Anastassis Philippakopoulos – Piano Works [Melaine Dalibert]

Elsewhere, 2020
contemporary classical, minimalism


(ENGLISH TEXT BELOW)

“Prima di suonare due note, impara a suonare una nota… E non suonare una nota a meno che tu abbia una ragione per suonarla.” Se questa inestimabile massima offerta da Mark Hollis valesse per ogni musicista, a maggior ragione ciò dovrebbe essere vero per chi pratica la riduzione come unica estetica possibile, in direzione contraria all’ipertrofia esperienziale del mondo.
Nell’ambito del minimalismo più radicale ogni cellula sonora ha un peso specifico superiore alla media: ecco perché le brevi partiture di Anastassis Philippakopoulos emanano un’aura così semplice e potente, laddove la risonanza naturale – lo spazio bianco del pentagramma – ha un valore paritario rispetto alle note, delle quali raccoglie e assomma le ombre e le dissolve nell’aria.

L’etichetta Elsewhere di Yuko Zama accoglie nel proprio catalogo il compositore greco non soltanto per affinità elettiva – anch’egli, dal 2003, fa parte del collettivo Wandelweiser –, ma anche in virtù del legame diretto con il già noto Melaine Dalibert, qui per la prima volta in veste di solo esecutore. Due poetiche speculari, come si comprende sin dai primi minuti di ascolto dei ‘piano pieces’ datati fra il 2013 e il 2018: paritetica anche l’ispirazione marina, il lento frangersi della risacca (“Ressac”) e l’orizzonte tagliato a metà dal cielo, riportato anche nel collage fotografico in copertina.
Posare gli occhi sul vasto fluire delle onde, obliarne il suono e reimmaginarlo da dentro: come per l’ineludibile parzialità dell’immagine inquadrata, l’attimo presente della musica di Philippakopoulos implica anche ciò che sta oltre i suoi estremi, non ha inizio né fine conchiusi in quanto non narra, bensì contempla soltanto, e in tale contemplazione si esaurisce il suo senso.

Melaine Dalibert

Senza dubbio suggestionato dalla comune nazionalità, il pensiero ritorna spontaneamente agli imperturbabili piani-sequenza del maestro Theo Angelopoulos, senonché lo “sguardo” del compositore, dimentico del tempo storico come di quello in divenire, sembra esistere davvero solamente nel fugace istante in cui le dita del pianista lo risvegliano, in una parentesi idealmente avulsa dalle travagliate vicende umane succedutesi nel corso dei millenni.
Ma non per questo si dovrebbe fare l’errore di considerare la pratica di Philippakopoulos come un’assoluta astrazione, un artificio atto a celare il sentire da cui si schiudono tali brani: inequivocabilmente sono essi, infatti, motivi dell’anima raffrontabili a quelli di Zbigniew Preisner, atti a dar voce all’inesprimibile con figure musicali esili ma vibranti, dai contorni marcati quanto basta a non renderle del tutto impalpabili.

Dopo un percorso condotto a singoli passi, strenuamente limitato a un solo tasto per volta, per contrasto l’attacco dei “Five Piano Pieces” (2005-2011) risulta perturbante e quasi violento nel diretto accostamento dei registri grave e acuto, stoccate improvvise che rievocano il sinistro incedere della “Musica ricercata” di Ligeti. Si fa così strada, alfine, un romanticismo latente che arriva a caratterizzare con più decisione i cinque frammenti, infusi di un sentimento talvolta tormentato, talaltra sommessamente malinconico; soltanto l’ultimo di questi torna ad assestarsi nuovamente in un limbo incolore, una pacificazione d’ascendenza orientale che in soli due minuti riconduce la poetica di Philippakopoulos nei territori propri dell’avanguardia post-cageana – un “ritorno all’ordine” che tuttavia non cessa di interrogarsi sul fragile equilibrio fra la dimensione temporale, il suono e il silenzio.

L’immedesimazione simbiotica di Melaine Dalibert, per sua indole in piena familiarità con l’estetica dei composers of quiet, ci porta alla scoperta di un autore ancora poco conosciuto ma cui le temperie della musica contemporanea non mancheranno di dare lustro negli anni a venire. Da par suo, Elsewhere prosegue virtuosamente lungo la linea editoriale che, a meno di due anni dalla fondazione, l’ha già imposta come una realtà di riferimento nello scenario discografico di un settore sempre meno elitario, avendo origine ed essendo rivolto a una sensibilità dal carattere virtualmente universale.


“Before you play two notes, learn how to play one note… And don’t play one note unless you’ve got a reason to play it.” If this precious maxim offered by Mark Hollis applied to every musician, it should be all the more true for those who practice reduction as the only possible aesthetic, in the opposite direction to the experiential hypertrophy of the world.
In the context of the most radical minimalism, each sound cell has a specific weight above the average: that’s why Anastassis Philippakopoulos’ short scores emanate such a simple and powerful aura, where the natural resonance – the white space of the pentagram – has an equal value with respect to the notes, of which it collects and combines the shadows and dissolves them in the air.

The Elsewhere label run by Yuko Zama welcomes the Greek composer in its catalogue not only for elective affinity – he too has been part of the Wandelweiser collective since 2003 – but also by virtue of the direct link with the already known Melaine Dalibert, featured here for the first time as a performer only. Two specular poetics, as can be understood since the first minutes listening to the ‘piano pieces’ dated from 2013 to 2018: they’re also equal in their marine inspiration, the slow breaking of the undertow (“Ressac”) and the horizon cut in half by the sky, also shown in the photo collage on the cover.
Laying one’s eyes on the vast flow of the waves, forgetting their sound and reimagining it from within: as for the unavoidable partiality of the framed image, the present moment of Philippakopoulos’ music also implies that which is beyond its extremes, it has no enclosed beginning nor end in that it does not narrate, but only contemplates, and in said contemplation its meaning is fulfilled.

Anastassis Philippakopoulos

No doubt influenced by the common nationality, thoughts spontaneously return to the imperturbable sequence shots of the master Theo Angelopoulos, except that the composer’s “gaze”, forgetful of historical time as well as that streaming before us, seems to truly exist only in the fleeting instant in which the fingers of the pianist awaken it, in a parenthesis ideally detached from the troubled human events that have taken place over the millennia.
But this should not mislead us in considering Philippakopoulos’ practice as an absolute abstraction, an artifice hatched to conceal the feeling from which these pieces unfold: unequivocally they are, in fact, motifs of the soul comparable to those of Zbigniew Preisner, apt to give voice to the inexpressible through slender but vibrant musical figures, outlined just enough as to not render them completely impalpable.

After a path followed in single steps, strenuously limited to only one key at a time, by contrast the attack of the “Five Piano Pieces” (2005-2011) is perturbing and almost violent in its direct juxtaposition of low and high registers, sudden thrusts that evoke the sinister pace of Ligeti’s “Musica ricercata”. So at last a latent romanticism makes its way and tends to characterize the five fragments with greater determination, infused with a sentiment sometimes tormented, sometimes subduedly melancholic; only the last piece settles once more in a colorless limbo, a pacification of oriental ancestry that in just two minutes brings the poetics of Philippakopoulos back to the territories of the post-Cagean avant-garde – a “return to order” which, however, does not cease to question the fragile balance between the temporal dimension, sound and silence.

The symbiotic identification of Melaine Dalibert, by nature in full familiarity with the aesthetics of the composers of quiet, leads us to the discovery of an author still little known but to whom the climate of contemporary music will not fail to give prestige in the years to come. For its part, Elsewhere continues virtuously along the editorial line which, less than two years after its foundation, has already imposed it as a point of reference in the discographic scenario of an increasingly less elitist sector, originating from and being aimed at a sensitivity whose character is virtually universal.

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