Anastassis Philippakopoulos – Piano Works [Melaine Dalibert]

Elsewhere, 2020
contemporary classical, minimalism


(ENGLISH TEXT BELOW)

“Prima di suonare due note, impara a suonare una nota… E non suonare una nota a meno che tu abbia una ragione per suonarla.” Se questa inestimabile massima offerta da Mark Hollis valesse per ogni musicista, a maggior ragione ciò dovrebbe essere vero per chi pratica la riduzione come unica estetica possibile, in direzione contraria all’ipertrofia esperienziale del mondo.
Nell’ambito del minimalismo più radicale ogni cellula sonora ha un peso specifico superiore alla media: ecco perché le brevi partiture di Anastassis Philippakopoulos emanano un’aura così semplice e potente, laddove la risonanza naturale – lo spazio bianco del pentagramma – ha un valore paritario rispetto alle note, delle quali raccoglie e assomma le ombre e le dissolve nell’aria.

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Shira Legmann / Michael Pisaro – Barricades

Elsewhere, 2019
contemporary classical

photography by Michael Pisaro / design by Yuko Zama

Il passato come archivio e scrigno di infinite scoperte, un’immensità retroattiva entro la quale si possono rivivere e reimmaginare le intuizioni di menti sopraffine succedutesi nel tempo. Il corso dei secoli ha perpetuato le invenzioni più brillanti come, in certi casi, gli enigmi che la figura dell’artista ha sempre goduto nell’ordire alle spese del suo pubblico.
È tale il caso di un rondò contenuto nel VI Ordine dei brani per clavicembalo di François Couperin (1668-1733): “Les Barricades Mystérieuses” è un intreccio polifonico di melodie che si avvincendano con studiati ritardi l’una dall’altra, in una vorticosa giostra di ritmi e armonie in perfetto equilibrio entro la quale, tuttavia, vengono anche a crearsi spontanee e fuggevoli dissonanze.

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Bruno Duplant / Reinier van Houdt – Lettres et Replis

Elsewhere, 2019
contemporary classical, experimental

design by Yuko Zama

Occorre tenere sempre d’occhio i margini dell’avanguardia musicale, dove senza clamore continuano a realizzarsi alcune tra le sfide più ardue della produzione contemporanea con devozione pari o superiore ai “grandi classici”, siano essi autori o interpreti. Nell’ambito del pianismo odierno, figure come Reinier van Houdt e R. Andrew Lee si sono distinte per il loro strenuo impegno al fianco dei post-minimalisti e del collettivo Wandelweiser – i “composers of quiet”, nelle parole di Alex Ross.
Il prolifico autore francese Bruno Duplant non fa parte di quest’ultima cerchia, pur avendo collaborato con diverse figure a essa afferenti. Nel corso di un decennio è anzi divenuto un elemento ricorrente della più radicale ricerca improvvisativa, quella frangia sperimentale che intende la creazione musicale come dialogo costante con il silenzio (o l’illusione dello stesso).

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Melaine Dalibert – Cheminant

Elsewhere, 2019
contemporary classical, minimalism

artwork by David Sylvian

Nel pieno del Secolo breve, mentre le avanguardie colte europee battevano gli impervi sentieri del serialismo, la scuola newyorkese andava ricercando con crescente libertà una dimensione trascendente del suono, del tempo e dello spazio che esso abita. Poteva trattarsi di un luogo fisico “trasfigurato”, come la Dream House di La Monte Young e Marian Zazeela, oppure, come nelle lunghe composizioni di Morton Feldman, di un non-luogo totalmente immaginario, un orizzonte mentale che si realizza soltanto attraverso una fragile e inconsueta tessitura di note e silenzi.

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