’attenzione da una melodia seducente e cristallina è di per sé un controsenso, tale però da mettere in luce il nostro mutevole rapporto con la pratica dell’ascolto, a seconda dei luoghi o dei contesti sociali in cui essa si propone.

Così come la più stoica determinazione può condurre da uno stato attentivo all’inavvertita distrazione, un approccio “laterale” e ozioso può invece innescare un processo di osmosi totale tra la sorgente musicale e il suo fruitore: è il punto di vantaggio di una musica talmente intima da rendersi fatua, inafferrabile, intrinsecamente adescrittiva. Ed è in tali recondite profondità che prendevano forma i quattro ‘quaderni’ di “Música Callada”, magnum opus e testamento spirituale del catalano Federico Mompou (1893-1987), compositore e pianista dal tratto ancora oggi attualissimo.


Composta tra il 1959 e il 1967, la raccolta di Mompou ha conosciuto una graduale affermazione nel moderno repertorio per piano solo, passando anche per le prime tre registrazioni integrali in studio, realizzate a un decennio di distanza l’una dall’altra: la prima per mano dello stesso Mompou (Ensayo, 1975), poi quella di Pierre Huybregts (René Gailly Intl. Prod., 1985); ma è lecito credere che sia stata l’esecuzione di Herbert Henck per la blasonata ECM (1995) a sancire la consacrazione internazionale del ciclo pianistico, rivelandone l’esistenza a un pubblico ben più ampio rispetto a quello dei connoisseurs del genere.

L’occasione per questo doppio CD edito da Unseen Worlds (già in rappresentanza di neoclassicisti quali Lubomyr Melnyk, Robert Haigh e Michael Vincent Waller) è l’abbinamento con un brano autografo dell’interprete designato, l’australiano James Rushford: come egli stesso racconta nelle note di copertina – completate da un testo critico di Tim Rutherford-Johnson e uno in forma di poesia in prosa del compositore sperimentale Michael Pisaro –, la sua lunga suite “See the Welter” è giunta a stabilire un rapporto di interdipendenza espressiva con le preziose miniature di Mompou, al punto da influire sull’esecuzione dell’una e dell’altra opera, per quanto divergenti sul fronte stilistico.

Federico Mompou

“La musica viene scritta per l’inesprimibile, dovrebbe parer provenire dall’ombra al fine di ritornare nell’ombra”: con questa citazione nel libretto viene riassunto il pensiero di Mompou, e la stessa frase può offrirci una chiave di lettura del mood che pervade i ventotto momenti di “Música Callada”. Se da un lato è indubbio vi sia un forte legame con la scuola francese di fine Ottocento – Mompou si trasferì a Parigi per completare i suoi studi pianistici –, ai programmatici impressionismi dei “Préludes” di Debussy si contrappone qui la sola indicazione di tempo propria di ciascun passo, negando in partenza qualsiasi stringente suggestione immaginifica (e con ciò rifacendosi, semmai, all’analogo ciclo di Chopin).

Qui sono invece le varie gradazioni di una pressoché immancabile posatezza a delimitare lo spettro emotivo cui Mompou attinge con spontaneità solo apparente, operando invece una ponderata calibrazione su ciascun motivo, su ogni distinta progressione melodica. ‘Lento’, ‘Moderato’, ‘Semplice’, ‘Placido’, ‘Tranquillo’: con l’eccezione, nel secondo quaderno, del brioso slancio in ‘Allegretto’ e di un ossimorico ‘Très calme’, il gentile tepore della “Música Callada” sembra quasi intesa a collocarsi in uno spazio liminale, al confine tra sofferto pathos e remissivo abbandono, ponendosi in ascolto esclusivo di un umano sentire che, pur avendo conosciuto la poesia e la ricchezza sinestetica del reale, le ha fatte proprie sino a renderle perfette geometrie interiori. Sarà poi nostro eventuale diritto, nel corso del tempo, tornare a proiettare queste riflessive astrazioni nel vissuto quotidiano, accompagnando con esse le alterne stagioni della vita e dell’animo.

Occupando l’interezza del secondo CD, la première discografica di “See the Welter” (2016) ci trasporta in una dimensione ancor più sospesa e indefinita, d’ascendenza segnatamente americana anziché europea. La durata estesa (80 minuti) e lo smarrimento della percezione temporale richiamano il tardo Morton Feldman, ma l’incedere rigorosamente quieto, il tocco parimenti lieve e l’assenza di marcate dissonanze avvicinano ancor più il brano di Rushford a “November” di Dennis Johnson, partitura fondante – perduta e ritrovata – della corrente minimalista. Da ultimo, il passaggio delle dita su un solo tasto alla volta traccia un parallelo con l’estetica del bretone Melaine Dalibert, anch’egli autore e interprete di contemplazioni musicali che, dal primo all’ultimo istante, sembrano evocare un nulla idealizzato entro cui non vi è altro orientamento che quello orizzontale dell’esecuzione.
Lungo le sette pagine di “See the Welter” non vi sono fasi chiaramente distinguibili, così che il mesto inanellarsi delle singole note assume le sembianze di un’unica armonia destrutturata all’infinito, un monocromo realizzato con stesure pazienti e inalterate le cui tracce ricoprono man mano quelle immediatamente precedenti.

Tra Proust e Bergson, dall’impressionismo all’espressionismo – entrambi astratti, benché in diverso grado –, James Rushford compendia i quadri emozionali di Mompou con la sua più radicale visione di un fosco paesaggio interiore: una duplice manifestazione dell’inesprimibile che permea la condizione umana dalla modernità in avanti, quando tutto sembra essere già stato detto e scritto tranne ciò che non può incontrare le parole, e del quale solo l’arte conosce e custodisce il segreto.


James Rushford

Whether it was more or less sincere humility, a proto-Dadaist provocation or an ante litteram marketing strategy, Erik Satie’s ‘furniture music’ paved the way for a semi-serious conceptualism in an age still dominated by the myth of the Romantic composer and his intense yearnings. Wanting to divert attention from a seductive and crystalline melody is in itself a contradiction, but one that highlights our mutable relationship with the practice of listening, depending on the places or social contexts in which it occurs.

Just as the most stoic determination can lead from a state of attention to inadvertent distraction, a “lateral” and idle approach can instead trigger a process of total osmosis between the musical source and its user: here’s the advantage point of a music so intimate as to become fatuous, elusive, intrinsically non-descriptive. And it’s in such recondite depths that took shape the four ‘books’ of “Música Callada”, magnum opus and spiritual testament of the Catalan Federico Mompou (1893-1987), composer and pianist whose trait is still very timely to this day.

Composed between 1959 and 1967, Mompou’s collection experienced a gradual affirmation in the modern repertoire for solo piano, also going through the first three full studio recordings, made a decade apart from each other: the first one by the hand of Mompou himself (Ensayo, 1975), and subsequently by Pierre Huybregts (René Gailly Intl. Prod., 1985); but there’s reason to believe that it was Herbert Henck’s execution for the prestigious ECM (1995) that sanctioned the international consecration of the piano cycle, revealing its existence to a much wider audience than that of genre connoisseurs.

The occasion for this double CD published by Unseen Worlds (already representing neoclassicists such as Lubomyr Melnyk, Robert Haigh and Michael Vincent Waller) is the pairing with a piece written by the designated performer, the Australian James Rushford: like he himself tells in the liner notes – complete with a critical text by Tim Rutherford-Johnson and one in the form of a prose poem by the experimental composer Michael Pisaro –, his long suite “See the Welter” has come to establish a relationship of expressive interdependence with Mompou’s precious miniatures, to the point of influencing the execution of both works, although diverging from a stylistic perspective.

“Music is written for the inexpressible, it should seem to come out of the shadow in order to move back to the shadow”: with this quote Mompou’s thought is summarized in the booklet, and the same sentence may offer us a key to interpreting the mood that pervades the twenty-eight moments of “Música Callada”. While there’s undoubtedly a strong bond with the French school of the late nineteenth century – Mompou moved to Paris to complete his piano studies –, the programmatic impressionism of Debussy’s “Préludes” is contrasted here by the sole indication of tempo proper to each piece, avoiding from the start any cogent imaginative suggestion (with this referring, if anything, to Chopin’s analogous cycle).

Here instead it is the various gradations of an almost unfailing poise that delimit the emotional spectrum which Mompou draws on with only apparent spontaneity, working instead a thoughtful calibration on each motif, on each distinct melodic progression. ‘Lento’, ‘Moderato’, ‘Semplice’, ‘Placido’, ‘Tranquillo’: with the exception, in the second book, of the lively ‘Allegretto’ momentum and an oxymoronic ‘Très calme’, the gentle warmth of “Música Callada” seemingly intends to almost place itself in a liminal space, on the limit between pained pathos and submissive abandonment, listening exclusively to a human feeling that, despite having known the poetry and the synaesthetic richness of reality, has made them his own to the point of rendering them like perfect interior geometries. It will thus be our possible right, in the course of time, to project these reflective abstractions back in everyday life, accompanying with them the alternating seasons of life and the soul.

Occupying the entirety of the second CD, the recording premiere of “See the Welter” (2016) carries us to an even more suspended and indefinite dimension, of American rather than European ancestry. The extended duration (80 minutes) and the loss of temporal perception recall the later Morton Feldman, but the rigorously quiet gait, the equally faint touch and the absence of any marked dissonances bring Rushford’s piece even closer to Dennis Johnson’s “November”, the lost and found milestone of the minimalist current. Lastly, the passage of the fingers on just one key at a time is parallel to the aesthetics of the Breton Melaine Dalibert, he himself also the author and interpreter of musical contemplations which, from the first moment to the last, seem to evoke an idealized nothingness within which there’s no orientation other than the horizontal one of execution.
Along the seven pages of “See the Welter” there are no clearly distinguishable phases, so that the plaintive interlocking of the individual notes takes on the appearance of a single infinitely deconstructed harmony, a monochrome made with patient and unaltered textures whose traces gradually cover those immediately preceding them.

Between Proust and Bergson, from impressionism to expressionism – both abstract, albeit to varying degrees –, James Rushford summarizes Mompou’s emotional paintings with his more radical vision of a hazy interior landscape: a twofold manifestation of the inexpressible that permeates the human condition from modernity onwards, when everything seems to have already been said and written except what cannot meet words, and of which only art knows and guards the secret.

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