Jürg Frey – l’air, l’instant – deux pianos

Dante Boon / Reinier van Houdt

Elsewhere, 2020
contemporary classical, reductionism

(ENGLISH TEXT BELOW)

Perché quattro mani? In quale momento storico, a quale scopo due musicisti si sono seduti allo stesso pianoforte, o ne hanno affiancati due? Eccezion fatta per i divertissement domestici o teatrali, normalmente un tale assetto soddisfa la necessità di un ampliamento delle soluzioni armoniche, oppure di un’equa suddivisione di architetture ritmiche e melodiche complesse: limitandosi al Novecento inoltrato si spazia dalle “Visions de l’Amen” di Messiaen e le “Structures” di Boulez al moto circolare di suite minimaliste come “Hallelujah Junction” di John Adams, sino al triplice estremo dei “Six Pianos” di Steve Reich.
Nel mezzo, come in molti altri casi, si poneva un’illuminata visione atta a ridefinire l’orizzonte temporale della musica, instaurando una relazione tra suono e silenzio diametralmente opposta persino rispetto alle coeve avanguardie: John Cage e Morton Feldman hanno spontaneamente tracciato le coordinate di una poetica della riduzione che oggi trova in Jürg Frey uno dei suoi più sensibili e raffinati interpreti, anch’egli avvicinatosi di recente alla scrittura per due pianoforti.

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Giacinto Scelsi – Suite No.9; Quattro illustrazioni; Un Adieu

Shira Legmann, piano

Elsewhere, 2020
20th-century classical

(ENGLISH TEXT BELOW)

Ogni valido ascolto, a suo modo, dovrebbe essere dedicato. Anche per il più assiduo musicofilo la tentazione e le occasioni di distrarsi sono sempre dietro l’angolo: eppure, in certi casi, è la musica stessa l’antidoto che risolleva la soglia d’attenzione, la forza magnetica che ci fa riacquistare coscienza e sembra spingerci finanche oltre i limiti della stessa. E se, da un lato, l’intera linea editoriale della Elsewhere di Yuko Zama rappresenta un’esortazione – o addirittura un’educazione – all’ascolto profondo, così anche l’opera mistica e inclassificabile di Giacinto Scelsi riesce ogni volta a esercitare una propria perturbante forma di seduzione, scardinando qualsiasi senso di familiarità per accedere a una dimensione di assoluta alterità formale ed espressiva.

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Anastassis Philippakopoulos – Piano Works [Melaine Dalibert]

Elsewhere, 2020
contemporary classical, minimalism


(ENGLISH TEXT BELOW)

“Prima di suonare due note, impara a suonare una nota… E non suonare una nota a meno che tu abbia una ragione per suonarla.” Se questa inestimabile massima offerta da Mark Hollis valesse per ogni musicista, a maggior ragione ciò dovrebbe essere vero per chi pratica la riduzione come unica estetica possibile, in direzione contraria all’ipertrofia esperienziale del mondo.
Nell’ambito del minimalismo più radicale ogni cellula sonora ha un peso specifico superiore alla media: ecco perché le brevi partiture di Anastassis Philippakopoulos emanano un’aura così semplice e potente, laddove la risonanza naturale – lo spazio bianco del pentagramma – ha un valore paritario rispetto alle note, delle quali raccoglie e assomma le ombre e le dissolve nell’aria.

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Shira Legmann / Michael Pisaro – Barricades

Elsewhere, 2019
contemporary classical

photography by Michael Pisaro / design by Yuko Zama

Il passato come archivio e scrigno di infinite scoperte, un’immensità retroattiva entro la quale si possono rivivere e reimmaginare le intuizioni di menti sopraffine succedutesi nel tempo. Il corso dei secoli ha perpetuato le invenzioni più brillanti come, in certi casi, gli enigmi che la figura dell’artista ha sempre goduto nell’ordire alle spese del suo pubblico.
È tale il caso di un rondò contenuto nel VI Ordine dei brani per clavicembalo di François Couperin (1668-1733): “Les Barricades Mystérieuses” è un intreccio polifonico di melodie che si avvincendano con studiati ritardi l’una dall’altra, in una vorticosa giostra di ritmi e armonie in perfetto equilibrio entro la quale, tuttavia, vengono anche a crearsi spontanee e fuggevoli dissonanze.

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