Weekly Recs | 2020/16

Kim Myhr – Vesper (Hubro, 2020)

Sylvain Chauveau – Life Without Machines (FLAU, 2020)

Oscillatorial Binnage – Agitations: Post​-​Electronic Sounds (Sub Rosa, 2020)

SEC_ & Tricatiempo – La Tana (Subincision, 2020)

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Anastassis Philippakopoulos – Piano Works [Melaine Dalibert]

Elsewhere, 2020
contemporary classical, minimalism


(ENGLISH TEXT BELOW)

“Prima di suonare due note, impara a suonare una nota… E non suonare una nota a meno che tu abbia una ragione per suonarla.” Se questa inestimabile massima offerta da Mark Hollis valesse per ogni musicista, a maggior ragione ciò dovrebbe essere vero per chi pratica la riduzione come unica estetica possibile, in direzione contraria all’ipertrofia esperienziale del mondo.
Nell’ambito del minimalismo più radicale ogni cellula sonora ha un peso specifico superiore alla media: ecco perché le brevi partiture di Anastassis Philippakopoulos emanano un’aura così semplice e potente, laddove la risonanza naturale – lo spazio bianco del pentagramma – ha un valore paritario rispetto alle note, delle quali raccoglie e assomma le ombre e le dissolve nell’aria.

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Melaine Dalibert – Cheminant

★★★☆☆
Elsewhere, 2019

artwork by David Sylvian

Nel pieno del Secolo breve, mentre le avanguardie colte europee battevano gli impervi sentieri del serialismo, la scuola newyorkese andava ricercando con crescente libertà una dimensione trascendente del suono, del tempo e dello spazio che esso abita. Poteva trattarsi di un luogo fisico “trasfigurato”, come la Dream House di La Monte Young e Marian Zazeela, oppure, come nelle lunghe composizioni di Morton Feldman, di un non-luogo totalmente immaginario, un orizzonte mentale che si realizza soltanto attraverso una fragile e inconsueta tessitura di note e silenzi.

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Melaine Dalibert – Musique pour le lever du jour

★★★☆☆
Elsewhere, 2018

artwork by David Sylvian

Sono sempre più convinto che il minimalismo non sia definibile come uno stile o una facile etichetta: è anzitutto forma mentis e per diretta conseguenza modus operandi, atti a ridefinire il tempo dell’esistenza e dell’arte viste come entità indissolubili. È questo aspetto a rendere tanto ricca una musica essenziale come quella del pianista e compositore bretone Melaine Dalibert, che nell’arco di un anno ha infatti trovato dimora presso due etichette indipendenti d’altro profilo: l’inglese Another Timbre (Ressac, 2017) e ora la neonata Elsewhere a cura di Yuko Zama – produttrice e designer da sempre coinvolta nei progetti della statunitense Erstwhile, diretta dal compagno Jon Abbey. L’artwork di questo secondo numero di catalogo è a firma di David Sylvian, estimatore dell’avanguardia radicale da esse rappresentata, e cui ormai afferisce lui stesso nei suoi sporadici progetti musicali.

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Melaine Dalibert – Ressac

★★★☆☆
Another Timbre, 2017


La musica contemporanea mi ha trasmesso l’ossessione del tempo: quello perduto e ritrovato della nostalgia, quello che ci manca (o come direbbe Enrico Ghezzi, quello a cui manchiamo), quello che sentiamo la necessità di mettere a frutto, di rendere “compiuto”. Sono sempre più attratto da una musica – in molti non la chiamerebbero nemmeno tale – che faccia un utilizzo del tempo spropositato, fuori dal comune e forse addirittura fuor di ragione, perché vi riconosco l’utopica volontà di sostituirlo, duplicarlo, abbracciarne l’immateriale estensione.

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